Speciale Patrick Edlinger: una vita in punta di dita - Up-Climbing

Speciale Patrick Edlinger: una vita in punta di dita

La recente realizzazione di uno speciale su Adam Ondra di Canal+ intitolato Du Bout des Doigts coglie ispirazione dal famossimo film La Vie au Bout des Doigts con protagonista la leggenda indimenticata dell’arrampicata mondiale, Patrick Edlinger.

Dalle fattezze angeliche e con una determinazione fuori dal comune, talento ed allenamento si sono fusi fino a raggiungere il sublime con Edlinger, capace insieme a pochi altri di farsi simbolo di un’epoca, di uno stile di vivere e di uno sport allo stesso tempo. Climber free prima di free climber. Persone come Patrick sono state troppo oltre per poter essere emulate con semplicità. Fuori dagli schemi e dalle regole. Rigido e contraddittorio come tutti i grandi. Se oggi scaliamo come scaliamo è anche grazie a Patrick Edlinger.

La realizzazione di Jean-Paul Janssen de La Vie au Bout des Doigts diede una spallata al mondo del cinema di montagna e dell’alpinismo in generale. Mostrava le gesta fuori misura di un colosso dell’arrampicata, allenato come nessun altro e capace di scalare come nessun altro. Il film vinse moltissimi premi e fece conoscere al mondo questo sport e la sua stella Patrick. Nello stesso anno venne realizzato anche un altro film monumentale, Opera Vertical.

Nato a Dax nel 1960, pratica molti sport ma prestissimo scopre l’arrampicata e si avvicina ad essa in maniera totale. Già nei primi anni ’80 compie alcune solitarie impressionanti ma è anche uno degli importanti valorizzatori della falesia di Ceuse e sempre in quegli anni è già sull’8a con salite come Ça glisse au pays des merveilles a Buoux e pare possa essere attribuita a lui la prima salita al mondo a vista di un 7c, La Polka des Ringards nel 1982, sempre a Buoux, ma sul finire di questo magico decennio raggiunge l’8c con Azincourt, ancora a Buoux, e Maginot Line a Volx. Si dedica anche alle gare con successo malgrado l’adesione iniziale al Manifesto del ’19 che in un primo momento sostiene (la storia dell’arrampicata dalle prime gare alle Olimpiadi è raccontata nel nuovo Up Annuario Ed. VersanteSud).

Ovviamente questo è nulla sportivamente parlando rispetto a tutto quello che ha fatto e lui era anche altro, molto altro. L’intervista di Fabio Palma per Uomini&Pareti mise in luce tanti aspetti della sua persona e del suo essere. Una tragico incidente in casa ci ha strappato questo straordinario scalatore ma il suo mito vive e vivrà per sempre. Oggi, in questi anni di prestazioni prossime al 9c e di Olimpiadi, non dimentichiamo MAI da dove viene l’arrampicata e la sua storia. Vivere “in punta di dita” era uno stile, un approccio all’arrampicata e alla vita, una reazione ad una società ritenuta opprimente e non solo un bello slogan.

PATRICK EDLINGER
intervista di fabio Palma

Talento, carisma, creatività, immagine…questo e altro hanno significato per l’arrampicata le gesta, i film, le salite di Edlinger. Che diede un’immagine all’arrampicata libera in un momento in cui ancora non era chiaro cosa volesse rappresentare e dove dovesse porsi. La Francia fu vera fucina di talenti, dal 1980 al 1985, e nessun’altra nazione potè vantare un così grande numero di arrampicatori di livello.
Ma Edlinger aveva quel qualcosa in più, come Berhault e A. le Menestrel, e più di loro diffuse al di fuori della Francia il sogno del Verdon: pareti gigantesche, roccia perfetta e mai ritoccata, uomo e natura che si incontravano nel gesto. Oggi qualcuno si chiede quale potrebbe essere una nuova frontiera dell’arrampicata, e, per un ragazzino che scopre ciò che ormai è un universo, vedere i film di Edlinger potrebbe, accanto a raduni in palazzetti, migliaia di falesie e massi a disposizione, gare e riviste non sempre autentiche, innescare la scintilla dell’innovazione.
Voce dolce e gentile, Patrick sa parlare d’arrampicata con l’amore di un grande e la semplicità di un ragazzo qualunque. Spero che l’intervista scritta vi trasmetta quello che ho intimamente avvertito nell’ascoltare le sue risposte in un francese mai altezzoso.

