Persi nel Mirino, Ep.1 - Up-Climbing

Persi nel Mirino, Ep.1

Klaus Dell’Orto, classe 1979, è con lui che apriamo una serie di interviste ai fotografi e videomaker che attraverso le loro immagini contribuisco a rendere popolare sempre più il “movimento arrampicata”. Conoscere e comprendere il lavoro di chi sta dietro la macchina, dalla parte del mirino e non dell’obiettivo, crediamo possa dare un valore aggiunto a questo sport e faccia meglio capire il mondo che si cela dietro a quello che poi tutti noi appassionati vediamo sui siti e sulle riviste. Molti conoscono Klaus, sempre presente ai maggiori eventi italiani ma anche grande viaggiatore (se vuoi fare questo lavoro è così), ma pochi sanno la sua storia, dove un evento particolare della sua vita ha dato il via al tutto. Come? Leggete qui…
 
Klaus, a cosa ti sei avvicinato prima, fotografia o arrampicata?
Sono due passioni forti ed è nata sicuramente prima quella per l’arrampicata. Ero superpreso, mi allenavo sempre e dedicavo ogni momento libero ad arrampicare poi, nel dicembre 2005, un incidente serio in palestra mi ha bloccato su un letto per parecchio tempo. Ero triste e depresso perché non potevo fare quello che più mi piaceva ma è stato anche un modo per capire che non dovevo fissarmi solo su una cosa, su una passione, e allora ho iniziato a pensare alla fotografia.
Volevi fare lo scalatore di professione?
No, scalare per lavoro no. Mi sarebbe piaciuto diventare guida alpina che come molti pensano è un modo di conciliare passione e lavoro però poi il fatto di non potermi muovere mi ha aiutato a capire che c’è altro nella vita, per fortuna.
Una sorta di folgorazione?
No, tutt’altro. E’ stato qualcosa che è venuta fuori piano, ci ho pensato bene. Facevo foto così tanto per divertirmi e le prime che ho provato a fare bene erano in Australia, con una Reflex a rullino. Il risultato era buono e ho pensato che impegnandomi di più poteva saltare fuori qualcosa di ancora migliore. Quindi appena ho potuto sono passato al digitale ed il primo segnale che le mie foto piacevano anche alle aziende lo ebbi con una di queste e con alcuni scatti a Diego Sirtori. Ho pensato quindi di studiare all’Istituto Italiano di Fotografia per migliorare e iniziare a fare foto in modo professionale. Il resto è quello che ho fatto.
Lavori in proprio? Com’è lavorare con le aziende in Italia e con quelle straniere?
Ho uno studio a Cernusco Lombardone e lavoro con le aziende come freelance. Lavorare con le aziende italiane è bello perché sono spesso, praticamente sempre, aziende familiari, con un piccolo organico, dove è facile parlare e farti ascoltare. Le aziende straniere, anche se spesso più grandi, hanno molti più passaggi prima di arrivare al dunque. Spesso passi per uffici e persone ed i contatti diretti sono più limitati.
Quanto è importante saper scalare per il tuo lavoro?
Se vuoi fare foto di arrampicata devi saper scalare. Non è fondamentale solo dal punto di vista proprio puramente pratico ma anche dal punto di vista delle inquadrature ad esempio, o del momento in cui scatti. Devi capire cosa lo scalatore sta per fare, cosa vuole fare e come. Devi anticiparlo e sapere cosa è importante far vedere e cosa no, cosa interessa al tuo cliente. Se non ci capisci di arrampicata non puoi trasmettere sensazioni con le tue foto.
Quali sono le situazioni più difficili da gestire?
Dipende dal contesto. Per il boulder tutto è più facile: sei a terra o quasi, gli accessi sono quasi sempre molto comodi e logisticamente ci si muove senza problemi. Anche in falesia cambia poco; in più ti devi solo tirare su con le jumar ma è il minimo. E’ in via che le cose cambiano radicalmente, come ad esempio in Lavaredo questa estate. Tutto è complicato: l’attrezzatura, i viveri anche solo per un giorno, l’abbigliamento. Spesso non si pensa a cosa c’è dietro anche ad un solo giorno di fotografia in queste condizioni. E poi l’ambiente, che gioca un ruolo determinante ed influenza molto il tuo lavoro.
