21 Mar Fiction K2: Messner si addormenta
Il film K2 – La montagna degli italiani, andato in onda lunedì e martedì scorsi su Rai Uno, è stato un flop. Quanto meno dal punto di vista critico, come provano gli sbadigli dello stesso Reinhold Messner e il fatto che Eric Abram, protagonista ancora vivo di quella bella pagina di storia alpinistica, non abbia riconosciuto nella pellicola la “sua” spedizione. Insomma, un’occasione sprecata per fare chiarezza su una vicenda per troppi anni oscura e per rinfrescare la memoria sul principale moto d’orgoglio nazionale (datato 1954) dopo le batoste della seconda guerra mondiale. Non solo. Un’impresa eccezionale come quella, in cui l’Italia aveva chiamato a raccolta i propri migliori alpinisti (salvo eccezioni come quella di Riccardo Cassin, rimasto a casa) per scalare il più arduo degli 8000 nonché seconda montagna della terra (8611 m), è stata ridotta al grottesco. Siamo certi che ebbero più presa sull’opinione pubblica e sul costume nazionale i cinegiornali di allora girati in povertà di mezzi (come attestano i tanti bar e ristoranti che ancor oggi portano il nome della grande montagna del Karakorum) di quanto sarebbe stata in grado di fare la neonata fiction della Rai. Se gli italiani degli anni ’50 avessero potuto sedersi davanti alla TV lunedì e martedì sera, probabilmente, avrebbero scelto nomi diversi anche per il proprio cagnolino.
Ne sono convinti anche Reinhold Messner, Rossana Podestà (compagna di Walter Bonatti) e Luigi Zanzi (uno dei tre saggi della relazione del Cai del 2004 che “indagò” sui lati oscuri della spedizione), i quali bocciano senza mezzi termini la fiction in due puntate andata in onda sulla rete ammiraglia della Rai.
“La mia impressione – sottolinea Zanzi – è che questa fiction abbia diminuito e ridotto in termini risibili una grande impresa alpinistica. Non è stata adeguata al tema per due motivi: prima di tutto se fai una fiction alpinistica devi sapere cos’è l’alpinismo d’alta montagna, mentre qui sembra che i protagonisti non siano mai saliti neanche su una collina. I movimenti, i passi, le cadute sono palesemente irrealistici. In secondo luogo, se anche è vero che una fiction ti lascia margini ampi di libertà, quando si fa intendere di essersi attenuti ai documenti di ricostruzione non puoi fare quel che ti pare e piace. Bisogna avere il coraggio della storia, di lasciar parlare i fatti ricostruiti dai documenti senza bisogno di arricchimenti vari”.
Un’altra caduta rilevante di questo “K2” home made della Rai (a ben guardare è una co-produzione italo-austriaca) è l’ambientazione: la pellicola è stata girata sulle alpi austriache, e si vede: “Attorno al K2 – precisa Reinhold Messner – ci sono solo morene glaciali, ghiacciai, e cime a perdita d’occhio senza alberi né abitazioni per centinaia di chilometri. Nei campi lunghi di questa fiction, invece, quando lo sguardo degli scalatori si proietta dalla montagna al fondovalle, si vedono le foreste e i masi delle alture dei dintorni di Innsbruck!”.
Messner lo confessa: “Nella prima puntata mi sono persino addormentato prima della morte di Mario Puchoz, per risvegliarmi subito dopo. Sono stupito io stesso: non mi è mai successo, è così raro l’alpinismo in TV che non posso perdermelo!”
Poi ci sono i personaggi. “Gli attori – continua Messner – quando cadono sembrano degli ubriachi, non ci sono mai scene di autentica scalate e la piccozza viene tenuta in modo errato. Bonatti viene presentato come un eccentrico concentrato sul proprio successo personale, mentre nella realtà sappiamo che fu fondamentale proprio per il gioco di squadra e che era convinto che il successo di quella spedizione passasse proprio attraverso il lavoro di tutti”.
“Bonatti viene ridotto a un fantoccio che fa il monello – gli fa eco Zanzi – un burattino che si diverte a fare il primo della classe, ovvero il contrario di quello che era, cioè un giovane convinto della necessità del lavoro d’équipe. L’ha ripetuto per anni e ora, in questa fiction, sembra quello che voleva far di tutto per andare in cima. La figura di Bonatti è stata tradita”.
In mezzo a questo disastro cinematografico qualche sprazzo di luce nell’aver mostrato, quanto meno, che la figura di Bonatti, in effetti, è stata decisiva per il successo di Achille Compagnoni e Lino Lacedelli: è stato lui a portare le bombole che, poi, hanno permesso ai due di arrivare in vetta.
“La figura che viene restituita al meglio – e su questo concordano sia Zanzi che Messner – è quella di Ardito Desio, il capo spedizione, geologo e scalatore, grazie anche a una bella interpretazione di Giuseppe Cederna”.
Se pensiamo a film recenti di alpinismo usciti in questi anni è evidente che La morte sospesa (Touching the void) di un regista doc come Kevin Mc Donald basati sull’omonimo libro dell’inglese Joe Simpson e North Face – Una storia vera (Nordwand) di Philipp Stölzl sono una spanna sopra, anzi, 8611 metri, quanto l’altezza del K2. Sarebbe interessante mettere a confronto i budget per capire se, oltre ad essere migliori, quelle pellicole sono anche costate meno. Certamente il contributo pubblico della "nostra" fiction è stato il più cospicuo, e di questo non c’è molto da rallegrarsi.
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