Sempre più aree d’arrampicata a rischio chiusura!

Dalle falesie alle aree boulder, un fenomeno in crescita e, per certi versi, inevitabile...

28 gennaio 2020
Un’altra conseguenza della massificazione dell’arrampicata?


Proprio oggi Stefano Ghisolfi ha purtroppo annunciato sul suo profilo Instagram la chiusura della falesia di Laghel (voluta dal proprietario del terreno su cui sorge la falesia) chiedendo a tutti di rispettare il divieto. Chiaramente, una brutta notizia... dato che si riferisce oltretutto ad una falesia in cui si trovano alcuni tra i tiri più duri d’Italia e del mondo, incluso il potenziale progetto di 9c che Stefano sta tentando. Non si sa ancora il motivo preciso della chiusura e si attendono ulteriori sviluppi.

Solo una dozzina di giorni fa poi, una notizia in parte simile arrivava dalla Spagna, dove il proprietario della suggestiva area boulder di Hoya Moros si è detto intenzionato a vendere il terreno, con conseguente potenziale rischio di chiusura degli accessi sia ai climber che a tutti gli amanti dell’outdoor che qui trovano una location eccezionale per godersi la natura. Per salvaguardare l’area è stata lanciata anche una petizione ed è stata anche suggerita l’ipotesi di una raccolta fondi comune per acquistarla, soluzione già adottata in certi casi anche in Italia.

E questi non sono che gli ultimi casi tra i tanti, con cause e motivazioni diverse…

Il popolo dei climber è sempre molto attivo in queste situazioni e molto spesso pronto a lottare per salvaguardare non solo l’arrampicata, ma anche l’ambiente naturale in cui la pratica.

Basti pensare a battaglie passate come quelle per salvare Cresciano dalla cava, o il più recente e simile caso in Zillertal o ancora (anche se in un contesto non direttamente connesso all’arrampicata) il grande sollevamento popolare per fermare la deturpazione della Val di Mello dall’assurdo progetto di cui si era venuti a conoscenza a marzo dell’anno scorso.

Battaglie nobili e sacrosante, che fanno sentire una voce forte laddove interessi privati minacciano innanzitutto la distruzione della natura, oltre che le possibilità scalatorie.

Tuttavia, se da una parte i climber sanno ergersi a paladini della giustizia, dall’altra sono molti i casi che dicono anche il contrario…

Anche qui basta tornare al passato e ricordare il caso di Meschia: il proprietario decise di chiudere l’accesso in seguito al degrado del suo bosco, causato sia della notevole frequentazione, ma anche dalla mancanza di rispetto di diversi climber.

A Bleau molti settori sono chiusi per problemi di erosione...eppure molti climber se ne fregano e nemmeno hanno l’accortezza di seguire i sentieri già presenti. Sempre qui, tanto per riportare un episodio emblematico, il masso su cui sorge il 9a di No Kpote Only era un antico ricovero in pietra di importanza storico-culturale, smantellato dai boulderisti solo per renderlo agibile all’arrampicata.

In Australia parte delle aree dei Grampians sono state interdette all’arrampicata, anche in conseguenza del fatto che alcuni climber non hanno avuto alcun rispetto di reperti aborigeni di importanza archeologica.

E così via per molti altri casi...

Quindi, la situazione è complessa e probabilmente destinata a peggiorare visti i numeri sempre più crescenti di praticanti: più persone in un ambiente naturale (pubblico o privato) e più degrado ci sarà, anche in presenza del massimo rispetto. Se poi ci aggiungiamo chi il rispetto non ce l’ha, gli effetti si moltiplicano…e in quanto a mancanza di rispetto la realtà è sotto gli occhi di tutti quelli che frequentano falesie o aree blocchi famose.

Dopotutto, volendo fare l’avvocato del diavolo, non si può biasimare il proprietario di un terreno che decida di chiudere una sua proprietà regolarmente invasa da decine o centinaia di persone ogni settimana, tra i quali anche qualche incivile. Altrettanto comprensibile è la sua preoccupazione per eventuali incidenti anche gravi che potrebbero verificarsi e per i quali si troverebbe inevitabilmente tirato in causa…

Queste considerazioni sono del tutto generali e non si riferiscono nello specifico agli ultimi casi sopra menzionati, ma è solo per dire che probabilmente nel futuro situazioni analoghe si ripresenteranno sempre più frequentemente.

Nell’interesse di tutti, climber e proprietari, speriamo solo che le amministrazioni locali possano giocare un ruolo fondamentale nel trovare un equilibrio, avendo come primo obiettivo sempre la salvaguardia dell’ambiente naturale. L’outdoor è infatti un mercato che fa gola a molti e questo è un aspetto ulteriormente deleterio per le evoluzioni future… ma questo è un altro discorso…


Albertaccia

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