Come mai Patrick Edlinger è stato l’arrampicatore più famoso al mondo?
Io penso che sia successo perché mi sono dedicato totalmente alla scalata, e poi soprattutto per i film di Jean Paul Janssen, che hanno sviluppato e mediatizzato la scalata, che facevano vedere un ragazzo che scalava e che aveva consacrato la sua vita alla scalata. E non era solamente la scalata, c’era una persona che viveva nella natura e nella libertà, c’era il modo di vivere nella gioia della vita naturale. Ed era un personaggio felice di vivere questo, e dunque penso che questo sia piaciuto alla gente.
E penso anche che in Francia, negli anni 80, c’era questo bisogno di libertà, quindi i film risposero anche a questa esigenza. È stato un concorso di circostanze, personalmente mi è caduto tutto dall’alto. Io stavo facendo un corso di guide per continuare a vivere, mi piaceva arrampicare ma non fui io a comporre questi film; che ebbero grande successo, e grazie a loro ho potuto vivere una vita superba, la libertà di arrampicare tutti i giorni in tutto il mondo.

E come ha influenzato il tuo comportamento il fatto di diventare così famoso?
Personalmente niente, penso di essere serio e onesto, penso a quello che faccio e non a quello che sono. Era comodo avere la libertà economica per arrampicare tutti i giorni, c’era anche lo svantaggio della popolarità…andare a Fontainbleau ed avere una trentina di persone che mi seguono di blocco in blocco (ride). È duro trovare in certi posti certi momenti di tranquillità. Comunque quello che importa è arrampicare e ti abitui, che ti guardino o no. Lo sguardo della gente non è poi così importante.

Quando hai iniziato ad abbracciare l’arrampicata libera?
Prima l’arrampicata era un allenamento per la montagna, fra il 74 e l’80 ho visto quello che c’era in montagna e ne feci molta…e mi posi degli interrogativi, feci il punto della situazione e un paragone con la scalata. E avevo capito che c’era moltissimo da inventare e creare e mi sono consacrato totalmente perché mi piaceva di più.

Carisma: tu ne hai, oggi molti sono fortissimi ma non ne hanno, e danno pochi messaggi. Perchè?
(ride) Non te lo so dire, che dire? Lo dicono gli altri. La mia generazione ne aveva molti di arrampicatori carismatici, forse perché la scalata era più “esposta”, engageè, c’era quindi più presa di coscienza e decisione. L’esposizione forgia le personalità. Non sono io che ne ho di più, come altri di allora fummo forgiati da quello che facevamo. Penso che anche oggi ci siano arrampicatori carismatici, e forse sono quelli che fanno qualcosa di speciale. Dovresti chiedere ad altri…

Hai aperto vie che sono diventate pietre miliari e storiche del free-climbing: ti accorgevi di essere, con pochi, avanti a tutti?
In quegli anni erano le cose che si facevano, 7c/8a. Mi sono dedicato totalmente alla scalata, ed essa era anche un modo di conoscersi meglio. Era anche il mio temperamento, ogni giorno una nuova sfida, cercare di fare evolvere le cose, progredire tecnicamente. E mi ha anche aiutato a progredire nella vita e ad andare avanti nelle cose.
La filosofia era cercare di fare ogni giorno qualcosa di meglio del giorno prima, e l’applicavo nella scalata. E quelli erano i gradi che si facevano, e c’erano altre persone che facevano cose altrettanto dure nel mondo. Ho cercato di progredire cercando di immaginare cosa avrei potuto fare nei dieci anni successivi, mettendo spit anche in vie che non potevo fare in quel momento. Ma non amavo lavorare troppo le vie, e le lasciavo lì…Come per quelli che oggi fanno il 9a, il brivido era andare oltre a quello che si è fatto.
Solo che qualcun altro lo fa per la gloria, io allora proprio no, era proprio una ricerca personale. Non sono mai stato uno che faceva le cose per diventare il più forte, questo vale per quando hai 15 o 16 anni, a quell’età è normale voler essere un protagonista della scena…ma dopo per me è più importante essere lì, senza punti di riferimento, ed immaginare di andare avanti, di inventare nuovi punti di arrivo. Per me questo è il progresso della scalata, non essere un bambino di 15 anni che vuole essere il più forte.
L’importante è essere tu, con i tuoi allenamenti, la tua immaginazione, il tuo modo di vedere le cose…e quella via.

