Delta Minox, storia di una giornata solitaria - Up-Climbing

Delta Minox, storia di una giornata solitaria

Delta Minox è una via di riferimento della Val Masino. Aperta da Fazzini, Riva, Livio e Sabina Gianola nel 1988 e richiodata e ripulita da Giovanni Ongaro mantenendo la chiodatura originale. Situata sul Pilastro del Scingino sulla parete Sud è “una via che ha rappresentato un enorme salto di qualità dell’arrampicata nel Masino e che, oggi, si presenta prepotentemente come una delle vie in placca più difficili delle Alpi! Un calderone di placche perfette su roccia esemplare, con vari passaggi ‘avventurosi’ e corse angoscianti per raggiungere le protezioni in loco. Poco ripetuta, soprattutto dagli arditi local o da qualche ‘meterora’ con una certa esperienza sulle placche granitiche di fondovalle…dove si sa che il sapersi muovere è l’imperativo necessario per divertirsi in sicurezza!” (A.Gaddi) Sviluppo: 460 metri. Difficoltà VIII+ e A1 (VIII obbl.). Ripetuta in solitaria da Adriano Selva nel 2000, quella di Matteo dovrebbe essere la seconda solitaria di cui si è a conoscenza.

Sto dormendo nel furgone e alle 5 sento il caddy di Matteo mettersi in moto. Ma dove andrà? Mi chiedo perchè ieri sera sia arrivato senza dir niente e solo quando arrivo al Bar Monica scopro che sta andando a ripetere Delta Minox in autosicura. Penso che gli deve essere piaciuta parecchio per tornarci dopo pochi giorno che l’ha scalata… Capisco perchè non abbia detto niente a (quasi) nessuno. Avrei fatto lo stesso. Eva

Delta Minox “Storia di una giornata solitaria” di Matteo Pasquetto

Tutto è nato un pomeriggio in Val di Mello: per varie ragioni Dani (Daniele Bianchi ndr) sarebbe stato impegnato il giorno successivo, per cui non avrei avuto soci con cui scalare; senza arrendermi, provo a chiedere a qualche amico se è libero e, dopo un paio di risposte negative, Tito (Arosio ndr) mi fa sapere che avrebbe assolutamente piacere a scalare il giorno seguente.
La domanda sorge subito: cosa andiamo a fare? In falesia ‘Formaggino’? Una via?
– No, Tito, preferirei fare una via! –
– Ma quale?” –
– Andiamo al Pizzo Scingino a fare Delta! –
– Figata! Andiamo! Ci troviamo alle 6 davanti al Bar Monica! –

