Alessandro Gogna, pioniere dell'arrampicata libera italiana - Up-Climbing

Alessandro Gogna, pioniere dell’arrampicata libera italiana

Da La Pietra dei Sogni, Viaggio alla scoperta del freeclimbing nel mezzogiorno d’Italia Ed. VersanteSud, un estratto di uno dei maggiori innovatori dell’arrampicata italiana, Alessandro Gogna, che con le sue imprese abbracciò la nuova filosofia dell’arrampicata libera vedendola nascere, la portò in giro per tutta l’Italia e contribuì in maniera pesante a modificare l’arrampicata stessa portandola a quello che è diventata oggi.

“All’inizio il passaggio fu inavvertito, ma poi acquistò presto velocità e la «cosa» prese forma, si staccò dalla matrice; poi fu ben chiaro che avrebbe con sicurezza tenuto una sua direzione autonoma e che questa, come spesso accade nei fenomeni nuovi, avrebbe anche portato alla negazione delle origini per affermare indipendenza e superiorità.”

Genovese di nascita e ora residente a Milano, Alessandro Gogna è uno dei riferimenti dell’arrampicata e dell’alpinismo italiano, essendo stato uno dei precursori del free climbing in Italia. Free climbing, non arrampicata sportiva. Quella è venute dopo. Arrampicare Free all’epoca della sua nascita, non era solo un modo di andare in montagna o sulle pareti di bassa quota, usando chiodi e altre sistemi solo per la protezione e non più per la progressione, ma era uno stile, una filosofia, un modo di essere prima che di scalare. Oggi molti climber emulano i free climbers ma non rinunciano a tanto abbigliamento colorato, agi mascherati da rinunce e va tutto bene, sia chiaro. I tempi cambiano, le possibilità cambiano.

Con un’attività partita dalla montagna, Gogna è stato fin dalla fine anni ’60, inizio anni ’70 protagonista con una serie infinita di prime salite o prime ripetizioni, prima in particolar modo sulle Alpi e poi via via lungo tutto lo Stivale. Memorabili la prima salita invernale della Cassin al Badile del 1968, la prima solitaria della Cassin sul Grandes Jorasses nello stesso anno, la prima invernale della Diretta dei Ragni sulla SE del Grand Capucin o la prima del Naso di Z’Mutt sul Cervino del 1969.

“Certi meccanismi sono automatici e scontati, anche se possiamo dire questo solo ora, e dopo un primo momento in cui si è cercato di capire quel che stava succedendo, magari rammaricandoci della perdita di alcuni «valori», oggi non dispiace più che i climber abbiano trovato un loro spazio su certe falesie e vi si concentrino in gran numero.
Tutto era partito dalla guida di Ivan Guerini Il gioco-arrampicata della Val di Mello: il gioco aveva coinvolto i sassi grandi e piccini che occupano i prati del Màsino, si era esteso alla Sirta, all’Antimedale, alla Bastionata del Lago; solo a fatica, e forse non senza qualche compromesso con il proprio orgoglio, gli ambienti dell’alpinismo classico (come quelli di Lecco e Monza, ma anche Bergamo, Brescia e Milano) si accorsero della novità e i migliori decisero che era il caso di andare a vedere che diavolo stesse
succedendo.

Contemporaneamente dalla Francia si importava il mito della difficoltà pura, della bellezza e dell’armonia del gesto, tutte cose che si ottenevano meglio con protezioni sicure e già in loco anziché affidarsi a incerti aggeggi incastrati, a volte dopo lotte eterne con le fessure. C’era poi chi diceva già allora che l’arrampicata doveva essere sicura e senza pericoli: solo così si sarebbe finalmente visto chi era il migliore, solo così ci sarebbe stato progresso. Era la nascita dell’atletismo, quindi dell’arrampicata sportiva, sembrava la fine dello spirito creativo, o quanto meno il malinconico tramonto prima del letargo.

Alla naturale spontaneità del movimento arrampicatorio originale, si sostituirono gradualmente, ma non del tutto, la ripetitività dei gesti al fine di ottenere una concatenazione che rispondesse a nuove regole di gioco (rotpunkt) e un allenamento apposito per “quei” gesti. Alla competizione indiretta che affiorava nel comportamento degli alpinisti sulle grandi pareti si affiancò (e qui fu grande il contributo della stampa e degli altri media) una competizione più diretta, alla ricerca di notorietà e successo conquistati su piccoli frammenti di roccia. L’opinione pubblica, che fino a quel momento sapeva solo di Bonatti e di Messner, si trovò di fronte a uno «sport emergente», a un gioco per il quale la vita era «sulla punta delle dita».

Le nuove avventure di un genio come Patrick Edlinger furono presto traslate a tutte le altre attività su roccia e ben pochi si ribellarono all’inevitabile mito emergente che affondava e affonda le sue radici nell’equivoco di un’avventura che ora sembrava a portata di tutti. Quindi niente più veloci scorribande sulle rocce, liberi di fare e di raccontare come si voleva. Bensì performance su corsie separate, sotto l’occhio attento di giudici se si arrampicava in gara.”

Negli anni seguenti abbracciò sempre di più la nuova filosofia rompendo gli schemi ed introducendo insieme ad altri nomi illustri della nostra prima arrampicata, il nuovo modo di affrontare le pareti, la difficoltà ed il concetto di sfida. Negli Appennini e nel sud Italia trovò il nuovo terreno su cui esprimersi letteralmente scoprendo un universo di roccia e era sempre stato lì. Molte le vie aperte in Moiazza, sulle Pale di San Lucano, in Sardegna e Sicilia senza scordare le amate Alpi tra cui quelle della Val Masino. Fu anche pioniere dell’arrampicata italiana in Yosemite tanto che nel 1978 compie la prima salita azzurra sulla mitica via Salathè.

“Senza dubbio i migliori, quelli che dopo l’esperienza della Val di Mello e della Valle dell’Orco iniziarono a portare avanti l’arrampicata estrema sulle pareti vicino a casa, avevano e hanno ancora forti radici che in qualche modo li legavano al vecchio mondo del Nuovo Mattino. Ma questo mondo era condannato a un lungo periodo di assopimento: non servì a evitarlo neppure l’esportazione dei 100 Nuovi Mattini che feci nel Mezzogiorno di Pietra.

Ci fu un momento in cui sembrava, per restare solo nel Sud Italia e nelle Isole, che null’altro esistesse se non la falesia con i suoi riti da monotiri. Le pareti, prima dell’avvento del cosiddetto multipitch, erano colpevoli di presentare solo vie «da suicidio» in fessure marce o placche improteggibili o con i chiodi «da schifo»; le coraggiose esplorazioni di tanti, che ho cercato di riportare in questo libro, sono state a lungo oscurate, neppure prese in considerazione, a tal punto che oggi molti loro itinerari sono stati ripercorsi con chiodatura a fix e rinominati con indifferenza. Fino a che i nuovi migliori hanno ben compreso come l’avventura abbia potuto avvantaggiarsi delle nuove capacità sportive e dell’allenamento: e qui è cominciata la nuova era, la nuova alba del free climbing.”

La Pietra dei Sogni, Viaggio alla scoperta del freeclimbing nel mezzogiorno d’Italia Ed. VersanteSud
di Alessandro Gogna
ed. Versante Sud

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