E la competizione, c’era anche prima della prima gara di Bardonecchia?
Competizione…dipende da cosa intendi. C’è da quando sei piccolino, ma c’è la buona e la cattiva competizione. C’è quella che obbliga ad andare avanti a tutti, e c’è quella che ti sprona ad andare a provare una via molto dura da qualche parte…e lì non è sul piano personale, non hai riferimenti e l’aspetto competitivo è andare a vedere nuovi orizzonti. Era una competizione sulla via, non sugli uomini. Io l’ho sempre sentita così.

E le gare?
È da molto ormai che mi sono fermato. A quell’epoca ci fu il manifesto dei 19, ricordi? Io personalmente non ero per le gare ma non mi importava che ci fossero. Potevano esistere, anche perché era il seguito logico delle cose. Non è rappresentativo della totalità della scalata ma di una parte sì. Ed è gratificante quando sei giovane, hai 15/20 anni, anche 25, e cerchi un’identità…Io davo credito alla scalata, il minimo che potessi fare era partecipare. Ma facevo una gara all’anno, la più grande. Poi un anno decisi di fare tutta la Coppa del Mondo, e accadde qualcosa di strano: ero più forte di prima, ma la testa evidentemente non c’era più, perché andai peggio. Non era più il mio posto, ed era diventato troppo. Il mio vero posto è dentro me stesso, questo è sicuro.
Ma va bene che esistano, fanno conoscere la scalata.

L’arrampicata è mai stata una prigione per te?
Assolutamente no, perché è il mio modo di vivere. È la mia vita. Io sono una persona che ha bisogno di una grande libertà, e dunque non potrebbe essere una prigione. Tutto, anche i film, l’ho fatto in grande libertà.

Come definiresti il tuo stile rispetto a quello di un Menestrel o di altri?
Mah, ho il mio modo di arrampicare…e non cerco l’eleganza, l’importante è essere efficaci, lo stile conta nulla! Economizzare, anche nei gesti…e questo, sì, dà uno stile. L’impressione di leggerezza che dai sulla roccia è dovuta al fatto che fai meno sforzo, sfrutti l’inerzia del movimento precedente per fare quello successivo e questo dona il mio stile, e non è mai stata una ricerca dell’eleganza. In effetti ci sono persone come Manolo nate per arrampicare e altre nate per essere musicisti! Questione di feeling…

Arrampicare slegato, il solo-integrale. Parlamene un po’…
Posso raccontarti di “Orange Mecanique”. Ho iniziato ad arrampicare finito il liceo, nella regione di Tolone, nel 76. Andavo con amici, ma durante la settimana non c’era nessuno. All’inizio traversavo in basso, poi mi sono detto: perché non fare una via? Poi divennero due o tre, e infine una necessità. Ed è diventato un bisogno perché mi permette di raggiungere uno stato di concentrazione estrema. È un po’ una forma di yoga molto spinta, una concentrazione molto forte perché è la tua vita che è in gioco. Sensazioni sottili difficili da esprimere. È un modo incredibile per conoscerti, perché se sbagli c’è la morte. E non puoi scivolare. Alla fine, è arrivata la via in free-solo più esposta e difficile, “Orange Mecanique”. Ne feci altre, ma meno esposte.
Lei è a Cimai, la facevo per scaldarmi, la posso fare dieci volte al giorno senza cadere, e mi dissi: perché non farla in solitaria? Perchè comunque in solitaria è un’altra cosa, tutto cambia. Anche perché è così fine a livello di sensazioni che puoi perdere la concentrazione, e questo è lo scopo: vedere se uno riesce a concentrarsi abbastanza per farla. E impari un sacco di cose.
È anche il modo più puro per salire, niente artifizi, la massima purezza sulla roccia.

