INSIDE: GIAN MATTEO ROBOCOP RAMINI - Up-Climbing

INSIDE: GIAN MATTEO ROBOCOP RAMINI

A TU PER TU CON THE REAL ROBOCOP

Intervista allo scalatore Gian Matteo Ramini, medaglia d’argento nella categoria RP1 in coppa del mondo paraclimb.

Classe 1997, Gian Matteo Ramini era una promessa del kung fu. Poi, nel 2015, un incidente l’ha costretto a rivedere da capo a piedi la sua vita. Il coma, la carrozzina, l’impossibilità di muoversi e fare sport. Nella sua testa esisteva un solo obiettivo: fare dello sport la sua vita. Non riuscire a muoversi però potrebbe essere un grande ostacolo per uno sportivo. Rabbia, risentimento, rinascita. Gian Matteo diventa RoboCop. L’ostacolo non esiste più.

Eccoci, RoboCop! Da cosa deriva il soprannome? Come mai hai scelto di fare diventare una presa in giro il tuo marchio di fabbrica?

Era il 2017 tipo, oddio, forse 2016… Mi ricordo che ero in centro con amici e, ad un certo punto, forse avevo il bastone per camminare… Comunque, ad un certo punto vedo da lontano due sbarbini che iniziano a scimmiottarmi, facendo movimenti robotici e dicendo “Chi è quello? RoboCop?”. Sono diventato arancione, poi rosso, poi blu e poi nero. Li avrei uccisi. Un’amica che era con me, mi ha poggiato una mano sulla spalla e mi ha detto: “Fregatene, fai come non esistessero.” Me la son dovuta far passare! Il giorno dopo, con la stessa compagnia, avevamo una serata da passare in un locale, dovevo prenotare il tavolo e allora l’ho prenotato a nome RoboCop. Prima l’ho buttata sul ridere, poi mi son guardato allo specchio e, essendo molto analitico, mi son detto: hanno ragione. Ho provato a fare la danza del robot, non era il mio… E RoboCop è stato! Da lì è diventato il mio marchio  e non me lo sono ancora tatuato, ma prima o poi…

Dal kung fu all’arrampicata, come mai hai iniziato a scalare?

Quando ho avuto l’incidente, io non mi sono mai accettato. Non mi fregava nulla, io volevo solo tornare come prima. Poi, quando ho cominciato a lasciare la carrozzina, anzi, ero ancora in carrozzina… Comunque. Mia mamma cercava sempre di trovare delle cose che si potevano fare con la mia patologia e ha trovato che l’arrampicata poteva funzionare, in Germania c’erano stati casi con ottimi risultati. Poi, lei non è che mi ha detto vuoi provare, mi ha messo lì e mi ha detto: “Scala.” Io non ne avevo voglia, volevo fare il kung fu, poi andavo lì e mi divertivo, però chepppalle, io volevo il kung fu. Un giorno mi han proposto di competere. Non sapevo che facessero le gare! Non è neanche che mi andasse, però ho detto… Provo! Allora c’è stata Montebelluna 2016. C’era tutta la mia squadra di kung fu ad incitarmi. A me non pesava vedere gambe svolazzanti o ciechi che ti saltano addosso, alcuni di loro compreso mio papà erano un po’ straniti. Pensa, mio padre era andato in bagno e aveva trovato una gamba! Un gamba, con pantalone e tutto, ma senza corpo! Ho gareggiato ed ho subito pensato… Sai che c’è? Del kung fu non me ne sbatte più nulla, voglio fare questo! Abbiamo sentito dei pareri medici, anche fuori dall’Italia. Gli ho chiesto se avrei dovuto continuare e i medici mi dissero che non avevano mai visto una ripresa così importante come la mia, mai! E poi sai cos’è? Mi ha ridato l’indipendenza che mi mancava. Le gare mi gasano di brutto, sia in Italia che fuori Italia. 

 Cosa ti ha trascinato nel mondo del paraclimb a tal punto da allenarti ogni giorno? 

