INSIDE: PIETRO BIAGINI - Up-Climbing

INSIDE: PIETRO BIAGINI

A TU PER TU CON IL VINCITORE DELLA COPPA ITALIA BOULDER 2024

Quattro chiacchiere con Pietro Biagini, classe 2000, vincitore della coppa Italia boulder 2024. 

Da Genova con furore, Pietro Biagini è nel mezzo del suo sogno: godersi i momenti, vivere al cento per cento l’attimo, gareggiare con i migliori interpreti italiani e primeggiare tra i più forti. L’amore per la roccia poi non lo abbandona mai, neanche durante la stagione di gare, e lo ha condotto nel tempo a salire centinaia di linee di ottavo grado, con boulder fino all’8B+ e vie fino all’8c+. Dopo delle stagioni alla ricerca della chiave di volta, Pietro è arrivato sul parterre di gara nel 2024 sereno e focalizzato, pronto a dare il meglio. A pochi giorni dal campionato italiano di Roma, conosciamo meglio il vincitore della coppa Italia boulder 2024.

Ciao Pietro, che anno! Come son andate le tre gare?

Alla grande direi, sono molto contento, davvero! Lo scorso autunno ho lavorato davvero tanto e non riuscivo a trovare il fuoco che mi serve solitamente per allenarmi, è stato il trip di capodanno in Sardegna, dove ho ritrovato il piacere intrinseco della scalata, a riaccenderlo e quindi una volta tornato, calendario alla mano, ho iniziato a programmare le settimane a venire, consapevole che il tempo per allenarsi non sarebbe stato molto…Le prime settimane di gennaio in realtà sono state molto dure, tra il lavoro a Milano e la nuova sala che ha aperto a Genova (con la quale sto collaborando) sono stato molto impegnato, ma nel mentre, progressivamente sempre di più, ho iniziato a riallenarmi, una mia capacità è tornare ad uno stato di forma decente in poco tempo, quindi in qualche settimana ho iniziato ad avere ottime sensazioni e la voglia di tornare in isolamento aumentava in modo proporzionale al mio stato psicofisico… A Prato comunque mi sono presentato senza alcuna aspettativa, ma solo la volontà di gareggiare contro me stesso, contro ogni singolo blocco e fissare un punto di partenza in vista delle gare successive. Il risultato è stato quindi totalmente inaspettato, mi ha consapevolizzato tanto e caricato per le gare successive. A Ferrara è stata un escalation delle sensazioni di Prato, anche se qualche errore in finale mi ha lasciato con l’amaro in bocca, non per il risultato intendiamoci, ma perché io tendo sempre ad analizzarmi molto accuratamente. A Brixen mi sentivo davvero bene, lucido e pronto, in finale ho ceduto il passo solo a Nick, per il quale però sono genuinamente contento della sua vittoria. Nel complesso non mi posso lamento di nulla, tendo ad essere molto perfezionista quando si tratta della mia persona, ma so che il boulder è uno sport malefico e qualche errore è inevitabile. Il mio “segreto” credo sia il fatto di andare per step, gara a gara, round a round, blocco a blocco e minuto per minuto, pensare al presente e non farmi influenzare da passato e futuro, su cui non ho controllo. Ora posso dire di aver trovato un equilibrio efficace nella mia vita, che finché riuscirò a mantenere credo mi porterà a stare sempre meglio fisicamente e mentalmente.

Cosa pensi delle tre diverse tracciature e in generale di una stagione più corta e condensata in poche settimane?

