La Egger dei Ragni - Up-Climbing

La Egger dei Ragni

di Elena Corriero
 Il 2 marzo scorso, i Ragni di Lecco Matteo della Bordella e Luca Schiera hanno completato Notti Magiche, la via che sale l’inviolata parete ovest della Torre Egger. La vetta è stata il coronamento di un’impresa che Matteo Della Bordella e Matteo Bernasconi avevano iniziato nel 2011, sfiorando il successo nel 2012. Quest’anno sono stati Matteo Della Bordella e Luca Schiera a raggiungere la vetta, posticipando il ritorno in Italia per aspettare il bel tempo, mentre Bernasconi decideva di tornare indietro. Ma Matteo precisa che il successo è stato comunque un successo di gruppo, reso possibile dal sostegno dei Ragni e dai tentativi precedenti fatti con "Berna". 
Sul sito dei Ragni di Lecco potete leggere il report completo della salita; noi abbiamo deciso di farci raccontare i dettagli direttamente da Matteo Della Bordella.
Matteo, complimenti… Immagino tu sia contento.
Eh sì, alla grande! Finalmente a ‘sto giro è andata bene… Siamo arrivati in cima, è tre anni che provavamo ad aprire questa via, meglio di così…
La settimana scorsa avete coronato un progetto durato tre anni, che ha coinvolto tutto il gruppo dei ragni di Lecco. Com’è nato il progetto?
L’idea era nata tre anni fa, quando io e il Berna – Matteo Bernasconi – cercavamo un obiettivo impegnativo in Patagonia. Mario Conti e Carlo Aldé, due Ragni che hanno fatto salite importanti in Patagonia, Conti la Via dei Ragni, Aldè sul Cerro Murallon nel 1984 – ci hanno indicato questa come l’ultima grande big wall della Patagonia, su cui non era ancora stata aperta nessuna via.
È un obiettivo su cui abbiamo investito moltissimo. Da quando io e il Berna abbia deciso di provare il progetto abbiamo subito avuto tutto l’appoggio del gruppo, hanno creduto in noi, hanno investito molto in termini di energie e risorse, economiche e organizzative, in preparazione della salita. Poi, una volta che ci siamo trovati là, eravamo noi, allo sbaraglio, e ci siamo dovuti arrangiare.
Ripensando al 2011, diresti che ti mancava qualcosa che invece avevi quest’anno?
Be’, il primo anno mancate le condizioni meteorologiche, non saremmo saliti nemmeno se avessimo avuto una preparazione maggiore. MI mancava l’esperienza. Non sapevo che cosa volesse dire scalare in Patagonia, è tutto più grande, le distanze, le montagne. È più impegnativo che da noi perché sei consapevole che sei isolato, sei in due e non puoi fare errori, non c’è l’elicottero che ti può venire a prendere.
Sei lì da solo, davanti a queste pareti enormi, col tempo che continua a cambiare… Non è come essere sulle Alpi… Il primo anno ci è servito per capire come funzionava. Il secondo invece abbiamo fatto un ottimo tentativo, siamo arrivati veramente vicini a fare la via.
Dove vi eravate fermati, l’anno scorso?
Siamo arrivati 30 metri sotto quello che si chiama il Colle Lux o Giongo – Di Donà. Quest’anno abbiamo seguito una linea di versa, siamo arrivati al colle in un punto più basso e poi ci siamo ricongiunti alla Huber-Schnarf per arrivare in cima.
Che cosa avevi in più quest’anno, rispetto al primo?
Quest’anno avevo le idee chiare su quello che avrei affrontato, conoscevo bene la parete e sapevo quali dovevano essere le condizioni in parete per riuscire nella salita. Sapevo che cosa mi aspettava, e dunque ero più preparato dal punto di vista fisico e psicologico per affrontare una parete come questa.
Parliamo della parete. La Torre Egger è considerata una delle più difficili del mondo… Che cosa la rende tale?
La difficoltà dipende prima di tutto dall’ambiente, molto impegnativo. Sei molto lontano dal primo centro abitato, El Chalten; l’avvicinamento è di 45 km a piedi. Oltre a questo, la scalata è molto difficile. La parete è di roccia verticale e strapiombante, per la gran parte; ci sono fessure, ma sei sempre appeso, non c’è mai un terrazzo per fare una sosta decente. Scalare è faticoso. La scalata è tecnicamente difficile, richiede una buona preparazione atletica. Oltre a questo, un tratto di parete è esposto a scariche di neve e ghiaccio che arrivano dai funghi in alto. L’anno scorso questo problema ci ha toccato di più, era stato pesante… C’eravamo beccati la pioggia di ghiaccio, avevamo dovuto aspettare che diminuisse, scalare al mattino… Ci siamo presi dei rischi oggettivi che erano inevitabili. Quest’anno, per fortuna, è andata meglio: la stagione era più avanzata e la parete più pulita.
