24 Feb MEMORIA DI UN CLIMBER PESCARESE
La comunità abruzzese saluta così Massimiliano Palmucci, figura di spicco dell’arrampicata del centro italia prematuramente mancato a causa di una malattia.
Memoria di un climber pescarese
In Abruzzo, nel 2002 gli arrampicatori nella zona di Chieti e Pescara si contavano sulle dita di una mano. I pionieri dell’alpinismo abruzzese si allontanavano dal mondo arrampicatorio per dare spazio ai più giovani. Furono loro i protagonisti della transizione dall’austerità alpinistica all’autonomia dell’arrampicata sportiva: falesisti puri, coloro che presto divennero la cosiddetta “vecchia guardia”. Non esistevano social, video delle methode, ginocchiere, paperi, guide, slunghi, ma solo ingaggi su vie che non si conoscevano che si traducevano in sana competizione. Non esistevano nemmeno palestre. A Pescara, l’unica cosa che ci poteva assomigliare era il Don Clarx, un pub che aveva rimediato delle piccole pareti piene di prese: la tana dei falesisti della “vecchia guardia”. Qui Palmucci e compagni si sfidavano a suon di blocchi tra una birra e l’altra.
Massimiliano Palmucci, per tutti Palmucci, ha iniziato a scalare in questo contesto all’età di 28 anni, dopo un passato militare da paracadutista della Folgore che lo ha portato a partecipare a missioni lontane, anche ben note, come quella in Somalia nel ‘93. Non essendoci corsi di arrampicata, tutto quello che Max sapeva sulla tecnica di scalata e sulle manovre in parete lo aveva appreso dal passaparola di amici oppure se lo era studiato da solo, da libricini come “All about sports: Sport Climbing” di F. Balteri (Ed. Konemann, 2001), ancora orgogliosamente custodito nella sua libreria. In falesia a primo impatto, Palmucci risultava antipatico perché era di una schiettezza unica, senza filtri. Tuttavia era ambizione comune diventare suo amico perché utilizzava la stessa franchezza in tutti i suoi rapporti.
L’arrampicata per lui era fondamentale e per chiunque gli chiedesse come fare a migliorare nella scalata, la sua risposta era sempre la stessa: “a da scalà a motopompa”, cioè devi scalare ovunque e sempre. Ed è proprio quello che facevano lui ed i suoi compagni: andavano a scalare in ogni buco di tempo dal lavoro, con macchinine utilitarie improbabili, a costo di spendere in benzina tutti i soldi guadagnati. Da li a poco i climbers sarebbero aumentati e l’arrampicata pescarese sarebbe cresciuta anche grazie all’apertura di nuove sale boulder tra le quali una in particolare, di cui Max divenne il “guru”.
L’exploit si ebbe nel 2017 quando Palmucci e Simona, la sua compagna, fondarono la “Blockhaus 2.0”, palestra di arrampicata che tutt’ora contribuisce alla crescita di questo favoloso mondo sportivo. Palmucci non era particolarmente accogliente in palestra ed era molto severo in allenamento, ma metteva da parte il suo lato burbero se intuiva la tua passione per la scalata, facendo spazio all’entusiasmo di condividere con te l’amore per la parete e il movimento arrampicatorio. Max era un convinto sostenitore dell’esistenza della IMV (Intelligenza Motoria Verticale), di cui lui era ovviamente provvisto. Di contro, però, aveva coniato anche la SMV (Stupidità Motoria Verticale); infatti già alla prima via o al primo blocco lui era in grado di qualificare la persona come provvista di una o dell’altra qualità, urlandolo come suo solito ad alta voce con tanto di ghigno ironico disegnato sulle labbra.
La sua carriera di scalatore è costellata di prime ascese e di on-sight, stile di cui era un fervente sostenitore e in cui eccelleva. Nel 2013 salì per la prima volta una via a Caramanico Terme, la gradò 8a e la dedicò a un amico morto prematuramente in montagna: la chiamò “Attraverso Te”, dimostrando ai presenti sbigottiti la sensibilità nascosta di un burbero, buzurro e forte scalatore. Tra le sue first ascent più importanti si ricordano nella falesia di Caramanico Terme (All’ombra del terebinto, I cani sciolti, Alta tensione), a Carpineto della Nora (Finzioni, L’oscuro signore, The illusionist), a Pennadomo (Il soffio del drago, Bunga buga, Chitini), come tante altre in altre falesie abruzzesi e non. Palmucci era un uomo dalla memoria eccezionale: si ricordava tutte le methode di ogni sua via o di quelle di amici, anche quelle salite una sola volta. Inoltre era capace di dare per ogni movimento beta diverse: per i più bassi, per i più alti ma soprattutto per chi si approcciava da poco alla scalata.
La sua profonda passione per la scalata fece maturare in lui l’immenso interesse per tutti gli sviluppi di questa disciplina, dai metodi di allenamento alle moderne tracciature fatte di movimenti dinamici e coordinativi. Per questo era un grande sperimentatore, anche dal punto di vista mentale ed esperienziale. Quando scoprì che altri scalatori, italiani o stranieri, stavano salendo prime vie in free solo, senza intenzioni velleitarie ma semplicemente per pura curiosità e consapevolezza, provò le emozioni che scaturivano da una scalata senza protezioni e si convinse ancor di più di quanto fosse fondamentale la concentrazione in parete.
Anche quando gli dissero che, per colpa del cancro, non avrebbe più potuto indossare le scarpette, continuò ad andare in falesia per supportare gli amici, dove spesso ricordava a chi si spingeva eccessivamente oltre di lasciar perdere linee troppo dure (“quessa nin la fi”), ma sempre con quel suo modo fare, secco ma splendido, che riusciva sempre a far sorridere. È nel periodo della malattia che ha mostrato ancor di più la determinazione e la forza d’animo di una persona buona, genuina, altruista che veniva nascosta dal mito di un grande scalatore. Nonostante le terapie fossero devastanti, continuava a tracciare blocchi in palestra, ad accompagnare i bambini alle gare e a tenere corsi di arrampicata. In ogni momento ha sempre trasmesso ai novizi del mondo arrampicatorio la vera passione, il “fuoco sacro della vecchia guardia”.
Palmucci era un ottimo scalatore a vista, resistente e tenace, qualità universalmente riconosciute. Ha mantenuto questo atteggiamento fino alla fine, senza mai lasciarsi sopraffare mentalmente dalla malattia, con la stessa forza e leggerezza che lo contraddistingueva sulle pareti rocciose. Massimiliano Palmucci è stato un arrampicatore, un allenatore e una persona cardine per lo sviluppo dell’arte arrampicatoria a Pescara e in Abruzzo, vivendo la sua passione, tanto nell’arrampicata quanto nella malattia – passione intesa nel suo significato ambivalente –, in maniera esemplare. Come disse Enrico Camanni: “le passioni non si ereditano, si incontrano”.
Chi ha incontrato Massimiliano Palmucci ha incontrato una passione sincera, vissuta fino in fondo.
La famiglia della Blockhouse e la Vecchia Guardia