Per quanto riguarda la tracciatura, c’è stato sicuramente un giro di vite (cit. Daneri), sicuramente verso una direzione corretta, ma manca ancora qualcosa secondo me. In generale la difficoltà complessiva dei blocchi, soprattutto in finale si è alzata parecchio, li ho trovati molto complessi dal punto di vista della lettura ed esecuzione, è mancato però un aspetto fondamentale del nostro sport, blocchi power di pura tenenza. E intendiamoci, non è una scusa, perché io sono sicuramente più bravo a leggere i blocchi piuttosto che stringere le prese. Dico ciò però perché per la poca esperienza che ho in campo internazionale, in qualifica di WC per esempio, il round che facciamo fatica a passare, le prese vanno strette, non c’è molto da capire, l’intensità è alta su tutto e bisogna avere del margine fisico e tecnico per passare, per intenderci è tutto abbastanza straight forward. Inoltre non esiste la proprietà transitiva per cui se gli atleti non chiudono i blocchi in qualifica di coppa del mondo e nemmeno in finale di coppa Italia, allora i rispettivi blocchi sono simili… Poi non voglio far intendere che su 4 blocchi di finale 4 debbano essere su quello stile, ma nelle ultime 3 semi finali e finali, a differenza di quelle dell’anno scorso, è proprio mancato questo stile. Non sarebbe male se la FASI con i dirigenti tecnici delle nazionali fornisse ai tracciatori prima della stagione delle linee guida o una visione su come si vuole strutturare le tracciature delle gare, soprattutto per il fatto che le convocazioni internazionali vengono fatte su quest’ultime. Però non sono di certo qui a sindacare il lavoro dei nostri tracciatori, finché farò anche l’atleta mi limiterò a toppare ciò che mi trovo davanti, sia esso una corsa su un cornicione che una sditata su tacche di legno. Anzi credo proprio che una volta che entri in isolamento devi essere disposto a giocare il giovo del boulder, e questo è. La stagione è decisamente dettata dall’ormai saturo calendario regionale e internazionale. L’unico dubbio è su come vorranno gestire le convocazioni delle gare post estate non avendo gare vicine alle quali riferirsi, ci vorrebbe più chiarezza da quel punto di vista di modo da responsabilizzare di più l’atleta sul lungo termine ed evitare che venga convocato in uno stato di forma non ottimale. Anche i trials sono una buona opzione, con essi potresti veramente avvicinarti al massimo al livello internazionale, senza la paura di non far schiodare qualcuno… Ma i weekend sono pochi e le risorse vanno anche distribuite equamente in tutti gli organi federali.

Come riesci a collegare indoor e outdoor?

Indoor, outdoor, lavoro ed allenamenti, le cose sono tante, in realtà… Il mio mantra è: di tutto poco, ma buono! Outdoor vado principalmente per ritrovare la motivazione nei periodi più bui, trovo che la roccia sia l’essenza e ciò mi aiuta a riacquisire il puro piacere della scalata, quello fine a se stesso, e a respirare aria sana. Purtroppo quest’anno, con 4 gare in 2 mesi, ho sacrificato la stagione invernale in Ticino, tra una gara e l’altra è poco funzionale andare su roccia, quindi ho passato qualche weekend a riposo per recuperare la pelle e lavorare sulle carenze, per esempio sono tornato ieri da Parigi, dove ho fatto una full immersion di placche, non il mio punto più debole, ma sicuramente quello che mi mette più a disagio. Comunque dopo il campionato andrò sicuramente un po’ su roccia per le vacanze pasquali, trovo che un po’ di scalata su roccia possa aiutare sulle prese di vetroresina, anche se ormai gare e roccia hanno veramente poco in comune, se vuoi essere competitivo devi dedicarti completamente a una o l’altra.

Visto che è il tuo lavoro, qual è la tua visione della tracciatura? Che missioni ha, come si deve articolare, in cosa si può riconoscere la qualità?

Per me la tracciatura non deve mettere in difficoltà l’atleta, ma anzi deve valorizzare le sue caratteristiche, ovviamente più sei completo più blocchi sali. Inoltre l’intensità delle varie proposte, placche, fisico, coordinativo, credo debbano essere più simili possibili, di modo da rendere il round più equilibrato possibile. Non esiste che il lancio sia duro e quello di tenenza facile… Deve essere tutto proporzionato. Nelle palestre commerciali, invece, il blocco deve essere sfidante, deve farti pensare, ma purtroppo questa visione non viene sempre apprezzata, il cliente spesso vuole spegnere il cervello dopo lavoro e tirare quattro prese. Questo abbassa la richiesta media, i proprietari delle palestre sono quindi meno disposti a investire su lavoratori onerosi a livello economico per avere tracciati di alta qualità, ne consegue una diminuzione progressiva della stessa in tutte le sale. Un blocco perfetto potrebbe essere indipendente dalle misure, esse siano di peso, di altezza. Io, seguendo questa visione, credo sempre di proporre più varietà possibile, anche se mi piacerebbe sperimentare di più, parte fondamentale di questo lavoro, ma purtroppo spesso le circostanze e soprattutto le tempistiche non lo consentono.

Negli anni a venire, come pensi che si evolverà la tracciatura?

Domanda molto interessante, si sta secondo me arrivando ad un plateau di quella che viene chiamata new school, questa ha permesso ai tracciatori di rendere i blocchi più aleatori e garantendo quindi che le classifiche uscissero più “facilmente”, snaturando a volte quello che è il gesto puro della scalata. Soprattutto nelle fasi di finale capita che si tenda a gratificare anche lo spettatore, a livello sportivo per un atleta può essere poco stimolante, ma è anche grazie all’aumento dell’ audience se il nostro sport sta vivendo una crescita così importante e spesso è una questione di compromessi. Non so se ci siano delle linee guida internazionali che indirizzino i tracciatori verso una direzione in tal senso, ma è capitato che a volte si superasse un po’ il limite e li si che dovrebbe intervenire la federazione, per mantenere un certo standard, come d’altronde è scritto nei meandri dei regolamenti. Poi per carità non voglio generalizzare, ci sono state gare epiche con molti meno lanci o roba simile, che sono state apprezzate e hanno fatto classifica meglio di altre… In futuro con l’avvento di nuovi tracciatori giovani ed ex atleti si tornerà a tracciare anche roba veramente dura, stile black tape del B-pump per intenderci, cosa ormai piuttosto rara. Sicuramente il lavoro del tracciatore è estremamente difficile, spesso poco compreso e troppo sindacato.  Il boulder che piaccia o meno è uno sport situazionale e la situazione è in mano ai tracciatori!

