La tracciatura: concetti, visioni e realizzazioni - Up-Climbing

La tracciatura: concetti, visioni e realizzazioni

Che si tratti di un boulder o di una via, di quattro prese tra amici o di una gara di Coppa del Mondo, alla base di quali prese usare e quali no, c’è il discorso della tracciatura. Enrico Baistrocchi ne ha fatto un lavoro e vanta ormai una lunga e riconosciuta carriera. Sue alcune delle tracciature nazionali ed internazionali più importanti degli ultimi anni e quindi, con lui, abbia discusso per capire meglio di cosa si occupa e come interpreta questo mestiere.
Pare una domanda scontata ma in realtà non lo è. Enrico, cos’è una tracciatura?
Sinteticamente potrei dire che è la riproduzione fedele e obbligatoria di movimenti che potresti trovare su roccia o su cui ti piacerebbe arrampicare una volta appoggiato il trapano a terra. Fedele perché devi seguire delle sequenze che sono uniche, aspetto tanto più evidente man mano che si sale di grado, e obbligatoria perché non devi dare la possibilità, per quanto possibile, di saltare delle prese o di fare movimenti diversi da quelli da te immaginati. Un 4c diventa 6c magari se inizi a fare una presa sì e tre no e questo non ha senso. Nei gradi bassi e’ possibile se hai un livello superiore, ma concettualmente e’ un errore: devi "invitare" naturalmente l’arrampicatore a seguire la sequenza che hai immaginato per lui. Questo vale naturalmente quando si parla di scalata sia con  la corda che nel boulder.
Quindi chi traccia deve saper guidare col suo lavoro, con le sue sequenza, chi scalerà?
Certo! Il tracciatore deve pensare cosa vuole, per chi sta tracciando e cosa vuole ottenere e anche direi, cosa vuole dare a chi farà le sue vie; sia che si tratti di una gara di Coppa Italia, sia che si tratti delle vie di una palestra. Ti faccio un esempio: se devi organizzare una cena per una Festa degli Alpini, cosa proponi? Salamelle, polente, vino rosso, ecc. ed il tutto in gran quantità. Se devi allestire un banchetto di degustazioni, sceglierai qualcosa di raffinato ed in porzioni ridotte…e questo non significa che le salamelle ed il vino saranno di scarsa qualita’, anzi…significa che sei in grado di contestualizzare quello che stai facendo!
Si seguono generalmente delle “linee guida” per tracciare?
No, generalmente è tutto in mano alla fantasia ed all’abilità di chi traccia. Personalmente cerco di seguire due aspetti: uno estetico, la linea deve essere “bella” da fare, e uno “funzionale”, ti deve stancare, ghisare, divertire: in gergo tecnico deve "lavorare" e permettere di esprimersi per coloro i quali e’ stata concepita.
Si ha in genere uno “stile” di tracciatura?
Beh ovvio. Anche non volendo ognuno di noi ha un modo di tracciare particolare, talvolta unico. L’importante è essere molto autocritici perché altrimenti rischi di fissarti sui tuoi modi di lavorare e diventi monotono. Io “osservo” molto  i colleghi quando tracciano alle gare ma osservo anche come tracciano i corsisti ai corsi Federali o gli altri ragazzi in palestra. La cosa peggiore che può fare un tracciatore è mettersi su un piedistallo e pensare di essere il migliore, si impara sempre qualcosa da chiunque.

Quando hai iniziato a fare il tracciatore?
Son diventato Tracciatore Nazionale  nel ’99 grazie sopratutto a mio padre che mi ha spinto molto. “ Non si sa mai” mi disse e meno male che gli ho dato ascolto! Poi nel 2000 o 2001 ho tracciato la prima gara importante al Campionato Italiano Giovanile Lead a Modena e da lì è stato un crescendo soprattuto in termini di esperienza e capacita’ di mettersi in discussione: in assoluto Loris Manzana e’ stato un gran esempio e gli saro’ sempre grato.

Quando ti ritieni “soddisfatto” del lavoro svolto?
A livello lavorativo di sicuro quando i colleghi “di nome”, con cui ho tracciato o che mi hanno formato a livello di corsi, hanno espresso pareri posiviti e lusinghieri sulla funzionalita’ e bellezza della linea.A livello personale quando traccio qualcosa  e questo  viene chiuso, beh…son riuscito a far  esprimere all’atleta tutto se stesso: perche’ e lui, l’arrampicatore che deve scalare la tua linea il vero protagonista!

Ma, ti provoco, un tracciatore non dovrebbe mettere in difficoltà gli atleti?
A far cadere sono capaci tutti; il tracciatore deve far scalare gli atleti e deve permettergli di esprimersi. Vuoi un blocco dove la gente non passa? Ti metto due schifezze a due metri di distanza e ho risolto. Tu dimmi qui che c…o di tracciatore sarei…ci riuscirebbe pure mio padre!!!

Cosa pensi quando tracci? A cosa ti ispiri?
Umore e ambiente influisco, così come la struttura che hai a disposizione. E’ ovvio che quando sei nelle palestre di nuova concezione, alte, con una infinità di prese e volumi e tutto più facile! ma ti assicuro che ti motiva molto comunque anche lavorare su una qualsiasi nuova struttura, anche magari artigianale, ma dove comunque senti energia positiva. In generale lavoro partendo dai profili che ho a disposizione, quindi le prese e quindi gli utenti a cui è rivolta la tracciatura che è la parte più importante e questo sia per la garetta amatoriale che per la gara di Coppa del Mondo.  In palestra ho una tracciatura diciamo “commerciale”, le persone si devono allenare e/o divertire, migliorando le loro capacità. In gara traccio per far esprimere capacità già acquisite e stilare una classifica piu’ veritiera possibile.
Dove ti è capitato di lavorare e com’è la situazione delle varie palestre in giro per l’Italia?
 Il nord l’ho girato praticamente tutto poi ho lavorato in Umbria, Sardegna, Lazio, Marche e ti dirò che c’è fermento. Nel Nord e nelle grandi città trovi sempre il top, sia come spazi che come strutture; eccelle in qualità diciamo, ma anche le realtà minori sono interessanti e molto vive. Si tratta solo di farle crescere un po’alla volta.
Arrampicata in crescita quindi?
Dire che è in crescita è riduttivo!
 
Enrico Baistrocchi. Classe 1978, ex atleta azzurro, Tracciatore Internazionale. 8a+ a vista, 8c+ lavorato, 8b blocco. Laureato in Scienze Motorie, Istruttore FASI e Tecnico federale, si divide tra RockSpot NO, tracciatura di competizioni e l’amata roccia.
Intervista di Stefano Michelin
 
 
 

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