Presolana, accesso vietato

Alpinismo e scialpinismo fuorilegge per preservare l’incolumità pubblica

18 febbraio 2021
Accesso vietato alla montagna: è questo, secondo alcuni sindaci italiani, il provvedimento da adottare in caso di pericolo valanghe.

Non stiamo parlando di casi eccezionali, come per esempio le chiusure temporanee della Val Ferret di Courmayeur durante le giornate in cui vengono effettuati i distacchi artificiali preventivi (PIDAV), o i divieti di transito in determinate aree nei periodi – sempre limitati a pochi giorni – in cui il pericolo valanghe è valutato come molto elevato, 4 o 5.

Il caso più recente riguarda una situazione di pericolo 2 in possibile evoluzione a 3 e di un luogo che, per quanto non si tratti di una località turistica di fama, è molto interessante per lo scialpinismo e l’alpinismo invernale di tutta la Lombardia e dintorni. Stiamo parlando dell’area del Pizzo della Presolana (BG), noto a gran parte degli appassionati sia per la classica scialpinistica del Corzene, sia per i numerosi canali e le vie di misto praticabili sulla Presolana stessa e sul vicino Monte Visolo.

Il sindaco di Castione Angelo Migliorati ha emesso martedì un’ordinanza che vieta escursioni, alpinismo e scialpinismo in Presolana fino al 31 marzo. Più di un mese di stop a tutte le attività a fronte di un bollettino valanghe che prevede pericolo 2 in possibile innalzamento 3 per i prossimi giorni. Una situazione oggettivamente tutt’altro che estrema: il pericolo valanghe 2 e 3 è una condizione normale in inverno.

L’elemento critico che ha spinto l’amministrazione comunale a vietare l’accesso alla montagna sembra essere stato il fenomeno delle “bocche di balena”, ovvero le fessurazioni che a volte si producono nel manto nevoso e possono determinare improvvisi distacchi. A proposito di questi fenomeni il bollettino recita: «A quote medio-basse in presenza di movimenti basali del manto nevoso (bocche di balena), si potranno verificare isolati distacchi di fondo generalmente di piccole e medie dimensioni (evitare assolutamente di transitare in prossimità di queste situazioni il cui movimento è sempre in atto e può collassare in qualsiasi momento.

Posto che il pericolo sia realmente tale da mettere a rischio “l’incolumità pubblica” e interessi davvero l’intera zona oggetto di divieto (normalmente è sufficiente tenersi alla larga dai punti esposti alle bocche di balena), è lecito interrogarsi sulla legittimità della chiusura totale di un’area di montagna per un periodo tanto lungo. Si tratta di fatto di chiudere l’intera stagione, dato che in aprile queste montagne sono spesso già prive di neve.

Se ogni volta che i bollettini valanghe o meteo evidenziano una potenziale criticità l’accesso alla montagna viene vietato, il futuro degli sport che si praticano in tale contesto è difficile, perché per un motivo o per l’altro gli ambienti naturali d’alta quota sono sempre potenzialmente pericolosi.

Scialpinismo e alpinismo esistono soltanto grazie al concetto di assunzione consapevole del rischio. In montagna finora si andava a proprio rischio e pericolo. Questo concetto è seriamente messo in discussione da provvedimenti come quello in oggetto e come i numerosi altri che si sono resi tristemente noti recentemente sia nelle Orobie e Prealpi bergamasche che in Piccole Dolomiti e Appennino.

In una società che aspira a un’impossibile “sicurezza assoluta”, alpinisti e scialpinisti saranno costretti a improvvisarsi fuorilegge?

M. Romelli

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