Al momento il gap con il livello internazionale non è enorme, ma l’Italia fa fatica a emergere. Dall’interno, quali sono le cause di questo “ritardo” e quali pensi che possano essere le strade per recuperare tempo?

Preferisco non sbilanciarmi ed espormi sulla gestione delle nazionali a livello federale, sicuramente in passato sono state fatte scelte sbagliate e le cose non sono state gestite al meglio, ad oggi tanti aspetti sono migliorati molto e si sono fatti passi avanti importanti, soprattutto per la nazionale giovanile… Ma ci sono dei problemi che trascendono da quello che è l’elite e che sono alla base dello sviluppo dell’alto livello in Italia. Le sale, il livello nelle nostre sale è troppo basso, quasi nullo. Per chi si gioca il podio di coppa italia è ormai impossibile allenarsi nelle sale italiane… In generale, i blocchi non solo sono facili, ma anzi spesso, purtroppo, proprio nulli a livello motorio e tecnico. Ci sono sicuramente delle eccezioni, mentre alcune sale tracciano e lavorano esclusivamente per il loro team agonistico, ma siamo comunque molto lontani dal livello sia tecnico che condizionale richiesto nelle sale Parigine per esempio. Allenarsi insieme è anche un fattore determinante, negli anni si sta combattendo per offrire più opportunità di confronto tra gli atleti, sia in giovanile che in senior, ma credo che da questo punto di vista siamo ancora molto lontani dalle nazioni leader di questo sport. Siamo ancora tutti molto frammentati e le opportunità di condivisione sono poche, credo che però questo possa cambiare in fretta con l’avvento dei due nuovi centri tecnici federali che verranno inaugurati a breve.

Tra ieri e oggi. Idolo del passato e giovane che spaccherà: chi e perchè.

Francamente non ho mai avuto idoli ai quali aspirare, mi è sempre venuto più facile carpire motivazione e passione da persone che fossero vicine a me, con le quali potessi condividere qualcosa, che sia una sessione di allenamento, una gara o una birra. Un giovane che spaccherà ti direi Gio Placci, metafora hiphop del venire dal nulla, ma aspirare al tutto, sputando sangue e credendoci veramente. Gli auguro il meglio, sono sicuro spaccherà! Una giovane che ha spaccato, ma spaccherà ancora, invece, Camilla Moroni, apprezzo tanto come riesce a mixare forte dedizione, ma allo stesso tempo godersi i piaceri della vita, io sono l’opposto, o tutto o niente, il suo equilibrio è una dote vincente che invidio molto. Ancora più giovane mi dirai… ma non mi sbilancio, la vita è dura, bisogna tenere botta sul lungo termine, io ho impiegato anni per capire chi fossi e cosa volessi, qualcuno magari lo saprà già, qualcuno cambierà strada, qualcun altro farà il mio stesso percorso, o un percorso inverso, chi lo sa… sicuramente in isolamento ho visto tanti giovani forti, motivati, ma soprattutto appassionati. Time will tell.

In e out, quali sono i tuoi obiettivi per il 2024?

Niente aspettative, in passato ho sempre pensato troppo al futuro, sto imparando a vivere il presente e trarre positività da ogni esperienza, positiva o negativa, importante o insignificante che sia. In questo momento so di essere in periodo bello, ma la vita è un processo che comprende alti e bassi, questa consapevolezza mi fa apprezzare tanto i momenti che sto vivendo. Vorrei trovare delle opportunità e situazioni in cui mettere da parte il mio ego e fare qualcosa per gli altri, lo trovo difficile perché sono ancora giovane, voglio fare tante cose e dedicare a me tutto il tempo a mia disposizione, ma credo che dare sia importante e possa essere tanto gratificante quanto chiudere un blocco duro o vincere una gara…

Dopo una chiacchierata del genere, non possiamo che fare gli auguri a Pietro per i prossimi giorni di arrampicata che lo attendono!

Fonte Pietro Biagini

Cortesia foto OutThere Collective e Luca Consonni

Alessandro Palma

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