Però un bello spavento ve lo siete preso anche quest’anno…
Sì, è caduto giù un bel pezzone, proprio nel momento in cui eravamo indecisi se bivaccare o iniziare la discesa, di notte, stanchi… quasi un avvertimento. Erano le 17.30, ed essendo la parete una ovest, prende sole nel pomeriggio. Abbiamo quindi deciso di completare la discesa il mattino successivo, col freddo.
Nella salita avete usato le fisse che avevate piazzato nei tentativi precedenti. In che modo questo ha influenzato il successo della spedizione?
Tutte le corde che abbiamo usato erano quelle che avevamo piazzato gli anni scorsi; quelle sul primo pezzo erano quelle di due anni fa. Altre erano su da un anno. Avere le corde in posto certamente facilita la salita, anche se portarle su è uno sbattimento, soprattutto se sei solo in due. Cambia molto scalare tutti i tiri, in stile alpino, oppure risalirli con le jumar. Quasi la metà dei tiri, quest’anno, li ho risaliti con le jumar, senza scalarli. È un risparmio di tempo ed energie.
In termini di tempo… Quanta differenza di tempo c’è fra la salita di quest’anno e quella dell’anno scorso, in cui avete dovuto piazzare le corde?
Quest’anno non siamo mai arrivato nel massimo punto dell’anno scorso, abbiamo seguito una linea differente più in basso, che l’anno scorso non era percorribile. Nell’ultimo tratto di parete le corde fisse, erano state tritate dal vento. Le ultime due non c’erano più, più sali e più forte è il vento. Due tiri prima rispetto all’anno scorso abbiamo deviato, e siamo usciti a sinistra. L’anno scorso avevamo valutato che la via di quest’anno fosse troppo pericolosa, per la presenza di neve e ghiaccio che scaricavano.
A livello di tempi, l’anno scorso non siamo saliti in “one push”, una volta sola in parete; per arrivare a quel punto lì siamo andati in parete diverse volte, salendo e scendendo, lavorando sulla via almeno quattro giornate effettive.
Quindi anche se Matteo non era con voi, tutto quello che avete fatto l’anno scorso ha permesso il successo di quest’anno, o no?
Il grosso del lavoro onestamente è stato fatto l’anno scorso… Poi quest’anno abbiamo rifatto alcuni tiri, c’è stato da fare, ma la maggior parte dei tiri aperti li avevamo aperti io e Berna l’anno scorso.
È stato difficile per Matteo decidere di tornare indietro prima di poter tentare la salita? Soprattutto considerando l’investimento degli anni passati?
Le previsioni delle ultime settimane prima del previsto ritorno non promettevano bene. anzi. Anche altri arrampicatori, Huber, Lama, Auer parlavano di tornare indietro, perché non sembrava che arrivasse una finestra di bel tempo decisa. Berna ci teneva a fare i corsi per diventare istruttore delle Guide, i corsi iniziavano il 3 di marzo, quindi si è trovato davanti a un bivio.
Io e Luchino volevamo stare, ci tenevamo, credevamo fermamente nel bel tempo, speravamo nelle previsioni. Berna ha fatto una scelta più conservatrice, visto che anche rimanendo in Patagonia le chance di fare la via erano davvero basse. Non è tornato indietro col tempo super; se le previsioni avessero dato bello sarebbe rimasto anche lui…
Luca Schiera era alla sua prima esperienza fuori delle Alpi. Com’è andata? Come vi siete trovati?
É stata la sua prima spedizione, ma ha voglia e talento. Non s’è mai tirato indietro, si è trovato subito bene in quell’ambiente. Se non ti trovi subito bene, in cima a una parete come questa non ci arrivi. Soprattutto, mi ha colpito la consapevolezza di quello che lo aspettava, pur non essendosi mai trovato in una situazione simile. Cercava di capire, di entrare subito nella forma mentis. Ci siamo trovati subito bene… Anche perché come carattere è impossibile non trovarsi bene con lui, è la persona più buona del mondo.
Qual è la chiave del successo di una cordata?
