APERTA STONEWALL A TSARANORO DA LÓPEZ E ÚBEDA - Up-Climbing

APERTA STONEWALL A TSARANORO DA LÓPEZ E ÚBEDA

500 metri di granito: il 29 e il 30 luglio 2026 Manuel López e Alex Úbeda hanno aperto ‘Stonewall’, una nuova via lunga sulla parete sud del Tsaranoro Atsimo in Madagascar. Il nome della via fa riferimento alle rivolte di Stonewall del 1969 a New York, un episodio ampiamente considerato fondamentale per il moderno movimento per i diritti LGBTQ+.

Splendido granito di Tsaranoro. Fonte: Alex Ubeda

La Valle del Tsaranoro continua a confermarsi uno dei grandi templi mondiali per l’arrampicata su big wall. Tra placche monolitiche e linee d’aderenza leggendarie, la cordata composta da Manuel López e Alex Úbeda ha tracciato una nuova ed esigente linea sulla severa parete sud del Tsaranoro Atsimo: 500 metri di sviluppo per 9 tiri (con difficoltà fino al 7b+ e un grado obbligatorio di 7a), aperti rigorosamente dal basso e in libera.

Alex e Manuel in vetta, fonte: Alex Ubeda

Di seguito, il reportage e il racconto in prima persona dell’apertura firmato da Alex Úbeda.

La valle del Tsaranoro è uno di quei luoghi che si fa fatica a credere reali. Enormi pareti di granito si ergono su un paesaggio che sembra uscito da un film e, quando te le trovi davanti per la prima volta, il concetto di giorno di riposo inizia a perdere parecchio senso. Dopo aver attraversato mezzo mondo per arrivare in Madagascar, avevamo chiaro in mente che avremmo scalato tutto ciò che la pelle e il dolore ai piedi ci avessero permesso: bisognava sfruttare i giorni che avevamo a disposizione. Abbiamo iniziato salendo alcune delle classiche della valle come Out of Africa, Le Crabe des Pinces d’Or o la via de las Rubias e ben presto abbiamo cominciato a guardare le pareti alla ricerca di una linea che avesse ancora qualcosa da dire, specialmente quella del Tsaranoro Atsimo. Sulla sua parete sud abbiamo trovato una placca di granito praticamente liscia con tratti verticali, punteggiata da piccole “ondine” che davano un po’ di rilievo. Alex non ha avuto dubbi: «Passiamo da lì». Io, più abituato al calcare, non la vedevo così evidente. Non c’erano fessure, né troppi riferimenti che spiegassero come diavolo saremmo saliti. Abbiamo stimato circa 400 metri e ci siamo messi a preparare la logistica: un centinaio di piastrine, friend, trapano, batterie e 150 metri di corda per fissare la parete. Per fortuna, Abel e Urko ci hanno prestato 100 metri di corda statica e abbiamo potuto organizzare l’apertura in due giornate: avremmo scalato 250 metri, fissato la corda e saremmo scesi al campeggio a caricare le batterie per poi risalire. I primi tiri sono andati via veloci, su un granito nero, a grana grossa e straordinariamente aderente, solcato da canalette. La difficoltà dei tiri ci ha permesso di procedere aprendo in libera, piazzando le protezioni solo dove potevamo davvero fermarci a trapanare e concatenando tutte le lunghezze. Non era questione di cercare posizioni ideali: se non potevamo fermarci, toccava continuare a scalare. Avevamo portato qualche cliffhanger per sicurezza, ma hanno fatto turismo per il Madagascar, perché non li abbiamo usati nemmeno una volta. I primi cinque tiri sono filati via a buon ritmo. Al quinto, Alex è rimasto senza batteria e, mentre gli passavo quella di riserva con la corda ausiliaria, questa è caduta giù per la parete, seguita poi da una piastrina e da una punta del trapano. Alex è riuscito a sfruttare al limite la batteria rimasta e, sebbene abbia finito per bruciare la punta, è riuscito a piantare un fix da cui potersi calare. Abbiamo dato per conclusa la giornata e quella sera ci siamo uniti alla grigliata con Urko, Abel, Llur, Mikel e i lavoratori del campeggio. Il problema delle grigliate è che il giorno dopo bisogna svegliarsi presto. Il 30 luglio è toccato risalire con le jumar i 250 metri di corda fissa. Come se non bastasse, una volta arrivati su abbiamo scoperto che la punta buona era rimasta giù, nel sacco alla base della via. Così è toccato scendere e risalire di nuovo. A Manolo, a cui riposare non è mai riuscito particolarmente bene, la situazione è andata persino a genio e si è fatto 500 metri di jumar per colazione. Il sesto tiro è stato quello in cui la via ha iniziato a farsi seria. Una canaletta molto continua e tecnica costringeva a scalare entrando e uscendo da essa, cercando l’aderenza sulla placca e rientrando nella canaletta per guadagnare qualche metro. Il problema era trovare un punto dove potersi fermare a trapanare. Il pensiero si ripeteva: «Cavolo, qui non mi posso fermare e sono già abbastanza lontano… vediamo se poco più sopra sto più comodo». E così, metro dopo metro, fino a trovare finalmente un posto dove poter piazzare la piastrina successiva. Il tiro è toccato a Manolo e, dalla sosta, Alex non smetteva di chiedere: «Ma è così difficile?».