E come ti organizzi in questi casi: c’è un piano fisso di base o vedi al momento cosa è meglio fare?
Non c’è mai un piano fisso, sarebbe impossibile farlo. Devi vedere e conoscere dove sale la via e capire dove e meglio scattare ma anche come è possibile farlo da lì. Sulle Tre Cime ad esempio è stato Jacopo che ha messo su le statiche e io sono risalito ma perché avevamo studiato prima dove farle passare rispetto alla via. E’ una parte molto complessa lo studio preliminare.
Cosa cerchi quando fai foto? Cosa vuoi trasmettere?
Prima cercavo assolutamente il gesto, il movimento, lo sforzo. Ero focalizzato sullo scalatore e sul passo che stava facendo o comunque su quello che era intento a fare. Da un po’ di tempo sono cambiato, dò più respiro alle inquadrature e prediligo scene in cui lo scalatore è immerso in un determinato paesaggio o ambiente per far intendere tutto il contesto che c’è attorno alla scalata e questo paradossalmente, alle volte va contro le volontà ed esigenze del cliente ma in questi casi basta mettersi d’accordo.
Lasci massima libertà allo scalatore o gli chiedi di fare qualcosa di specifico?
No, proprio qualcosa di specifico no ma mi è capitato di sognare ad esempio delle scene o delle situazioni e quando le condizioni sono giuste, provo a riproporle e farle diventare scatti reali.
Cosa farai in futuro?
Da due anni ho avviato con Pietro Bagnara la OpenCircle con la quale realizziamo video (nuovo sito, in costruzione: www.opencircle.it) e per quanto riguarda la comunicazione outdoor collaborano anche Tatiana Bertera come copywriter e LauraPoletti per la parte grafica. Sicuramente andremo avanti su questa strada ma non voglio fossilizzarmi sull’arrampicata e basta perché voglio che la mia fotografia parli di tutte le mie passioni ed i miei interessi, senza pormi dei limiti a priori e senza restare fermo solo sulla scalata.
Hai mai pensato all’insegnamento? Oggi c’è sempre maggiore interesse per la fotografia oltre che per l’arrampicata.
No, al momento non mi interessa insegnare. Sì, c’è interesse ma molti dicono “parto e faccio il fotografo”. E’ sbagliato, ci vuole tanta umiltà e sacrifici e poi si è troppo convinti che sia  l’attrezzatura a fare bravo il fotografo. Oggi la tecnologia è il meno, sono le idee che fanno la differenza altrimenti sei il clone di altri cloni.
Qual è la differenza principale tra un Pro ed un Amatore?
Il Pro deve SEMPRE portare a casa un risultato almeno BUONO. In ogni condizione, quando sei fuori per fare un lavoro, non puoi farti sopraffare dalle difficoltà o dai problemi. Devi saper gestire il panico e sopra ogni altra cosa, devi tirare fuori il “prodotto”. Un’altra cosa è che quando mi mandano a fare foto, ho delle direttive da seguire che spesso sono facili per il cliente ma difficili per me, devo capire cosa il cliente vuole esattamente e saperglielo dare. Non ci possono essere scuse, devi estraniarti da tutto e tutti ed essere solo concentrato per fotografare quell’istante. Spesso non sento le altre voci, anche la gente che mi chiama, o gli altri suoni. Sono dentro la macchina e la fotografia, perso nel mirino.
E ti capita mai di uscire a fare foto per puro diletto tuo?
Sì, col cellulare! Sono sempre in giro con chili di attrezzatura e se posso, quando ne ho tempo, mollo tutto e se mi piace una cosa la fotografo col telefono, giusto di ricordo, e basta! La cosa peggiore è quando vai da qualche parte con gli amici che ti dicono:”Tu che sai fare le foto, porta la macchina fotografica dai…” Scordatevelo!

Altre info e tante foto su www.klausdellorto.com
 
Intervista di Stefano Michelin

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