Tu e Manolo siete stati però criticati perché avete diffuso un messaggio dell’arrampicata del tipo No Limit…
Non capisco bene la domanda…le critiche, quelle oneste, permettono di evolvere, e le accetto. Non ho visto i film di Manolo, una persona che apprezzo moltissimo come uomo e come arrampicatore, nei miei volevo anche far vedere l’aspetto delle solitarie, che è una faccia dell’arrampicata. È una cosa pericolosa, ci vuole tempo ed allenamento, e io non volevo far sognare le persone con le solitarie, ma solo far vedere anche questo aspetto. Io ho avuto molti eco positivi, molte persone mi dissero che iniziarono ad arrampicare dopo aver visto i miei film, ed è abbastanza gratificante. Come per me furono le proiezioni di Bonatti, Desmaison. Ciascuna generazione passa qualcosa alla successiva.

Già…ma la tua precedente faceva alpinismo. Non l’hai più ritrovato?
Non ci sono ancora tornato del tutto. Nel 76/77 capii che per raggiungere il livello di scalata non potevo continuare con la montagna. Mi accorsi che un anno, allenandomi tutta una Primavera, ero diventato forte, ma poi feci la stagione estiva in montagna e al ritorno ci avevo messo tre mesi per tornare come prima. E allora decisi che mi conveniva la scalata.
Sono un po’ tornato all’alpinismo accompagnando Patrick nella sua prima parte della traversata, ma non so se si possono considerare le dolomiti come vera montagna, c’è tanta roccia e rientra nella mia specificità. Mi è piaciuto molto, più in là farò sicuramente montagna ed alpinismo, è magnifico, gli elementi mi piacciono e penso che ne avrò le capacità fisiche. Adesso devo approfittare di quello che posso fare su roccia.

Due protagonisti del libro, Berhault e Dal Pra’, mi hanno raccontato che li hai impressionati. E tu, chi ti ha mai impressionato?
Tanti e nessuno. Chi arrampica divertendosi ma nello stesso tempo spinge al massimo. Sono tanti, persone felici sulla roccia e consacrati totalmente alla scalata. Quest’ultima cosa non sempre è evidente. Ci sono persone che hanno poco tempo e lo sfruttano per arrampicare quanto altre che ne hanno tanto, e questo significa passione.

E tu, hai mai avuto idoli?
No, perché non sento il bisogno di averne. Ma ho ammirato enormemente moltissime persone, di tutte le generazioni. Le ho apprezzato perché hanno fatto evolvere le cose, e soprattutto perché avevano personalità ed onestà.

Sei anche conosciuto per chiodature tipo Céüse, non proprio di moda, oggi…
Céüse è un bel posto, ed è conosciuto anche per le sue cadute, gli spit sono un po’ lontani, ma sai, nell’83/84 le vie si aprivano anche dal basso, poi arrivò un certo tipo di calcare e attrezzare dal basso era impossibile…allora si accettò di chiodare dal basso. Ma per me fu difficile accettarlo, anche se capii che era necessario per progredire. Per me mettere degli spit voleva dire salire, ne mettevo il meno possibile perché ero abituato a trovarne uno ogni dieci/quindici metri e così piantarne uno ogni cinque metri mi sembrava una via ben protetta. Magari le persone dicevano che era un po’ esposta ma se non cadi a terra è una sicurezza enorme rispetto a quello da cui provenivo. E infatti penso che Céüse sia ben attrezzata, ha permesso di progredire, ha cominciato a dire: andiamo al massimo.
Oggi spesso se ne abusa, certe falesie superattrezzate…non lo ritengo nè bello nè necessario.

