Claudio Corti 1928 – 2010 - Up-Climbing

Claudio Corti 1928 – 2010

 
 
 
 
Se n’è andato il 3 febbraio scorso a Lecco. Aveva 81 anni. Divenne celebre per una vicenda tragica, quella del dramma consumato sulla parete nord dell’ Eiger nel 1957.
Prima di quell’episodio  aveva affrontato con successo tante difficili pareti, ripetuto itinerari estremi e aperto vie di grande impegno, ancor oggi  molto considerate, come quella sulla est del Pizzo Badile, nelle Alpi Centrali.
 
La nord dell’Eiger a quell’epoca non era ancora stata salita da nessun italiano. Si era preparato per tutta l’estate ed aveva attaccato il 3 agosto con Stefano Longhi, un giovane alpinista di Lecco forte e motivato. Ma quella che doveva essere una scalata difficile, si rivelò un calvario pieno di imprevisti, per giunta bersagliato da una meteo feroce.
 
I due furono protagonisti di una delle più terribili avventure su quella parete così famosa per gli incidenti mortali. Iniziarono con lo sbagliare attacco, e così persero un giorno. Tornati sulla giusta linea, furono successivamente raggiunti dai tedeschi Günther Nothdurft e Franz Mayer.
 
Per problemi occorsi a questi ultimi, decisero di procedere con un’unica cordata guidata da Corti, ma i tempi si allungarono paurosamente, anche per le condizioni cattive della montagna. Il 9 agosto, dopo sette giorni di sforzi arrivarono all’altezza del micidiale Ragno Bianco, un lenzuolo di ghiaccio ripido appeso agli abissi scuri dell’”orco”.
 
Erano stremati dalla fatica e dal freddo. Stefano Longhi cadde per qualche metro, ma non fu in grado di tenersi alla corda e nemmeno di farsi un nodo autobloccante, tanto le sue mani erano immobilizzate dal gelo. Lo assicurarono ad una cengia. A quel punto solo 300 metri li separavano dalla cima e nella testa di Corti c’era il desiderio di bruciare il più velocemente possibile quel tratto per poi scendere ed organizzare i soccorsi per Stefano.
 
Ma è in questo tratto che il destino gli riservò ancora un brutto tiro. Infatti mentre arrampicava da capocordata fu colpito alla testa da una pietra e volò malamente per una trentina di metri. La situazione si presentava sempre più allucinante ed i due tedeschi, che alla fine erano i meno acciaccati, lo bloccarono alla parete e finalmente uscirono da quell’inferno.
 
Ma la sorte non fu benevola nemmeno con loro che morirono di sfinimento durante la discesa. I loro corpi furono trovati solo 4 anni più tardi proprio sulla parete ovest dove passa la discesa dalla cima. Nel frattempo si mise in moto una delle più spettacolari e mediatizzate operazioni di soccorso.
 
Con un complesso sistema, Claudio Corti fu raggiunto e carrucolato in cima, malconcio ma vivo. Purtroppo per Stefano Longhi si arrivò troppo tardi. Quello che venne dopo, per Claudio Corti, assomiglia più ad un processo con tanti PM e nessun difensore, e lui ancora sotto shock per le ferite della montagna e frastornato, si prese le "bastonate" gratuite di tutti quesi benpensanti.
 
Nell’immediatezza dei fatti, la ricostruzione del protagonista, ancora in preda a incubi di ogni genere, non fu certo lineare. E ad ogni risposta che lasciava adito a qualche dubbio, gli venne rovesciato addosso un castello di accuse e terribili sospetti. La più ingiusta e pazzesca quella di aver fatto morire i tedeschi avendone rallentato la salita.
 
Il peso enorme di queste vite spezzate, che già gli chiudeva lo stomaco per essere il solo sopravvissuto, divenne insopportabile quando sopra gli si aggiunse il carico della peggiore cattiveria umana. La fazione dei colpevolisti era capeggiata da Heinrich Harrer, uno dei primi conquistatori della parete nord dell’Eiger.
 
Con il suo libro Il ragno bianco pubblicato nel 1959, l’austriaco mise nero su bianco le accuse nei confronti dell’alpinista di Olginate. Solo 4 anni più tardi, nel 1961, con il ritrovamento dei corpi di Günther Nothdurft e Franz Mayer sulla parete ovest, le parole di Claudio Corti assumono contorni diversi e la sua versione appare anche ai suoi denigratori in tutta la sua linearità.
 
Intanto però la sua vita è distrutta. Gli hanno camminato sopra con i ramponi senza curarsi delle ferite causate. In seguito un’altra opera letteraria, Arrampicarsi all’inferno, di Jack Olsen fa un po’ di chiarezza sulla reale dinamica di quei terribili giorni. Ma è solo con l’uscita del volume di Giorgio Spreafico, Il prigioniero dell’Eiger, nel 2008, a cinquant’anni dalla tragedia, che finalmente la voce ormai roca del Marna (così era soprannominato Claudio Corti) si dispiega in tutta la sua dignitosa tristezza e può spazzare via le scorie che per tanti anni hanno relegato la sua figura nel limbo dei cattivi.
 
Claudio Corti è stato uno dei più forti arrampicatori lecchesi della sua generazione, con all’attivo prime ripetizioni di itinerari allora al top per impegno e difficoltà e inventore di vie grandiose come concezione, portate a termine con stile brillante e mezzi ridotti. La sua audacia era proverbiale, come quella volta che sui Pizzi Gemelli (Val Bondasca) il suo celebre compagno di cordata gli cedette il comando per impossibilità a superare una liscia e improteggibile placca e lui si tolse gli scarponi e salì con le calze su quello specchio privo di appigli, come se non avesse peso, danzando leggero come un eroe mitico.
 
Oppure in occasione (1953) dell’apertura della sua via sulla est del Badile. Già quella linea l’aveva “scippata” al leggendario Carlo Mauri, come Corti stesso racconta nello struggente filmato/intervista che pubblichiamo di seguito. La cordata seguì inizialmente un sistema di fessure che portano dove la parete si raddrizza notevolmente. A quel punto giocò la sua carta più alta: l’audacia. Intravide un altro sistema di fessure più a sinistra, a prima vista meno aggettante, (quelle che sono di fronte saranno percorse dagli inglesi Kosterlitz e Isherwood nel 1968 aprendo appunto “La via degli inglesi”) e a quelle si diresse.
 
Ma per raggiungerle dovette prodursi in una serie di passaggi molto aleatori. Con le calzature dell’epoca, rigide e poco sensibili alle minime asperità della pietra, forzò una traversata in placca che terrà lontani gran parte degli aspiranti ripetitori. Purtroppo, il capolavoro di Corti fu offuscato da un’altra mazzata del destino che non gli dette mai completamente ciò che meritava e al termine dell’itinerario Felice Battaglia, il compagno di quella giornata grande, rimase ucciso da un fulmine. Ci saranno altre vie nuove, selvagge e difficili nel percorso alpinistico di Claudio (nel 1974 farà parte del team della prima ascensione al Cerro Torre ), ma il segno di queste ferite segnerà ancora di più il suo malinconico sorriso.
 
mario sertori

 

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