Alessandro Gogna e La Pietra dei Sogni - Up-Climbing

Alessandro Gogna e La Pietra dei Sogni

"All’inizio il passaggio fu inavvertito, ma poi acquistò presto velocità e la “cosa” prese forma, si stucco dalla matrice; poi fu ben chiaro che avrebbe con sicurezza tenuto una sua direzione autonoma e che questa, come spesso accade nei fenomeni nuovi, avrebbe portato alla negazione delle origini per affermare indipendenza e superiorità.”
Con queste parole si apre La Pietra dei Sogni. Ed. Versante Sud, il nuovo libro di Alessandro Gogna, una raccolta di ricordi, testimonianze e aneddoti vissuti nei primi anni ’80, quando da un lato stava nascendo in Italia il fenomeno free climbing e dall’altro, cavalcando questa nuova tendenza, si voleva scoprire il Sud come fonte di innumerevoli avventure grazie a elementi che rendono la scalata da queste parti qualcosa di unico: roccia eccellente, clima temperato, paesaggi mediterranei da sogno. In occasione di una delle presentazioni de La Pietra dei Sogni, abbiamo quindi incontrato l’autore con il quale abbiamo parlato del libro e anche in generale dell’arrampicata nel Sud ma non solo. 
La Pietra dei Sogni, perché questo titolo?
Il titolo è venuto a seguito di un incontro con gli Editori. Ne abbiamo parlato a lungo; a me piaceva l’idea di qualcosa che richiamasse Mezzogiorno di Pietra ma poi discutendo si è deciso di qualcosa che avesse maggiore identità propria e si è deciso per La Pietra dei Sogni. Ovviamente c’è anche un’allusione a un tipo di pietra, ma più in generale di arrampicata, dove si può ancora sognare.
Il tema centrale sono i viaggio nel Mezzogiorno alla scoperta di nuove zone d’arrampicata; di che periodo parliamo?
L’80 è stato l’anno cruciale: Marco Bernardi faceva già cose straordinarie ed il film-documentario che lui aveva girato in Sardegna lo dimostra. Nell’inverno dell’81, con quei giorni di vento terribile, io e Manolo abbiamo aperto Sinfonia dei Mulini a Vento per darti un’idea.
Che gruppo eravate?
L’idea iniziale era di un viaggio io con Ivan Guerini e di girare tutto il sud o comunque una parte considerevole del meridione. Il progetto iniziale, mio per lo meno, era di visitare alcune zone, salire una, due vie, quindi cambiare. Guerini però fin da subito non fu di quell’idea; se un posto merita diceva, ci si deve fermare e salire tante vie.
Perché l’idea di fare solo poche vie?
Perché era il programma che avevo pianificato, non ha caso mi chiamavano “capo”. Non era un viaggio di puro piacere perché volevo scoprire e relazionare tante zone. Era il mio lavoro, di editore e di giornalista, e lo scopo del viaggio era quello di esplorare nuove zone d’Italia per poi scrivere Mezzogiorno di Pietra.  Non potevo stare in un solo posto e fare quante più vie possibili, avevo bisogno di girare.
Un programma preciso quindi. Che tappe avevi previsto?
Certo, molto preciso. Sulla base dei libri della mia biblioteca, delle poche relazioni esistenti allora o anche di semplici cartoline, avevo fatto un programma che prevedeva un tour di tutto il meridione: Sicilia, Sardegna, Calabria, Basilicata, Puglia…volevo fare vie ma anche escursionismo. Non si sapeva nulla all’epoca delle possibilità del sud! Avevo anche preso le cartine militari, che costavano un occhio della testa, e chi viaggiava con me, aveva il suo rendiconto. Poco è vero, non potevo dare grandi cifre, ma pagavo le persone che mi accompagnavano.
Con che aspettative siete partiti e cosa avete trovato realmente?
Bene o male abbiamo rispettato il programma, sempre. Solo i trasferimenti notturni ci hanno dato qualche problema: talvolta ci alzavamo al mattino, dopo aver dormito praticamente niente perché di notte viaggiavamo, per scoprire che non eravamo nel posto giusto!
Cosa cercavate nelle vie? Che informazioni avevate?
Non certo la difficoltà pura come adesso. Salivamo con le protezioni che si usavano all’ora ma già con l’etica dell’arrampicata libera, con le scarpette e tutto quello che si identificava con il free climbing. Avevamo ancora un retaggio che era quello di arrivare dove finiva la parete, se non proprio in cima. Informazioni poche, alle volte proprio nessuna.
Quel’è il luogo che vi ha stupito di più e perchè? 
Ah, non chiedermi queste cose perché non posso giudicare. Tutto è stato molto bello e tutti i posti meritavano una visita. Era anche un ambiente molto selvaggio, da scoprire, con viaggi talvolta scomodi su sterrati ma erano anche carichi di avventura.
Dov’è che sei tornati e dove non sei mai tornato?
Si certo, non in tutti ma sono posti stupenti da rivedere più volte.
Arrampicata in meridione ieri e oggi, com’è cambiata?
Mah, penso che abbia seguito grosso modo l’evoluzione di tutti gli altri posti, non è che ci sono tante differenze. Talvolta, come succede in certe zone della Sicilia ad esempio, ci sono fazioni un po’ “litigiose” sullo stile di apertura ad esempio ma ci sono ovunque falesie, vie trad, vie multipitch, ecc. Personalmente non sono per l’apertura di vie plausi, con la chiodatura sistematica Dove si può si passa diversamente.
Hai di recente portato sul tuo sito l’esempio di Arco come amministrazione “virtuosa” nel promuovere l’arrampicata. Credi che il “modello Arco” sia applicabile anche al Sud?
Certo, come no. Arco è sempre stata molto avanti e si dovrebbe seguire come uno degli esempi, lasciando però anche spazio sempre alle libertà individuali. A Kalymnos ad esempio, è vietato attrezzare aree trad, si deve fare tutto sempre in nome della massima sicurezza, che è giusto ovviamente, ma se una persona vuole aprire la sua via trad, lì non lo puoi fare. Le amministrazioni hanno paura che la gente vada e si faccia male e allora lo vietano. E’ giusto operare sempre in nome della sicurezza ma si deve anche fare in modo che tutte le espressioni dell’arrampicata possano prendere forma.

"Trentatré anni dopo la serie di viaggi al Sud che mi permise di scrivere Mezzogiorno di Pietra, sono finalmente riuscito a mettere mano ai ricordi di quegli anni e di quelli successivi, con l’idea di inserirli nello scorrere del tempo." A. Gogna


Intervista Stefano Michelin
 
 
 
 
 
 

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