Semplice… Per me non è paraclimb: per me è sport a livello agonistico. Fine. Prima facevo kungfu a livello agonistico. Mi allenavo tutti i cazzo di giorni. Studiavo la notte, ogni pomeriggio mi allenavo e ogni mattina andavo a scuola. Il sabato uscivo, anche se era il giorno in cui facevo gambe ed ero a pezzi. Per me è agonismo e sport, fine, non c’entrano l’handicap. Io ho un po’ una visione mia della disabilità…

Medaglie di ogni colore, qual è la gara che ricordi con maggiore soddisfazione?

Beh, ogni cazzo di gara è a sé, però forse Villars 22, la prima volta in cui sono salito su un podio internazionale. Una gara a cui penso però, non per la soddisfazione, ma per aver sdoganato la disabilità, è Briancon 2017. C’era Simone Salvagnin, stava parlando con Ale Biggi e gli fa: “Oggi noi orbi siamo tot”. Mi ha stranito, gli ho chiesto di ripetere. Sai cosa mi ha risposto? “Eh, inutile girarci intorno, noi non vediamo nulla, siamo orbi. Non ne facciamo uno in quattro!” Da lì c’è stata la svolta. Son sempre stato molto autoironico, però all’inizio mi dava fastidio che qualcuno facesse battute strane, anche se magari erano le stesse che facevo io! Sai, all’inizio storcevo un po’ il naso poi più nulla: ho sempre avuto quel carattere lì deciso, poi l’incidente mi ha sbloccato proprio. L’ha fatto sbocciare. 

Passando ai tecnicismi: RP1. Cosa significa questa sigla? Chi gareggia in questa categoria? Quali sono le principali difficoltà per un paraclimber RP1?

Letteralmente sarebbe range power, con il numero che indica la gravità, l’uno è il più grave. In pratica ci stanno un po’ tutti i neurologici, tutti quelli hanno problemi sulla potenza, mobilità ecc. Uno è il livello massimo, due è di metà, quelli messi benino, il tre son quelli messi da dio, che poi da dio più o meno, però… Le difficoltà principali sono sull’ampiezza dei movimenti e sulla potenza, poi in generale i neurologici. In breve sono quelli che non beccano un canale, o che magari lo beccano anche, ma non riescono a tradurlo in azione, un po’ come se fossero sempre ubriachi Qui viene da ridere perché quando mi ubriacavo da ragazzino camminavo più storto di come cammino ora! 

Nel futuro, come vorresti che si evolvesse il mondo del paraclimb?

Si sta già evolvendo e si sta evolvendo bene, infatti si mira alle paralimpiadi del 2028. Non so dirti sul lato politico come possiamo essere messi. Nel senso, magari sbaglio e dovrei interessarmici di più, però io penso solo a scalare ed allenarmi, allenarmi e scalare, l’agonismo è la mia ossessione. Raggiungere gli obiettivi e fine. 

Ultimissima: che consiglio daresti al Gian Matteo di prima del coma? E quale al Gian Matteo che si sveglia dopo due mesi di sonno?

Allora. E’ una bella domanda. Non riesco a darti una risposta però. Prima dell’incidente il mio obiettivo era comunque incentrato sullo sport. Dopo l’incidente ho pensato: “Cavolo…Ed ora?” C’era un po’ di scompenso, però poi ho continuato a perseguire la stessa cosa a cui aspiravo prima dell’incidente. Con il tempo ci son riuscito, spingendomi anche più lontano  forse di più di quanto pensassi di poter arrivare. Vivo di sport a trecentosessanta gradi: a livello teorico, sto facendo la magistrale, voglio insegnare; al livello pratico con quello che sto combinando. In quarantena, pensa, ho risentito delle vecchie amicizie. Avevo messo su una piccola classroom a tema training, sentivo una mia amica e ogni giovedì ci sentivamo e la allenavo. Paradossalmente uno pensa ad un quarantena vissuta male, io invece l’ho vissuta bene: mi allenavo duro e facevo un botto di esercizi a secco. In più passeggiavo col cane e studiavo. Sette su sette così, stavo alla grande!

La stagione è in pieno svolgimento, manca poco alle gare internazionali: in bocca al lupo, RoboCop!

Fonte Gian Matteo Ramini

Cortesia foto OutThere Collective per FASI

Alessandro Palma

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