Ci accordiamo sul materiale da portare e ci salutiamo.
La mattina seguente con Tito partiamo silenziosi per l’avvicinamento, dopo qualche passo si instaura una bella sintonia e iniziamo a chiacchierare del più e del meno. Qualche dubbio sul nostro obbiettivo: d’altra parte non abbiamo mai scalato insieme!
Arrivati all’attacco, decidiamo che sarei partito io; attacco la via e fin dai primi metri quel gioco di equilibri inizia a piacermi, ad appassionarmi … i tiri si susseguono uno dopo l’altro con armonia, sono uno più bello dell’altro e sento che dentro di me sta cambiando qualcosa, sto scoprendo qualcosa di nuovo. Qualche fionda, qualche spavento ogni tanto ma tutto va per il meglio e con Tito ci stringiamo la mano appesi all’ultima sosta, felici di aver condiviso questa bellissima esperienza.
Una volta terminata la via e finite le doppie, ci incamminiamo verso valle, ma non mi sento tranquillo, ho come un pensiero che mi occupa la mente: questa via mi ha colpito, mi ha dato qualcosa. Beviamo una meritatissima birra e facciamo quattro chiacchiere con i nostri amici in Valle.
Durante la notte quel pensiero ritorna in testa … Delta … Voglio tornare … mi ha colpito troppo … ha lasciato un segno particolare dentro si mesarei tornato a farla nel modo più profondo e intimo che conosco: da solo.
I 3 giorni di lavoro passano veloci e tra i giorni in negozio, il socio Luca che parte per la sua prima spedizione in Alaska e una birra con i soliti amici, la sera di venerdì torno a casa, ceno con i miei e preparo il Caddy per tornare su in Valle; l’obiettivo era uno solo: tornare su Delta Minox. Da solo.
Durante il viaggio solitario in macchina inizio a pensare… ma sono pronto? Sono all’altezza? La via è dura… quel 7a obbligato del Fazzini ho avuto modo di sperimentarlo… intenso… psicologico… mi infilo nel sacco a pelo con i miei pensieri e mi addormento.
Appena suona la sveglia rimango immerso nei pensieri come immobile per una decina di minuti ma poi con energia mi alzo, preparo lo zaino e, mentre faccio colazione, sale l’energia e la certezza che sarei andato a godermi quella giornata.
Voglio essere veloce, decido di lasciare a casa nutrizione e il friend #3: non mi sarebbero serviti. La mia Joker è nello zaino insieme al materiale, carico tutto in macchina e vado al parcheggio dei Bagni di Masino; mi carico lo zaino in spalla e parto per quei 1300 metri di dislivello che mi separano dall’attacco.
Il passo è buono, l’aria fresca e la mente concentrata; durante il cammino incontro un paio di persone che saluto e passo via senza fermarmi.
In 1 ora e 30 mi trovo all’attacco della via, fresco, concentrato e inizio a preparare il materiale. Indosso l’imbrago, sistemo i friend e i moschettoni in ordine sull’imbrago, metto le scarpette sotto il pile per iniziare a scaldarle e filo la corda nello zainetto.
Il primo tiro è abbastanza inquietante … un diedro lievemente strapiombante, più difficile all’apparenza di quello che è in realtà, ma mi fa un attimo riflettere. Un sorso di te e ogni dubbio sparisce.
Al primo spit, a 15 metri da terra, preparo la prima sosta e appendo lo zaino. Sistemato il Matik parte la mia avventura e inizio a fare quello che amo: scalare … scalare per il gusto di scalare … assaporare ogni movimento, controllato, preciso… sento i muscoli che si scaldano e che, reattivi, mi portano verso l’alto.
Arrivo alla prima sosta, la rinvio e proseguo anche sul secondo tiro, un 6c con un paio di passi delicati, non leggo bene la roccia e mi appendo, riparto e arrivo in sosta al secondo tiro. Torno giù agli zaini, li metto in spalla e mi godo i due tiri con la corda dall’alto.
Anche la placchettina del terzo tiro passa via sotto le dita e di fronte al quarto tiro so che inizia la parte dura: mi aspettano una successione perfetta di placche verticali, obbligate, meravigliose, intagliate dall’acqua e dal vento, su cui so che dovrò usare tutte le arti che ho imparato per i monti.
Parto dalla sosta, concentrato, il primo spit è a 10 metri e sotto c’è una cengia, per rinviarlo un passo di 6c un paio di metri prima dello spit. Ma ormai la mia mente è in un’altra dimensione, il mio corpo sa cosa deve fare, sa riconoscere le sensazioni che arrivano dai piedi, dalle dita, dagli occhi… rinvio lo spit e proseguo fino in catena senza fermarmi.