Quando una via è bella?
Quando mi attira! è soggettiva, come una donna…a qualcuno piace, ad altri no! L’importante è che sia completamente naturale, e che il posto sia naturale; per il resto tutti gli stili sono belli e interessanti…calcare, granito, fessura, strapiombo, placca, tutto può essere magnifico…una fessura può essere perfetta, per esempio.

E qual’è la tua opinione sulle vie lunghe spittate, tipo Ratikon?
Penso che vada molto bene per la scalata sportiva, e in più c’è l’ambiente bello. Posso concatenare lunghezze dure una dopo l’altra, e non è certo la stessa cosa farle a terra o a 200 metri da terra. Ci vuole molta concentrazione e preparazione. Comunque, non sono comparabili a certe vie della Marmolada dove hai anche altra esposizione.

Qual’è la differenza fra gli arrampicatori di oggi e quelli della tua generazione?
(ride) È evidente: quelli di oggi sono giovani, molto giovani.
Scherzi a parte, non saprei, c’è talmente tanta gente che arrampica. Ci sono quelli per cui è un modo di vivere, come lo fu per noi. C’è chi la considera uno sport, chi la conosce sui pannelli…per me è un’espressione di libertà, se stanno bene con se stessi comunque la pratichino va bene.
La vera differenza è nell’attrezzatura, Inghilterra a parte dove anche adesso c’è gente che fa cose molto dure ma esposte.

E che differenza c’è fra un 8a dell’83 e un 9a di oggi?
Ci si accorse che si poteva andare di più, e si cominciò ad allenarsi specificatamente. È soprattutto l’allenamento che ha permesso di avvicinare le prese e tenere quelle più piccole.
L’allenamento è la ragione del 9a di oggi.
Per me questi anni hanno voluto dire fare cose sempre più dure, lavorare più lunghezze.

Ma c’è ancora spazio per la scoperta?
Dipende…a livello di falesie sì, io ho la fortuna di poter girare il mondo e c’è un’incredibile quantità di roccia diversa! Per la progressione, lo spazio di scoperta è infinito, è evidente. Mi piacerebbe vivere a lungo per vedere le prossime generazioni, e per questo non concepisco le prese scavate, tolgono spazio alla scoperta. Quello che oggi è impossibile domani lo sarà sicuramente, è ridicolo scavare le prese.
L’evoluzione è infinita, se pensi che un blocco durissimo di 4 metri potrà diventare una pila di blocchi simili uno sopra l’altro…darà la difficoltà del domani, sicuramente.

Progetti?
Certo, è evidente, è il mio temperamento. Il mio carattere è di andare sempre avanti. Cercare la difficoltà crescente, trovare linee e falesie che mi motivano. Questa è semplicemente la mia vita, ma non solo per la scalata, perché in generale mi fisso sempre degli obiettivi.
Mi piace anche arrampicare per arrampicare, ma ho bisogno degli stimoli. Se non ti poni di migliorare, può diventare routine.

Ma dove trovi ancora la motivazione, e come si fa a trovarla?
È un bisogno, semplicemente. Sono 20 anni che arrampico, e ho bisogno di arrampicare tutti i giorni. Se non ci vado mi manca. E anche dopo i 4 anni della rivista la voglia si è decuplicata (ride). Divido con gli amici la fatica e i suoi momenti, quello che mi piace è il riposo dopo una giornata di fatica.

Perchè la scalata e non un altro sport?
Da giovane ho praticato molti sport, ma quando iniziai a scalare compresi che faceva per me perché mi dava molta gioia. Ed avevo delle attitudini. E poi era un buon pretesto per viaggiare e incontrare altra gente di altra cultura. Mi dava più soddisfazioni, mi sembrava desse di più alla mia persona e mi permettesse di imparare di più su me stesso.

