HANAN PACHA, 200m - 7b - Up-Climbing

HANAN PACHA, 200m – 7b

UNA NUOVA VIA SULLA TORRE MAKI MAKI

Luciano Brucoli, Roddy Enzo Carreño Lay e Sergio Castro firmano l’apertura di Hanan Pacha (200m – 7b), una nuova via sulla Torre Maki Maki, in Perù.

L’esplorazione alpinistica incontra la cultura ancestrale delle Ande: Luciano Brucoli, Roddy Enzo Carreño Lay e Sergio Castro firmano l’apertura di Hanan Pacha, una nuova via sulla Torre Maki Maki, nel cuore della Valle Sacra degli Inca in Perù. Tra la ricerca dei permessi concessi dall’assemblea della comunità locale e il rispetto rigoroso per la montagna sacra, l’Apu Pitusiray, il racconto ripercorre le tappe di una spedizione autentica: dalle lunghe fessure incise nel conglomerato ai gelidi notturni in quota, fino all’incontro ravvicinato e quasi mistico con un condor andino. Un’avventura fatta di arrampicata tradizionale, forte spirito di squadra e profonda immersione nella visione del mondo quechua.

“L’esplorazione verticale è sempre stata il filo conduttore del mio modo di vivere la montagna. Non mi interessa soltanto raggiungere una vetta; ciò che continua ad affascinarmi è immaginare una linea dove ancora non esiste, leggere una parete sconosciuta e provare a trasformare quell’intuizione in un itinerario. Pochi mesi prima ero rientrato dal Vietnam, dove avevo aperto una nuova via, sulla big wall del Cu Nhu San. Ancora immerso nei ricordi di quell’esperienza ricevetti una chiamata da Roddy Enzo Carreño Lay. Dopo i saluti di rito mi dice: «Devi vedere queste montagne.» ed ha cominciato a descrivermi l’Apu Pitusiray, sopra Calca, nella Valle Sacra degli Inca nella regione di Cusco in Perù. Enormi torri di conglomerato quasi sconosciute all’alpinismo. Una montagna i cui abitanti, da sempre, considerano sacra. Quella telefonata ha riacceso i miei sogni e rinnovato la mia passione verso l’esplorazione di nuove pareti. Nei mesi successivi il progetto ha preso forma. Avevamo la necessità di costruire la squadra, come succede in ogni spedizione. Ho cercato di coinvolgere alcuni amici molti dei quali, nonostante l’entusiasmo del momento, hanno rinunciato tutti per motivi diversi. Alla fine siamo rimasti in due.”.

“Quando sembrava che la spedizione potesse tentennare si è unito a noi Gerard un ragazzo della comunità locale che frequenta la montagna e a seguire Sergio Castro. Era il gruppo giusto, piccolo, affiatato e con comunione di intenti e visioni. Il 6 luglio ci ritroviamo a Cusco. L’ultima giornata, nella civiltà, scorre tra acquisti, preparazione del materiale e sistemazione di oltre cento chili di attrezzatura: corde, trapano, spit, friends, viveri e tutto quello che servirà per vivere diversi giorni in completa autonomia. Partiamo da Cusco alla volta di Pisac dove trascorriamo la notte. Il giorno dopo raggiungiamo Calca do dove si parte per risalire l’altopiano del Pitusiray. Sull’altopiano ci aspetta Victor, il presidente della comunità locale. Prima ancora di preparare la spedizione, abbiamo dovuto chiedere i permessi per poter realizzare il nostro progetto. Nella cultura quechua gli Apus sono montagne vive. Non semplici rilievi geografici, ma spiriti protettori del territorio e delle comunità che vivono nelle valli. Il Pitusiray è uno degli Apus più importanti della Valle Sacra ed è questo il motivo per il quale queste pareti sono rimaste quasi sconosciute agli alpinisti. Roddy vive da anni a Pisac e conosce profondamente questo territorio. È stato lui a presentare il progetto durante l’assemblea della comunità.”.


“Una volta al mese gli abitanti si riuniscono per discutere tutto ciò che riguarda la vita collettiva: la gestione del territorio, i problemi del villaggio, i lavori comuni e anche le richieste di accesso alla montagna. Il nostro progetto viene discusso per due assemblee consecutive. Solo dopo aver spiegato cosa volevamo fare, come avremmo operato e il rispetto con cui ci saremmo mossi su quella montagna è arrivata l’autorizzazione. È un gesto che ci responsabilizza fin dal primo passo. Victor decide di accompagnarci con i suoi cavalli fino al luogo dove sorgerà il campo base. E questo dettaglio racconta molto più di qualsiasi cartina. Attraversiamo i pascoli d’alta quota fino a raggiungere un piccolo impluvio dove scorre acqua tutto l’anno. Poco distante cresce un bosco di queñua, l’albero simbolo delle alte Ande. Lungo il tragitto Victor ci racconta alcune storie legate al Pitusiray e arrivati al margine del bosco preferisce fermarsi. Sorride e ci dice: «Da qui in avanti la montagna farà il resto.» Scaricati i cavalli Victor riprende il sentiero per il ritorno. Con noi rimane invece Gerard, una giovane guida del Pitusiray conosce sentieri, valloni e lagune, ma anche per lui è la prima volta che trascorre diversi giorni vivendo lassù. Diventa presto un compagno prezioso. Ci insegna a riconoscere alcune piante commestibili che finiscono nelle nostre cene e ci racconta il significato delle costellazioni secondo la tradizione quechua. Di notte, seduti davanti al fornello, indica le strette torri di conglomerato illuminate dalla luna e ci parla dell’energia che, secondo la cultura andina, attraversa quelle cime come un ponte tra la terra e il cielo. Non è necessario cercare spiegazioni, basta ascoltare.”.