Decido di essere efficiente e unisco anche il tiro successivo: un tiro di A1 con un bel ristabilimento in fondo, protetto un paio di metri sotto da un buono spit. Anche a questo tiro mi ritrovo in sosta felice, concentrato: la prossima è la famosa lunghezza della vena di quarzo.
Recupero in sosta il materiale e mi fermo una decina di minuti a mangiare un frutto e a bere, insomma a godermi la giornata. Ormai ogni dubbio è sparito, sono pronto a dare tutto in questa giornata meravigliosa.
Parto, un friendino subito dopo la sosta e via con il primo delicato ristabilimento. Sto scalando bene, arrivo alla vena di quarzo e il mio corpo è in ottima forma, la mia mente salda: mi godo ogni singolo appiglio e ogni singola presa di quel tiro perfetto, lo scalo preciso, silenzioso, come se fossi in una bolla d’aria, come se il mondo fuori da quei 20 metri che mi circondano non esistesse.
Arrivato in sosta mi fermo e penso a che intuizione, che genio abbiano avuto i primi apritori Tarcisio Fazzini, Norberto Riva, Livio Gianola e Sabina Gianola: percorrere, con così tanta audacia, quelle placche lisce e verticali; che cosa li abbia spinti a immaginare una linea di prese, appoggi ed equilibri che permettono di percorre quei muri.
Un attimo di relax dopo aver recuperato gli zaini e preparato la corda e si parte per il tiro successivo.
Un traversino obbligato con rimonta finale (che strano …) e una sequenza intensa di dita portano al runout per la sosta, decisamente più facile, e al tiro di V che la segue; lascio correre i piedi e le mani su quelle placche lavorate dalle gocce che cadono dall’arco di pietra sovrastante.
Altro sorso di te e un frutto con calma per immergermi ancora di più in quella dimensione solitaria che tanto ho atteso e che tanto adoro.
Parto per il tiro successivo, un bellissimo 6c, assolutamente rilassato e in sintonia con l’ambiente: è come se fossi parte della parete, mi sento tutt’uno con essa, con i suoi cristalli e le sue vene; ad un certo punto mi giro verso la sosta, convinto che ci sia qualcuno a farmi sicura mentre scalo, lo sento che mi infonde fiducia e sicurezza: ovviamente in sosta c’erano solo i miei zaini e la corda, ma quella presenza l’ho avvertita davvero.
Dopo le solite manovre, ormai diventate familiari, mi trovo sotto la lunghezza di 7b, un tiro di placca verticale super delicato e precario, con una spittatura non proprio plaisir. Traversino iniziale sotto un tetto, rimonta su vena e clip, si rinvia il secondo spit del tiro: da qui parte un traverso delicato verso sinistra che, dopo 12 metri abbastanza precari, porta ad una rimonta delicata su uno knob, un cristallo nero che sporge dalla roccia: concentrato, inizio il movimento ma un piede sta per scivolarmi via -non ora! penso -stai lì, che qui è vietato cadere! Un bel respiro e contraggo i muscoli … -oh- sospiro mentre rinvio lo spit -bravi che siete stati lì!
I metri successivi sono un gioco di equilibri e sensazioni tutti da scoprire. Dopo un paio di rest (e qualche passso da cardiopalma) mi trovo in sosta conscio che la parte dura è finita: mi aspettano due tiri in diedro fessurati , da proteggere che sono decisamente più tranquilli di quelli precedenti.
Il primo dei due scorre veloce e in sosta, guardando l’ora mi chiedo se l’ultimo diedro-camino lichenoso valga la pena salirlo: la risposta è una sola: Certo che si! Con i piedi doloranti, mi raspo tra i muschi e i licheni di quel diedro e raggiungo “la cima” l’ultima sosta.
Sono felice. Ce l’ho fatta! Ho realizzato un sogno.
Mi godo per qualche secondo l’atmosfera magica della Valle e dell’aria e poi via con le doppie: in 45 minuti mi trovo a ripercorrere in discesa quel tratto che ho impiegato 9 ore a salire … che soddisfazione!
Alla base do un colpo di telefono a Dani e a mia mamma (uniche due persone che sapevano le mie intenzioni) per tranquillizzarli, preparo lo zaino e giù in Valle.
Sul sentiero del ritorno sono avvolto in un ambiente magico, provo una profonda gratitudine verso la natura, verso la pietra per avermi concesso il privilegio di questa giornata intima, meravigliosa; e con un ultimo, profondo sorriso rivolgo uno sguardo alla parete maestosa e immutata.
I miei amici mi aspettano a cena (cucinata con amore dalla Toschi ndr) e la vita normale di tutti i giorni è laggiù, in Valle, in basso.
Passo dopo passo la raggiungo.

 

 

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