Hai mai avuto periodi di crisi, di rigetto, di rifiuto?
Mai! (ride) proprio no, per quello che mi riguarda. Quando ho lanciato la rivista Rock’n wall ho cominciato ad arrampicare meno, è ovvio. Mi era stato chiesto, e c’era davvero la necessità. Non c’era niente di corretto in Francia sulla scalata, e non era rappresentativo su quello che per me rappresentava la scalata, la visione mondiale dell’arrampicata, la gente e i posti. È durata 4 anni, ma avevo voglia di tornare a scalare di più…e la mia visione delle rocce non è certo in ufficio. Questa rivista serviva, mi ha sovramotivato. Ma ora arrampico tutti i giorni.

Come mai così tanti arrampicatori in Francia?
Semplice, i media degli anni 80, la posizione geografica, una federazione che ha spronato le gare e lo sviluppo della scalata in generale.

Ma si sente dire che le vie dure in Francia siano semplici rispetto, per esempio, alla Germania, all’Est, all’ Italia…
Penso sia per uno stile differente. In Francia le vie sono soprattutto di resistenza, di continuità, mentre in Germania ho trovato molte vie corte, con passi di blocco. è uno stile completamente diverso, chi però riesce bene sui blocchi può trovare difficoltà nella continuità francese.
Io stesso se dovessi fare una via corta di 5/6 movimenti mi allenerei diversamente.

Placche e strapiombi: è vero che oggi gli arrampicatori hanno perso la tecnica su placca?
Sì, è sicuro, ma non è solo questione di tecnica. è anche una forza diversa, le prese sono piccole e le sollecitazioni articolari e muscolari sono diverse, e non sono le stesse che si allenano sul pannello.
Ho visto arrampicatori da 8b+ fare fatica sui 7a del Verdon, tecnici e di piedi. E oggi nel Verdon si sta tornando a chiodare questo tipo di vie, c’è un po’ di ritorno alla placca.
Per quanto mi riguarda mi piace andare su tutto, e quindi anche su un 8b di placca. è sicuramente un modo diverso di arrampicare e se vai sempre su strapiombo non puoi poi aiutarti su un muro verticale.

E perché ci sono così tante vie scavate in Francia?
Oh, non solo in Francia! È aberrante, per me è un’aberrazione modificare le prese. La scalata è decifrare correttamente ciò che la roccia può offrire e quindi per me è innaturale e ridicolo scavare la roccia. Per me è impossibile fare questo. Innanzitutto è una forma di rispetto per la natura, e poi per chi verrà. Quando fu chiodato il bombè di “Pichenibule” a tutti parve impossibile, e oggi è un normale 7b. Cosa lascieremmo al futuro se scavassimo tutto?
Penso che sia un modo di fare pretenzioso e presuntuoso, arrogante. Se non si riesce ad evitarlo, è meglio cambiare sport, ce ne sono tanti! Ognuno è libero di fare quello che gli pare, però…

Qual’è secondo te la via più bella in Francia?
Per me è molto semplice (ride)… “Biographie”! Anzitutto perché è naturale, poi perché è a Céüse, in una zona bellissima di una delle falesie più belle del mondo, poi perché gli appigli sono tutti vari e originali, poi perché dentro ha tutti gli stili, dalla continuità al blocco. Mi congratulo con Sharma perché a mio avviso è una delle più belle realizzazioni degli ultimi anni.

Quali sono le tappe importanti della scalata libera?
Per me…mmm…Preuss, sicuramente, che parlò della scalata libera in solitaria. Ma per me è sempre esistita, solo che esplose veramente negli anni 60 in Colorado grazie a persone come John Gill. Poi per l’Europa penso che bisogna parlare dell’80 quando comparvero molte nuove persone. E poi c’è l’aspetto delle protezioni, allora erano molto più lontane e ne condizionavano la pratica.