“Più passano i giorni e più ci rendiamo conto di essere ospiti di un luogo la cui identità è molto più antica dell’alpinismo. Dopo una giornata dedicata all’acclimatamento raggiungiamo la parete, dal campo base serve circa un’ora e venti minuti di cammino per raggiungere la base della parete. E’ evidente fin da subito che così non può funzionare: spenderemo molte energie e tempo ogni giorno sacrificandole alla scalata. Decidiamo così di costruire un campo avanzato ai piedi dello zoccolo erboso della torre. Sarà la nostra casa per il resto della spedizione. Di notte la temperatura scende abbondantemente sotto zero. L’acqua congela, le corde diventano rigide e ogni cosa si copre di ghiaccio. Poi arriva il sole. La parete, comincia a ricevere luce soltanto verso le undici e mezza del mattino. È allora che la parete si asciuga e si può iniziare a lavorare. Attacchiamo la via. La via viene aperta interamente dal basso. Il conglomerato alterna sezioni magnifiche ad altre più delicate. La qualità è variabile, ma la linea appare sempre più evidente. Il primo tiro è protetto interamente a spit. Poi la parete cambia carattere: cominciano le fessure. Friends, dadi e qualche spit si alternano seguendo la logica naturale della montagna. Alla fine di ogni tiro fissiamo le corde statiche, per risalire agevolmente fino al punto raggiunto per pulire la roccia. Fin dal primo giorno, una sezione ha catturato la nostra attenzione: un grande diedro fessurato, verticale, pulito, perfetto. Sembra essere stato creato apposta per essere scalato. Ogni sera torniamo ad osservarlo dal campo, studiamo come raggiungerlo ed immaginiamo la linea per raggiungerlo.”.


“Quando finalmente ci arriviamo capiamo di aver scelto bene. Il condor arriva senza fare rumore. Sono sul quarto tiro, immerso nel diedro che per qualche giorno ho osservato osservo dal campo base, e sono alla ricerca di una soluzione per progredire, cercando le fessure con le mani ed i piedi in appoggio sulle piccole rugosità del conglomerato. Il sole ha finalmente fatto la sua comparsa sulla parete, e ha iniziato a sciogliere la brina della notte Intorno, il silenzio mistico delle Ande. La voce di Roddy sale dal basso interrompendo i miei pensieri: «Luciano… guarda.» Mi volto e lo vedo: un enorme condor andino mi passa davanti, così vicino da distinguere ogni piuma delle ali. Non si limita ad attraversare il cielo. Rimane con noi. Sfrutta le correnti ascensionali che risalgono la parete, disegna grandi cerchi, si allontana e poi ritorna. Per lunghi minuti sembra accompagnare la nostra progressione lungo quella fessura perfetta. È la prima volta che ne vedo così da vicino. Per un momento smettiamo persino di scalare. In quel silenzio sospeso, tra il vuoto e il cielo, capisco che questa spedizione è diventata qualcosa di molto più grande di una semplice apertura. Il quarto tiro è senza dubbio il cuore della via: una lunga fessura continua che offre un’arrampicata elegante, interamente proteggibile con materiale tradizionale. Il quinto tiro prosegue sulla stessa logica, aumentando l’impegno fino al passo più difficile dell’intero itinerario. Sono quei tiri che ogni apritore spera di trovare, non perché siano i più duri, ma perché sembrano già esistere ed aspettano soltanto qualcuno disposto a salirli e ad interpretare lo spirito della montagna.”.