Deve essere organizzato bene in parete. A noi è servita molto la salita all’Aguja Standhardt, per la via Festerville, quando siamo arrivati. Abbiamo sbagliato molte cose nel nostro approccio, volevamo arrampicare tutti e abbiamo perso troppo tempo; ognuno aveva lo zaino, e nessuno scalava bene. Se uno scala e gli altri salgono a jumar sei molto più efficiente. La salita ci ha anche aiutato a capire cosa portare, cosa ci sarebbe servito.
Per salire una parete di questo tipo devi avere le idee chiare: come affrontare i singoli tiri, che materiale serve, come deve muoversi la cordata in parete. Ovviamente servono delle condizioni meteo buone, noi non avremmo potuto fare la parete col brutto, magari qualcun altro sì.
Hai tirato tu tutti i tiri?
Sì, perché era la tattica più veloce ed efficiente. Avevo più esperienza e conoscevo i tiri. Sui tiri che nessuno di noi due aveva fatto, ai funghi di ghiaccio, il terzo giorno, gli ho chiesto se volesse andare lui. Quei tiri li ha fatti lui.
Che cosa avete provato arrivando in vetta, al di là della ovvia soddisfazione? Stanchezza, sollievo? O avete pensato subito che adesso vi toccava scendere?
Sapevamo che eravamo a metà strada, e che nella discesa dovevamo prestare altrettanta attenzione. La più grande tensione, il momento della gioia per il successo l’abbiamo avuto quando siamo arrivati al colle. Abbiamo sentito più lì la liberazione, che non arrivando in cima, anche se la vetta è stata il coronamento… Abbiamo capito che avevamo la salita in tasca quando siamo arrivati al colle, le incertezze si sono dissolte e abbiamo scalato gli ultimi tiri sulle ali dell’entusiasmo. Quando siamo arrivati in vetta pensavamo già alla discesa, dal colle ormai eravamo su un terreno meno ripido, dopo tutti quei metri in parete, su terreno strapiombante, senza mai una cengia su cui appoggiarsi. Eravamo psicologicamente più tranquilli, nell’ultimo tratto.
Ma non pensi per un attimo: cazzo, devo ancora scendere?
Sì, quello è il primo pensiero. Anzi, mi sono ripetuto più volte che non dovevo fare errori, perché in un ambiente simile gli errori li paghi. Visto che in discesa avevamo tempo stabile, ho preferito piuttosto perdere tempo, ma non fare errori, anche se di solito sono uno che vuole fare le cose il più veloce possibile.
Complessivamente direi che abbiamo fatto una salita perfetta, abbiamo usato tutti i giorni che avevamo. Avremmo potuto fare più in fretta, ma il tempo era stabile per 4 giorni, era sensato sfruttarli, non stavamo facendo una gara di velocità. Ci sono stati momenti di paura, risalendo le fisse, ma quelli sono inevitabili…
Nel tuo report hai parlato di momenti di paura. Qual è stato il peggiore?
Lo spavento più grosso l’ho preso l’anno scorso, con Berna, partendo per l’ultimo ipotetico tiro, stavo scalando in artificiale, avevo fatto la sosta e mi sono tirato sul chiodo che era il punto più alto della sosta. Il chiodo è uscito, poi è uscito il friend sotto, un altro nut è uscito e siamo rimasti tutti e due appesi solo su un friend. Sono passato sopra la testa di Berna e siamo rimasti tutti e due appesi solo a quello. È stato anche quello che ci ha fatto scendere durante quel tentativo. Forse è stato il momento di maggior paura da quando scalo.
E quest’anno?
Ho avuto davvero paura quando stavo risalendo una fissa, la calza si è rotta e sono scivolato giù per tre metri, rimanendo appeso alle jumar. Ero tranquillissimo perché la fissa sembrava in ottimo stato, quindi non avevo messo protezioni. Per fortuna alla fine è andato tutto bene.
Ci sono stati altri momenti, come quando è caduta la scarica, o i momenti di incertezza sull’ultimo tiro quando sono partito a scalare in libera, senza sapere se sarei riuscito a proteggermi o no, però le esperienze più intense le abbiamo vissute l’anno scorso.
Risalendo le fisse, valutavi in che condizioni fossero e decidevi se proteggerti o meno?
Sì, se le fisse erano in buono stato magari non mettevo niente, se erano in cattivo stato provavo ad appendermici, Luca mi assicurava dal basso e io cercavo di mettere protezioni. Se la fissa era spaccata o inservibile, partivo scalando. L’inizio era il momento più critico per proteggersi appesi a una fissa, salendo ci si avvicina di più alla roccia.
