Jerry Moffatt: - VIDEO - Up-Climbing

Jerry Moffatt: – VIDEO

Jerry Moffatt intervistato da Versante Sud, nel novembre 2010 in occasione della sua serata a Lecco.
D: Come hai iniziato ad arrampicare, e com’è che sei diventato un patito dell’arrampicata?
R: Ho iniziato a scuola, quando avevo quindici anni. C’era un gruppo scolastico di arrampicata, tutti i miei amici lo frequentavano… e così che ho iniziato?

D: E poi è scattato qualcosa, e hai deciso di diventare il più forte, giusto?
R: Come dicevo, ho iniziato a scuola, tutti i miei migliori amici scalavano, e io volevo semplicemente essere più forte di loro: beh, in breve lo sono diventato. Poi mi son detto, voglio diventare il miglior giovane del Galles, e così è stato, e poi sono diventato il migliore under 16 d’Inghilterra, e così via… fino a voler diventare il migliore al mondo. Si procede per tappe, chiaramente,  quando ho iniziato non ho di certo pensato da subito: voglio essere il migliore del mondo.

D: Ci vuole un sacco di motivazione, immagino…
R: Certo, ma la motivazione viene da sola, se inizi a vedere dei buoni risultati. Se ti alleni ma non migliori ti demoralizzi molto facilmente; se migliori velocemente, la motivazione cresce assieme ai tuoi risultati.

D: Cos’hai imparato, nella tua carriera di climber?
R: Ho conosciuto un sacco di persone interessanti, a divertirmi, ho imparato un sacco dai viaggi. Un’altra lezione che impari è quando sei infortunato, e le cose non vanno bene: devi capire come affrontare anche queste situazioni, e che la vita non è fatta solo di successi, di vie eccezionali o di grandi prestazioni.

D: Com’era l’arrampicata quando hai iniziato a scalare? E cosa pensi che sia diventata?
R: Quando ho iniziato non c’era la magnesite, non c’erano i pannelli artificiali, e per tutto il primo anno scalavo in scarponi di pelle… ora la gente usa la magnesite, ha scarpette adatte fin dall’inizio, ed è molto più sicuro. Quando abbiamo iniziato noi, non esistevano gli spit. Chiaramente è tutto cambiato un sacco.

D: Che rapporto c’è tra il rischio e l’arrampicata? Come hai appena detto, tutto è diventato più sicuro.
R: Quando ho iniziato non c’erano spit, si poteva fare solo trad, che ovviamente è un po’ più pericoloso. Ora si può scegliere: puoi dedicarti al trad, o a vie spittate, scalare indoor… all’inizio non avevamo scelta, ed era tutto più pericoloso. credo che ora sia meglio, perché è diventato tutto più accessibile e più sicuro.

D: Che rapporto hai con sensazioni come la paura, o l’ansia?
R: E’ un genere di cose che adoro. Credo di essere stato drogato di questo tipo di sensazioni: cercavo sempre qualcosa di pericoloso, guidavo in moto sparato fino a una parete, andavo a fare free-solo, e poi tornavo indietro sempre a tutto gas. Smaniavo per questo tipo di cose, e cercavo di fare sempre tutto al massimo. Anche adesso mi piacciono le emozioni forti, ma non farei le stesse cose: sarei semplicemente troppo terrorizzato.

D: Nel tuo libro racconti di quando non avevi mai un soldo in tasca, e dovevi arrangiarti per tutto… e parli anche del tuo rapporto con i soldi, che è stato molto complicato…
R: Quando ho iniziato a scalare avevo un budget di quindici sterline alla settimana, che erano il sussidio di disoccupazione. E oltre a sfamarmi e a comprare attrezzatura cercavo anche di risparmiare.  A conti fatti, potevo permettermi di spendere al massimo una sterlina al giorno. Mangiavo solo riso bollito, o altro cibo davvero scadente, finché a metà degli anni Ottanta ho iniziato a ricevere soldi dagli sponsor. Lì ho capito che potevo davvero guadagnare dei soldi… anche se il mio obiettivo non sono mai stati i soldi e basta, o diventare ricco. Volevo semplicemente potermi dedicare sempre all’arrampicata, senza dover lavorare. Non ho mai pensato all’arrampicata come a un mestiere, anche quando ho iniziato a ricevere soldi dagli sponsor ho sempre pensato che il mio obiettivo dovesse essere scalare, che è sempre stata la cosa che mi ha dato più soddisfazione.

D: Hai scalato su moltissime pareti, e vie… hai mai pensato di dedicarti a big wall, a esplorazioni in luoghi remoti?
R: Quando avevo diciannove anni uno dei miei migliori amici era partito per Chamonix. La sera prima della partenza scherzavamo, a cena, sul fatto che non l’avremmo rivisto più, e che tutti ci avrebbero lasciato le penne. Purtroppo morì proprio il primo giorno, sepolto da una valanga. e allora, a diciannove anni, ho deciso consapevolmente che non volevo rischiare la mia vita per colpa del maltempo, per esempio. Se devo morire, dev’essere per via di un mio errore, e non per fattori esterni. E così, anche se una spedizione è una prospettiva allettante, credo che sia troppo pericolosa, e non è un tipo di rischio che intendo prendere.

D: Cosa cerchi di trasmettere al pubblico, durante i tuoi incontri?
R: Cerco di motivare le persone, di essere un’ispirazione per loro, di spingerli a viaggiare, a divertirsi, a provare un nuovo sport. Non voglio dire: "andate e diventate i migliori", ma "andate, viaggiate, provate a scalare al vostro meglio!"

D: Dicci un motivo per leggere il tuo libro!
R: MI piace pensare che possa ispirare le persone. Alcuni dei miei lettori mi hanno detto che "Topo di falesia" li ha spinti a scalare, a viaggiare, a dare il meglio di sé. Di certo non ci guadagno cifre astronomiche! Ho fatto soldi – e per fortuna, tanti – in altro modo. Non mi importa se non vende molto, ma quello che mi dà molto piacere è che le persone che si sono prese la briga di leggerlo mi hanno detto che gli è piaciuto, e che è stato molto motivante.

Per me è più importante arrivare al top che arrivarci con stile. Puoi avere benissimo una tecnica efficace, ma non mi interessa se non è bella da vedere. Mi piace vedere la gente che si sbatte, trema, che sale sotto sforzo, in qualche modo ma alla fine supera il passaggio chiave, piuttosto che qualcuno che si muove magari con grande fluidità ma solo su vie facili. Preferisco vedere qualcuno che rischia di cadere praticamente a ogni movimento, ma che riesce ad arrivare comunque al top.




 

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