E la difficoltà del futuro da che cosa sarà data? Vie più lunghe o blocchi?
Sarà una successione di movimenti di blocchi concatenati a fare una via con il minor numero di riposi possibili. Ed è qui che la chiodatura entrerà in gioco. Se mi capisci, immagina una successione di lanci tale da non potersi fermare, neanche ogni tre metri. Può darsi che tu ti possa fermare solo due o tre volte a moschettonare nella stessa via. Per me la scalata estrema sarà così, l’esposizione entrerà obbligatoriamente in gioco perché il tutto sarà così difficile che non si potrà che raramente staccare una mano dalla roccia per rinviare. Per esempio 40 metri con soli due, tre possibilità di moschettonaggio. Così nasceranno successioni di blocchi molto dinamici, sezioni aleatorie e continuamente asfissianti, e ci vorrà anche un autocontrollo molto saldo per accettare di non potersi sempre proteggere.

Come convivi con gli sponsor?
Oggi è difficile per gli arrampicatori giovani, sono in tanti! Io sono stato fortunato, mi hanno sempre cercato e non ho mai dovuto fare nulla per averli. Scrivo per loro, testo i materiali, usano la mia immagine…e ho sempre avuto la massima libertà, anche perché non ho un carattere che si lascia stringere. Ai giovani consiglio di stendere regole chiare fin dall’inizio.

Sei stato il primo a scrivere un libro sull’allenamento supportato da un esperto scientifico; anche oggi circolano libri scritti da arrampicatori, con solo un’esperienza personale alle spalle. Che differenze trovi oggi nell’allenamento?
La differenza è soprattutto nei mezzi. Oggi ci sono i pannelli, le sale…noi avevamo solo i travi. L’allenamento è molto più specifico e più ludico. Una volta che conosci tutti gli ingredienti manca solo la motivazione…che poi è quella che serve sulla roccia. E ci sono stati passi avanti nelle conoscienze scientifiche, anche.

In quel libro scrivesti che gli arrampicatori sarebbero stati sempre più magri e con le gambe sempre più sottili; ciò si è poi in buona parte avverato, ma non pensi che ha talvolta prodotto dei fisici tutt’altro che armoniosi?
No, io dicevo rispetto alla media delle persone, se ti guardi in giro è quello che è avvenuto…io comunque piaccio alle donne (ride), almeno il mio fisico piace e non ho esagerato!

E dei tuoi famosi e leggendari massimali, le trazioni su un dito…
Sono già vent’anni che mi sollevo su un dito e non mi sono mai fermato! Ma sono sicuro che molti lo fanno. Non provo spesso i massimali, l’ultima volta, un mese fa, ho fatto una trazione monobraccio su una tacca di 8 millimetri…ma molti fanno sicuramente meglio. Credo che fisicamente il mio forte sia la capacità di recupero, ho 32 battiti al minuto a riposo e questo, nei test medici, ha fatto rilevare che recupero due/tre volte più veloce degli altri, consentendomi di allenare di più. Ma per il resto basta allenarsi un po’ di ore e tutto diventa possibile. Ma esprimersi sulla roccia è tutta un’altra cosa.

Quando hai raggiunto il massimo livello e come hai reagito?
Mah, personalmente continuo a pensare di non averlo ancora raggiunto (ride). Continuo a progredire su diversi stili. Chiaramente ci sono stati periodi di forma superiore, anni migliori, ma è perfettamente normale. È anche influenzato dalla vita fuori dalla scalata.
Ma questo per me è il mio motore, ogni volta che vado ad arrampicare ho l’impressione di non aver raggiunto il mio massimo perché ho ancora da fare molte cose. Mi baso su me stesso, ovviamente. Ci sono stati anni che andavo meglio su blocchi perché ne facevo di più, altri in cui toccava alla falesia o alle vie lunghe. Non è ancora arrivato il mio massimo.

C’è un progetto che hai dovuto lasciar perdere?
Oh, anche più di uno. Ho abitato per un po’ nei pressi di “Om”, la via di Huber, e un anno ho cercato di provarla. E non sono neanche andato male, sono anche riuscito a fare bene la sezione più dura, ma sentivo che ci voleva ancora un po’. Ma poi iniziò a piovere, e l’anno dopo non avevo più il compagno. Quindi l’ho lasciata perdere, anche se non perché fosse troppo dura. Ma non è detto che non ci torni.