In montagna l’attesa ha spesso un ruolo da protagonista, e voi avete dovuto aspettare a lungo l’arrivo del momento giusto, del bel tempo. Come la vivi tu?
Sicuramente l’attesa è una parte importante delle salite in montagna, soprattutto in Patagonia. Se fai come abbiamo fatto noi questa volta e come fa tanta gente, che attende l’arrivo del bello a El Chalten, non è difficile. Scali, in falesia o sui sassi, stai in casa e guardi le previsioni.
Se sei costretto a stare in tenda su un ghiacciaio, invece, è impegnativo dal punto di vista mentale, le ore non passano mai, continui a pensare alla salita. Le fai passare con la determinazione. La testardaggine ci ha fatto rimanere anche quando ci veniva voglia di prendere e tornarcene a casa.
In che maniera ti sei preparato per la salita?
Normalmente io mi alleno perlopiù scalando su roccia, possibilmente vie lunghe, altrimenti
falesia o palestra in inverno. Prima di partire non ho fatto niente di specifico, solo vie lunghe o falesia, anche perché da noi è difficile allenarsi per una spedizione in Patagonia. In Patagonia si tratta di salite lunghe, dove cammini tanto. Fare una salita prima di attaccare la Egger, una volta arrivati in Patagonia, è stato fondamentale. Quando eravamo là abbiamo sviluppato e mantenuto la resistenza fisica, che è la componente fondamentale dell’arrampicata in Patagonia. Migliori solo quando fai quello sforzo specifico: la prima volta ci metti 13 ore per fare i 45 chilometri di avvicinamento e arrivi veramente stanco, l’ultima volta ce ne metti 10 e arrivi fresco…

Adesso che si è concluso un progetto che ti ha impegnato così a lungo, hai già in mente nuovi obiettivi? Una spedizione che bolle in pentola?
Stavamo cercando di organizzare per quest’anno una spedizione in Pakistan, sempre coi Ragni di Lecco. A me piacerebbe andare alla Torre di Uli Biaho, 6417 metri, dove c’è una big wall di 1000 metri. Sulla parete c’è una via aperta nel 1979 dagli americani, alla spedizione aveva partecipato anche Ron Kauk; è l’unica via che affronta la parete vera e propria.
Chi sarebbero i compagni ideali per questa spedizione?
A me piacerebbe un sacco andare con Luca e Matteo e magari altri due, per essere in quattro o in cinque. Per aprire una via è meglio essere di più, una cordata si può occupare della logistica e l’altra aprire, ci si può alternare in apertura… Essere in più persone significa anche più sicurezza.
Come mai non sei ancora riuscito ad andare in Pakistan?
Non è facile trovare persone interessate e che abbiano il tempo per una spedizione così lunga: si parla di 50 giorni. E bisogna considerare il problema dell’acclimatamento. Io non sono mai stato a quelle quote, sicuramente avrò bisogno di un acclimatamento lungo. Al massimo sono arrivato a 4600 metri, non sono mai salito sul Monte Bianco. Ho sempre fatto spedizioni non in quota, come la Patagonia, il Messico, la Groenlandia.
Il periodo dovrebbe essere quello fra il 25 giugno e il 15 agosto. Mi hanno consigliato, ad esempio Thomas Huber, di essere pronto per scalare nella seconda metà di luglio e la prima di agosto, il periodo più caldo col tempo più stabile.
Un’ultima cosa. Che cosa significa per te il successo sulla Egger?
Sicuramente si tratta di un obiettivo raggiunto, mi ha dato carica e fiducia. Sono sempre motivato a scalare grandi pareti, sento di essere sulla strada giusta. Essendo una salita importante, spero che mi aiuti anche nel mio progetto di vivere di alpinismo e arrampicata; il successo aiuta… contribuisce alla visibilità, permette di fare delle serate, magari trovare sponsor… E la cosa si riflette sui Ragni. Ho sempre sottolineato che questo è stato un successo di gruppo, che senza i Ragni non si sarebbe fatto nulla. L’appoggio del gruppo è stato fondamentale, non siamo mai stati messi in discussione, tutti hanno sempre creduto in noi, anche quando abbiamo fallito. Le decisioni non sono mai state criticate. È importante…
Vai al racconto di Notti Magiche sul sito dei Ragni di Lecco

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