In apertura, fonte: Alex Ubeda

Stonewall, fonte: Alex Ubeda

La risposta, mentre lottava con la canaletta, è stata abbastanza chiara: «Beh, non so… a Murcia non ce ne sono di queste cose, come diavolo si scala qui?». Alla fine, il sesto si è rivelato il tiro chiave, 7b+ su circa 60 metri e dieci piastrine, nonché l’unico in cui abbiamo usato qualche friend. Dopo il sesto, il settimo è stato un autentico regalo. Una traversata di aderenza che ha messo a dura prova i nostri polpacci portava come per magia a un’altra canaletta, stavolta più profonda, che permetteva di scalare all’interno a camino. Una vera follia di tiro. Nelle due lunghezze successive abbiamo recuperato il buon ritmo, mantenendo lo stesso stile di granito e scalata tra le protezioni. La nostra stima iniziale di 400 metri è stata un po’ ottimistica e la via ha finito per raggiungere 500 metri e nove tiri. E poiché non capiamo molto quelle vie che finiscono prima della vetta, abbiamo lasciato il materiale e camminato per altri 300 metri fino a raggiungere la cima del Tsaranoro Atsimo. Avevamo aperto l’intera linea in libera e concatenato parecchi tiri durante l’apertura, ma il quinto e il sesto erano rimasti in sospeso. Il 6 agosto siamo tornati per concatenarli e confermare i gradi. Questa volta conoscevamo perfettamente la linea: avevamo la magnesite, sapevamo dove stringere e dove si trovavano le piastrine. In teoria, tutto sotto controllo. Fino a quando non abbiamo iniziato a trovare alcuni distanziamenti; inevitabilmente compariva il pensiero: «Ma a che diavolo stavo pensando per mettere questa piastrina così lontana?». Abbiamo tremato in alcuni di quei tratti. Alla fine siamo riusciti a concatenare i tiri mancanti e a chiudere il progetto. Il nome Stonewall fa riferimento alle rivolte di Stonewall del 1969 a New York, un episodio considerato fondamentale per il moderno movimento LGBTI. Un piccolo omaggio a chi ha iniziato a spingere contro quel muro. Stonewall rimane come una via di 500 metri e nove tiri, sulla parete sud del Tsaranoro Atsimo, con una difficoltà massima di 7b+ e un grado obbligatorio di 7a. Una scalata di aderenza su granito nero e canalette, bellissima, tecnica e continua, con quel pizzico di ingaggio che non ti permette di staccare troppo la testa tra una piastrina e l’altra. Si scende in doppia lungo la via stessa e rimane all’ombra per l’intera giornata. Da Camp Catta ci vuole circa 1 h e 15 min fino all’attacco. Guardando indietro, ne era valsa la pena. Avevamo trovato esattamente ciò che cercavamo quando avevamo deciso di aprire: una linea nuova, bella e sufficientemente esigente da portarci svariate volte fuori dalla nostra zona di comfort. Ma probabilmente questa è solo una parte di ciò che ci portiamo via dal Madagascar. La via rimane sul Tsaranoro. Noi torniamo con l’esperienza. E con una gran voglia di ritornare.

Foto di anteprima: i due alpinisti in vetta, fonte: Alex Ubeda

Topo della via, fonte: Alex Ubeda

Alessandra Prato

 

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