Il fenomeno del Pitting spiegato da Giampaolo Mocci - Up-Climbing

Il fenomeno del Pitting spiegato da Giampaolo Mocci

Un tema ricorrente e sempre maggiormente diffuso è quello che riguarda il fenomeno di erosione delle protezioni in ambienti dove gli agenti atmosferici agiscono in maniera particolarmente aggressiva. Esempio tipico e di cui si è già discusso è quello delle falesie in prossimità del mare ma cosa succede esattamente ai nostri amati spit per trasfermarsi nel tempo in burrosi accumuli di materiale marcescente? Come è possibile che le catene alle quali affidiamo la nostra vita in fase di calata perdano a tal punto la loro resistenza da diventare un’informa massa anfibia priva di ogni resistenza. Ecco che Giampaolo Mocci ce lo spiega in un bellissimo video corredato da articolo dove spiega anche cosa fare in caso di difficoltà. Da seguire molto, molto, molto attentamente.

PITTING E MANOVRE DI SICUREZZA
di Giampaolo Mocci

“Pitting, cos’è e come tutelarsi.
Primavera inoltrata ed estate alle porte, sono un chiaro segnale di belle giornate e di scalate con vista sul mare. Il periodo è quello ideale, non troppo caldo ma il giusto sole per la prima tintarella, attaccati in una delle tante vie che si snodano sulle scogliere.
Noi climbers siamo sempre stati attratti dalle falesie a picco sul mare del nostro “belpaese”, o in qualche isola dell’Egeo, oppure in una qualsiasi altra parte esotica del mondo dove il tema ricorrente è sempre lo stesso: vacanza con parete attrezzata vista mare.
Ma! … c’è sempre un ma.
In questi ultimi anni sempre più spesso si legge qua e là di protezioni, che cedono a causa dell’erosione per “pitting”. Questo mostro infimo, che agisce mestamente e subdolamente dando miseri segnali della sua presenza e in più percettibili solo ad occhi attenti ed esperti.

Pitting, cos’è e come tutelarsi.

Ancora poco è stato fatto per affrontare la questione e vista l’enorme quantità di itinerari soggetti al problema, non sarà una situazione che ci si lascerà alle spalle tanto presto. Molte le iniziative di richiodatura, di aggiunta del terzo punto in sosta, dell’utilizzo dell’acciaio 316L e o dell’indicazione della data di chiodatura o ripristino alla base della stessa. Tutti buoni interventi, ma questo argomento meriterebbe sicuramente attenzioni ben più accurate e soprattutto non basta qualche articolo sul web, o qualche presa di posizione radicale come quella prospettata da qualche climber che proponeva la chiusura delle aree esposte al problema.
Personalmente non ho mai ritenuto la “chiusura”, in generale, una buona forma di tutela, inoltre creare un precedente di questo tipo significherebbe aprire la strada a tante altre “chiusure”, sfruttando ogni possibile piglio sulla sicurezza di uno sport che si pratica in luoghi per natura insicuri e pericolosi per tanti motivi.

Si… perché è così, l’arrampicata è uno sport pericoloso che si pratica in luoghi ad alto rischio, anche se, per molteplici motivazioni lo si evita di ricordare.
Le recentissime evoluzioni del mondo del free climbing, con il continuo aumento dei praticanti che provengono dalle numerose palestre, vogliono questa attività sicura e protetta da tutti i pericoli, volendo in tutti i modi traslare la situazione di zona di conforto che si respira in sala boulder, anche in falesia. Tutto questo è pura utopia e presto o tardi bisognerà farci i conti. Prima che qualche legislatore zelante e senza la giusta conoscenza di questo ambiente metta in atto norme, dettate da buoni propositi, ma come al solito dalla dubbia pertinenza col contesto.
Personalmente sono convinto che attendere non serva a niente, i tempi non saranno mai maturi e poi quale maturità serve e soprattutto di chi? È importante avviare processi e discussioni atti ad una rinnovata presa di coscienza, quindi cosa fare per dare un contributo che possa essere d’aiuto in un contesto così variegato e particolare.

Un caro amico che si dedica al volontariato in modo “non convenzionale” mi ripete spesso: regalare un pesce ad un affamato soddisferà la necessità di quel momento, ma insegnargli a pescare potrà allontanare la fame per sempre. Partendo da questa concetto che non si può non condividere, ho realizzato un breve tutorial che spiega cos’è, come e dove si sviluppa l’erosione per “pitting”.
L’idea e lo scopo di questo video è rendere disponibile un documento che fornisca informazioni utili a formare quelle conoscenze necessarie per imparare a riconoscere gli effetti di questa annosa problematica e o magari come step iniziale di approfondimenti personali futuri.

Volutamente in questo contesto, pur avendo ovviamente una personale opinione sull’argomento, non voglio esplicitarla per evitare di condizionare e distogliere l’attenzione sui punti che ritengo per questo argomento fondamentali.
Bisogna ri-imparare a tutelarsi, ri-partendo dalla conoscenza e dalla capacità di gestire le situazioni critiche in falesia col giusto grado di autonomia. Atteggiamento e comportamento che è stata la norma in passato, ma che col tempo si è persa facendo più affidamento sui materiali e sull’amico esperto che predispone e controlla l’ambiente in cui ci si muove.
A completezza dell’informazione oltre al “pitting”, nel tutorial vengono descritte due importanti manovre, utili sia nello specifico della questione che si sta trattando, che in tante altre situazioni, ma che in ogni caso risultano importanti per innalzare il livello di sicurezza in tutte quelle circostanze che l’arrampicatore lo riterrà necessario.
Nella scalata, affrontare le paure sta alla base di tutto, i pericoli fanno paura ma non è ignorandoli o delegando altri al loro controllo che si allontanano, riconoscerli e imparare a gestirli è l’unico modo per non essere colti di sorpresa e o travolti.
Buone scalate a tutti, sempre e comunque.”

Condividi: