26 Mar TÉLEIOS D16+
Matteo Pilon racconta la nuova via alla Tana del Drago
Sabato 9 marzo Matteo Pilon ha realizzato l’ascensione di Téleios D16+.
Si tratta di un’estensione di Aletheia D16, la già difficile via tracciata nella grande grotta della falesia Tana del Drago (Soccher, Ponte nelle Alpi, BL). Téleios percorre due terzi Aletheia e, dove le difficoltà di quest’ultima decrescono, devia su una nuova sezione, decisamente più difficile (questa parte ha anche una partenza a sé stante: Empeiria D15). Per questa combinazione è stato proposto l’inedito grado D16+. Il tetto lungo il quale corre la via è lungo 70 metri, sono necessarie quattro corde. Pilon ha concluso la salita in 27 minuti.
Di seguito Matteo Pilon racconta il rigoroso percorso mentale e fisico che lo ha portato alla realizzazione della sua linea.
Rileggendo l’articolo che scrissi per Up-Climbing in occasione della salita di Aletheia, mi è venuto un po’ da sorridere. Allora ero davvero convinto di aver spinto me stesso al di là del limite, di avere dato tutto quello che avevo per qualcosa che in effetti è abbastanza inutile: una serie di buchi nel soffitto di una vecchia cava, umida e profonda. Lo pensavo veramente e in un certo senso l’avevo anche fatto. Poi però con il tempo il germe di un’idea ha iniziato a diffondersi nei miei pensieri. In effetti il giorno della salita avevo sentito che c’era ancora un po’ di margine – come spesso accade – ma la ragione non era solo quella. Era una domanda che iniziavo a porre a me stesso: “Hai davvero fatto tutto il possibile per questa via?”. La risposta sincera era un “No” sempre più convinto.
Nel frattempo avevo speso la stagione invernale seguente a lavorare su un aspetto differente della mia disciplina: il flash, l’onsight. Avevo fatto grossi progressi soprattutto sul lato mentale, ma anche a livello di allenamento e nutrizione, e mi ero pure tolto qualche bella soddisfazione. Perciò all’inizio della scorsa estate questo germe di un’idea, che da mesi cresceva nella mia testa, aveva finalmente preso forma in un nuovo grande progetto. Avrei dedicato la mia intera stagione invernale a un singolo tiro, una variante di Aletheia così al di là di quanto avevo fatto due anni prima che questa volta avrebbe richiesto impegno totale. Da settembre in poi avrei rinunciato a tutto, alla vita sociale, alle mie altre passioni, alle abitudini, a qualsiasi cosa che non fosse in funzione di quella salita. Per mesi avrei lavorato sull’allenamento meticoloso, provando all’infinito i movimenti, perfezionando ogni singolo dettaglio della via. Con un’estenuante fase di carico durata due mesi a ritmi da dieci allenamenti a settimana. Una sperimentazione costante sulla dieta, l’integrazione e i sistemi energetici. Un mese di fame vera, forse la parte più dura di tutto questo viaggio, per asciugare il mio corpo, trovare un minimo e da là iniziare a ricostruire. Ma anche l’ossessione per i dettagli, le ore spese a studiare su libri, podcast e quant’altro ogni lato di questa performance. Le abitudini quotidiane di raccolta dati, di breath work, di meditazione e tutta una serie di protocolli per le giornate, fogli pieni di regole appese ovunque dal frigo di casa alla porta del bagno.
È stata una stagione davvero intensa e piena di soddisfazioni, con le prime ripetizioni di Archè e di Aletheia e i forti atleti internazionali che finalmente hanno inziato a misurarsi su quella via.
In questo turbine di giornate, impegno, dubbi ed emozioni, a un certo punto, quasi per magia, tutti i frammenti di quel caos si sono allineati. E con un salto quantico mi sono ritrovato in un corpo che non sembrava il mio, consapevole che la fine del viaggio era vicina. Quel sabato mattina ogni variabile era perfetta, sono salito alla grotta dove gli amici mi aspettavano, ho iniziato la mia routine di riscaldamento e un paio d’ore dopo stavo attaccando la via con una tranquillità che ancora fatico a crederci. La sera prima, ragionando su quei giorni, avevo scritto sul mio diario: “Devo provare a vivere la salita per quello che è: non come una sofferenza o un qualcosa da sopportare ma come uno dei momenti più importanti della mia vita. Quello a cui guarderò indietro più e più volte. Ricordati di sorridere, di goderti il momento. Ricorda quello che hai fatto per arrivare qui. Hai lavorato troppo per non godertelo a pieno…”.
Così è stato. Un’esecuzione praticamente perfetta. Sono passato su Archè e attraverso il chiave di Aletheia in tempi da record, mi sentivo leggerissimo sia fisicamente che mentalmente. Poi mi sono preso il mio tempo prima di ognuno di quei passaggi estremi che caratterizzano la parte finale della via. Sono venuti tutti armonicamente. Mi sono goduto ogni prospettiva, i riposi, il mio fisico al suo apice e l’incitamento degli amici. Mi sono anche ricordato di sorridere. In catena ci sono arrivato ancora fresco, il che potrebbe aprire tutta una serie di nuove considerazioni sul futuro, ma a quelle ci penserò più avanti.
Se la “morale” della salita di Aletheia era un’esortazione a buttarsi su progetti più grandi di sé stessi, quella di Téleios cela il perchè sia importante farlo. La chiave di lettura sta proprio in un’altra frase scritta in quella pagina di diario della sera precedente la salita: “Il modo migliore per onorare quello che hai fatto è portarlo con te ogni giorno. Domani hai il diritto di mollare la presa ma ricordati di quel rigore e di quello che hai imparato in questi mesi. Perché hanno fatto di te una persona migliore. Altrimenti non sarà stata una crescita ma soltanto una parentesi”.
Il vero senso di questi progetti non sta nei record o nella gloria di essere stato il primo, ma nella maniera unica in cui diventano lo specchio di chi sei veramente. Non nascondono i dettagli, non consentono scuse e ti costringono a un’azione che altrimenti non avresti le forze di fare: cambiare.

Sopra: foto Daniele Rizzo.
In copertina: foto Luca Battocchio.
Matteo Pilon ringrazia tutti gli amici che hanno dedicato gran parte del loro tempo a supportarlo, ma anche chi lo ha seguito da lontano o lo ha sostenuto anche solo con un messaggio. Una menzione speciale agli sponsor, soprattutto a Blackyak ed Eliteclimb, per l’attrezzatura futuristica e la filosofia ammirevole.