“Il 19 luglio raggiungiamo finalmente la cima della Torre Maki Maki. Da lassù il Pitusiray mostra tutta la sua forma: una gigantesca mano di roccia di cui abbiamo appena salito il pollice. Ci guardiamo senza dire molto. Non servono le parole. Siamo tutti consapevoli di aver vissuto qualcosa di raro. Nei giorni successivi torniamo sulla via per scalarla integralmente in libera, verificando ogni lunghezza e completandone la prima ripetizione. Manca soltanto il nome. Ne parliamo per giorni, senza trovare quello giusto. Nessuno dei nomi che ci viene in mente riesce a raccontare davvero ciò che abbiamo vissuto. Poi ritorna il pensiero di quel pomeriggio sul quarto tiro. Il grande diedro che aveavamo osservato dal campo base per quasi una settimana. La roccia finalmente solida. Le protezioni che entrano una dopo l’altra e il condor che ci osserva incuriosito. Non come un simbolo da interpretare, ma come uno di quegli incontri che la montagna concede senza una ragione precisa. È arrivato in silenzio, ha condiviso con noi quel tratto di parete e poi è scomparso dietro le creste del Pitusiray.”.


“Questi ricordi ci hanno ispirato per il nome della via: Hanan Pacha Nella tradizione quechua Hanan Pacha indica il mondo superiore: il regno del cielo, degli astri e del volo del condor. Un luogo che non appartiene soltanto alla geografia, ma anche alla dimensione spirituale della montagna. Abbiamo scelto questo nome perché racchiude tutto ciò che questa spedizione ci ha lasciato dentro. Il rispetto della comunità che ci ha accolti e ci ha concesso di entrare nel territorio del Pitusiray, le sere trascorse ad ascoltare Gerard parlare delle stelle e degli Apus, la fiducia di Victor, che ci ha accompagnati fin dove la montagna gli permetteva di arrivare, le giornate passate a cercare acqua, a convivere con il gelo della notte e con il sole intenso delle ore centrali della giornata. L’amicizia nata e consolidata condividendo la stessa linea, lo stesso obiettivo e la stessa fatica ed infine quella cima. Un piccolo campanile di roccia che rappresenta il pollice di una gigantesca mano di pietra rivolta verso il cielo. Quando iniziamo le prime doppie per la discesa, il sole sta ormai scendendo dietro la Valle Sacra. La parete torna lentamente nell’ombra, il vento si alza il freddo si fa pungente. Per un istante ci fermiamo sulla sosta e guardiamo ancora una volta la valle, i pascoli, il bosco di queñua e il campo che per quasi due settimane è stato la nostra casa. Da quassù tutto sembra immobile. Sappiamo che tra qualche ora saremo di nuovo a valle, e che presto torneremo alle nostre vite. La via, invece, resterà qui. Affidata alla montagna che l’ha custodita per migliaia di anni e, speriamo, a chi un giorno salirà queste fessure con lo stesso rispetto con cui noi abbiamo avuto il privilegio di scoprirle, entrare in punta di piedi in un luogo che esisteva molto prima di noi, lasciando soltanto una linea sulla roccia e portando a valle un pezzo di quella montagna. Hanan Pacha: Per noi, non è soltanto il nome di una via, è il ricordo di un tempo in cui, per qualche giorno, abbiamo avuto la fortuna di sentirci ospiti del cielo.”.

“Questa spedizione è stata possibile grazie al sostegno di persone, istituzioni e aziende che hanno creduto nel progetto fin dalle sue prime fasi. Un sentito ringraziamento al Club Alpino Accademico Italiano (CAAI) per il patrocinio e il costante sostegno alle attività di esplorazione alpinistica, e al Club Alpino Italiano – Sezione di Potenza, che ha supportato il progetto con entusiasmo, contribuendo concretamente alla sua realizzazione. Grazie ad Alpine Standard, il cui abbigliamento tecnico ci ha garantito protezione, comfort e affidabilità nelle difficili condizioni climatiche delle Ande, facendo davvero la differenza durante le lunghe giornate in parete e le fredde notti in quota. Grazie a Expedition Foods e Altitude Pro, che con i loro prodotti alimentari ed energetici ci hanno permesso di affrontare in autonomia una spedizione in un ambiente remoto, dove ogni grammo trasportato e ogni energia disponibile assumono un valore fondamentale. Un ringraziamento a C.A.M.P. per il materiale tecnico e le soluzioni dedicate alla progressione e alla logistica di spedizione, a Wild Country, i cui friends e materiali da protezione tradizionale ci hanno accompagnato lungo tutta l’apertura della via, e a Cime Nautiche, che ci ha fornito corde affidabili e performanti, elemento essenziale per affrontare in sicurezza l’apertura e la successiva ripetizione dell’itinerario. Grazie anche a Skalo, partner con il quale condividiamo non solo la passione per l’arrampicata, ma anche l’impegno nello sviluppo di progetti no-profit dedicati a un’arrampicata sostenibile, accessibile e rispettosa dell’ambiente. Infine, il nostro ringraziamento va alla comunità di Rayanpata, a Victor, a Gerard e a tutte le persone che ci hanno accolto con fiducia ai piedi dell’Apu Pitusiray. Senza il loro consenso, il loro aiuto e la loro ospitalità questa esperienza non avrebbe avuto lo stesso significato.”.

Fonte e cortesia foto Luciano Brucoli

Alessandro Palma

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