Le vicende di Caldwell e Jorgeson dal punto di vista mentale - Up-Climbing

Le vicende di Caldwell e Jorgeson dal punto di vista mentale

I media, doverosamente, stanno seguendo con trepidazione ed interesse l’impresa di Tommy Caldwell e Kevin Jorgeson sulla Dawn Wall. Un’opera che sta assumendo sempre più i connotati della moderna favola d’arrampicata. Ricordate i tempi lontani degli alpinisti seguiti con binocolo e cannocchiale dal rifugio sottostante? Beh, nel 2015, si riescono ad avere, quasi in tempo reale, aggiornamenti sui progressi e, importante, fotografie; spesso di ottimo livello.
E a proposito degli sviluppi, Caldwell ha ormai superato la 16esima lunghezza mentre Kevin, leggermente attardato da qualche piccolo problema alla pelle delle dita, è alla 15esima. Entrambi stanno salendo tutti i tiri in libera ma ora, all’alba del 12esimo giorno in parete, iniziano, come è inevitabile, a prendere una propria strada. Come andrà a finire lo sapremo solo tra qualche giorno, o settimana forse, perché lo stesso Caldwell non esclude di venire a capo del suo progetto solo a febbraio.
Come passa per la testa in queste circostanze? Come stanno trascorrendo questa esperienza Caldwell e Jorgeson? Quali problemi può giocare la mente su una big wall per così tanto tempo? Avendo scalato con lo stesso Tommy e avendo compiuto diverse spedizioni, di cui una proprio in Yosemite su Free Rider, abbiamo chiesto risposta a Matteo Della Bordella.
“La situazione che Caldwell e Jorgeson stanno vivendo è naturalmente molto particolare, anomala per molti di noi, anche per me per certi versi. Ho fatto varie spedizioni ma solo in Groenlandia ho utilizzato i portaledge, per il resto ci siamo sempre arrangiati con le cenge e anche questo ha la sua importanza perché ti dà modo ogni tanto appoggiare i piedi su qualcosa di solido. Non sono in una regione certamente isolata; in questa stagione in Yosemite non c’è molta gente ma percepisci ugualmente la civiltà in fondo alla valle e questo aiuta psicologicamente.

Certo è che vivere in parete è un’altra cosa, comunque. Sei immerso nell’arrampicata, non ti puoi staccare mentalmente da essa e questo ovviamente alla lunga è snervante anche se, in particolare Tommy, hanno una tale preparazione ed abitudine a trascorrere lunghi periodi in queste situazioni che per loro può essere quasi normale. In America, in particolare in Yosemite, passare giorni in parete non dico che sia una abitudine ma comunque è una prassi che in molti fanno; noi siamo abituati alle vie di brevi periodi generalmente, poi ovviamente ci sono le eccezioni.
Un altro punto cruciale che ti danno queste vie e che non ti puoi scostare da esse, nemmeno per scaldarti. Ti alzi un mattino magari e sei sotto il tuo tiro della giornata. Ti scaldi su quello e poi lo provi, senza alternative. Alla base ci deve essere una grande, perfetta organizzazione Ogni gesto, ogni metodo da seguire va fatto bene ed in fretta perché non puoi perdere tempo e questo viene solo da una grande pratica ovviamente e da molte vie alle spalle. Credo che quello che stanno facendo non abbia paragoni; per difficoltà, lunghezza ed impegno è qualcosa di veramente superiore a tutto il resto su roccia.”
 
 

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