E “Action Directe”? Non ti è mai venuta voglia di provarla?
Beh, sì, è la via della mia vita! Sono andato due volte in Germania per provarla e due volte pioveva ed era bagnata, e la Germania non è così vicina…come per “Om”, sono progetti che poi lasci lì, ci sono tante vie da fare anche qui, ma non si sa mai, se avrò ancora la forza e il livello per farla.

E hai dei dubbi su prestazioni altrui?
Ascolta, a 17 anni vivevo in un mondo che per me era pieno di menzogne e allora ho deciso di consacrarmi alla natura e alle sue rocce. Secondo me non c’erano inganni e dunque non mi sento preso da questo argomento nè ho voglia di parlarne. Se ci sono persone che ingannano è un loro problema, non mi toccano.

Molti, fra cui Gullich, hanno detto che l’arrampicata è viaggiare. Ma sembra che non per tutti sia così.
Viaggiare nella scalata è molto importante, permette di cambiare stile, di avere motivazione. A Yosemite ci si deve confrontare con le fessure, da altre parti con placche o strapiombi, e così via. Ogni posto ha il suo stile, e questo mi ha fatto progredire. Mi piace dare il massimo su qualsiasi stile, mi è sempre piaciuto, e per questo sono sempre stato appassionato. Dai blocchi alle vie lunghe, dall’esposto alla falesia, e poi calcare, strapiombo…ed è anche un pretesto per incontrare altre culture, mi ha sempre arricchito.
La scalata è un modo di vivere, viaggiare ne fa quindi parte.

E ci sono vie che ti piace fare più volte?
Ah, sì! Semplicemente perché mi piacciono, talvolta perché sono vicine e soprattutto perché mi piace arrampicare alla perfezione su una via, quindi economizzare le energie su ciascun movimento.
In genere quando faccio una via dura cerco di ritornarci, è un po’ un punto di riferimento, anche come allenamento. E mi permette di affinarla.

Ma ci si può annoiare nella scalata?
Non per me! Altrimenti avrei subito abbandonato. La sola cosa che francamente trovo noiosa nella vita di un arrampicatore è l’allenamento alla muscolazione che da vent’anni è più o meno la stessa cosa. Ma d’altronde servono per sentirsi leggeri sulla roccia. Ma sono allenamenti da palestra, sulla roccia non mi sono mai annoiato, su qualunque difficoltà. Mi piace, è la mia passione!

I tuoi amici sono solo arrampicatori? E… che ne è di compagne e bambini?
No, i miei amici non sono solo arrampicatori, ho amici in ambiti completamente diversi anche perché passando tutta la giornata sulla roccia a condividere con altri la scalata mi piace, al di fuori di questa, pensare veramente ad altre cose. Per quanto riguarda donne e bambini ora vivo bene con Mattia, una donna che mi darà una bambina a Maggio. Penso sia estremamente importante nella vita avere un figlio, ci ho messo tanto perché dovevo trovare…la mamma giusta!

Che diresti a dei bambini?
Di provare piacere e divertirsi. E di essere prudenti. La passione non va indotta, ma racconterei che l’arrampicata arricchisce.

E avresti delle storie da raccontare sulla scalata?
Oh, moltissime. Ma la storia nella mia vita di arrampicatore è che grazie alla scalata ho potuto vivere una bella storia. E questa è la più bella delle storie.

E di questa storia potresti scriverne un libro?
(ride) Certo che sì, ma dovrei fare qualcosa di diverso, ora, hai avuto una bella idea con questo libro.
Ma si può parlare per ore di scalata, a certe tue domande avrei potuto rispondere per ore, per un’intera notte. Quindi…chissà, ho già partecipato a dei libri e allora potrei farne uno sulla mia storia.

 

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