22 Lug AI MONDIALI DI ARCO LE COLPE DI UN GENOCIDIO
Occasione per denunciare un genocidio, ma i ragazzini non hanno colpa
I Campionati Mondiali Giovanili sono uno spettacolo meraviglioso, e la struttura di Arco è lo spazio giusto per ospitarli: dal 2021 Centro Federale, è uno dei pochi impianti in Europa in grado di ospitare ad alto livello tutte le discipline. E se c’è un anno simbolico è proprio questo, a 40 anni dalla sua realizzazione e dalla prima gara che diede vita al nostro sport a livello mondiale.

Foto: Roberto Capucciati
759 atleti di 67 federazioni, tra cui paesi africani e sudamericani dove mai avrei pensato si scalasse.
Spiccano le maglie libanesi e quelle contestate di Israele (guardie del Mossad al seguito), indossate da ragazzi che forse non hanno sufficiente consapevolezza per avere colpe. Muovendosi tra il pubblico, fatto prevalentemente da loro stessi, è un piacere vedere ragazzi con maglie diverse giocare insieme, vedere la voglia che hanno di conoscersi e di interagire. L’esuberanza del tifo colombiano verso amici conosciuti mezz’ora prima, i brasiliani che coinvolgono il mondo a palleggiare in cerchio, i ragazzi greci che puntano la squadra slovena, scherzando con alcuni ma puntando ad altre. Questi ragazzi, prevalentemente minorenni, se hanno un’idea del mondo, giusta o sbagliata che sia, ce l’hanno soprattutto per riflesso, il contesto familiare e sociale in cui vivono è ancora prevalente sulla loro personalità. E le colpe dei loro genitori, allenatori, governanti, non ha senso che ricadano su di loro. Soprattutto se di tutta l’erba se ne fa un fascio.
L’immagine che questi ragazzi hanno oggi del mondo non è positiva: né quella dei libanesi che si trovano davanti i figli di chi bombarda le loro case, né quella degli israeliani, bombardati dal senso di persecuzione, giusto o sbagliato che esso sia.

Foto: Roberto Capucciati
Poteva essere l’occasione per mostrare un’immagine diversa del mondo, ma in questa prima metà di evento non ci siamo riusciti. La giunta della città di Arco boicotta l’evento e non partecipa alle cerimonie di premiazione “in solidarietà al popolo palestinese”. Nell’area gara compaiono scritte sui muri “Israeli climbers are not welcome”. Mi chiedo se tutta questa solidarietà, sparata in faccia a dei giovani poco più che bambini, sarebbe ugualmente coraggiosa in contesti più compromettenti. Mi chiedo se ci sia la forza e la capacità di articolare dei pensieri che vadano oltre le frasi fatte.
A me sarebbe piaciuto un altro messaggio scritto sui muri: “Mossad isn’t welcome, we don’t need it here. We don’t usually kill children”, e magari una giunta in grado di esprimere dei valori positivi con la faccia rivolta verso quella dei 759 ragazzi. Israeliani compresi.
Ma non è finita, c’è ancora tempo per recuperare. C’è un presidio di Climbers for Palestine fisso davanti all’area gara, che mi auguro sia l’occasione per confrontarsi viso a viso con altre persone sui drammi che sta vivendo questa epoca, tra loro tutti collegati, che ci vedono corresponsabili e che non hanno una lettura a senso unico senza sfumature.
Giovedì ci sarà la proiezione del film Resistence Climbing, di Andrew Bisharat, Reel Rock di qualche anno fa, per capire che tutto non è cominciato con il 7 ottobre.

Foto: Roberto Capucciati
Oggi (mercoledì) Marzio Nardi racconterà i crimini della federazione israeliana, accusata di sequestrare falesie in Cisgiordania e di impedirne l’effettivo utilizzo ai climber palestinesi. Questo è un fatto importante, un qualcosa di concreto su cui si può agire, che si può spiegare anche ai ragazzi israeliani. Non sono parole a vanvera che hanno il solo effetto di confermare l’educazione ricevuta da molti giovani sull’inevitabilità dei conflitti.
L’obiettivo di Climbers for Palestine è arrivare al riconoscimento da parte della federazione internazionale del crimine (se effettivo) della Federazione Israeliana. Il 23 ai vertici della World Climbing si valuterà una mozione in questo senso, che chiede l’espulsione della federazione israeliana. Dall’altra parte tre mozioni di altri paesi che pongono dei dubbi.
Anche qui forse, prima di farsi prendere dalla foga della battaglia (difficile con un genocidio in corso) vale la pena fare alcune riflessioni e ragionare su cosa sia la scelta migliore per tutti. La federazione russa è stata espulsa dalla WC senza nessuna prova, sull’onda dell’emozione, e a detta del Presidente Marco Scolaris tornare indietro è stata dura. Le cose vanno ragionate e valutate sui fatti reali. È giusto quindi che la WC organizzi un tribunale con una squadra di avvocati per valutare le richieste di esclusione? Quante e quali altre ne arriveranno? Chi controlla il Board, e in generale lo sport, è l’Occidente che sta supportando il genocidio: Europa, USA (e quindi Israele) in testa. Siamo certi che dare a questi paesi uno strumento così potente come un tribunale che espelle, sia una buona mossa per i popoli del Sud Globale? Sarebbe questo tribunale in grado di espellere una federazione come quella americana? Io qualche dubbio ce l’ho.
Infine torno sugli atleti: sono sempre loro i primi a pagare quando si espelle una federazione. Possono sempre gareggiare con altre bandiere, senza nessuno che li accompagni, ma non è come dirlo.
Alla condanna di Netanyahu al tribunale penale internazionale non è ancora seguito un arresto, ma la pesantezza della sentenza è li, e si è sentita tutta. Forse un’attenta analisi dei fatti sulle violazioni delle federazioni rispetto ai valori dello sport e una relativa condanna è già un passo importante, sufficiente a dare un segnale chiaro a tutti.
Roberto Capucciati

