Divine Providence - Up-Climbing

Divine Providence

 
Luca Signorelli – UP2005
La via più difficile sulla montagna più alta? Il Monte Bianco non è solo la cima più elevata delle Alpi (e dell’intera Europa continentale), ma è anche di gran lunga la più complessa. Ognuna delle sue quattro “facce” sono montagne a se stanti, per caratteristiche fisiche, logistica, meteorologia e identità. E se l’affollatissimo (e un po’ anonimo) versante francese è quello più fotografato e conosciuto nel mondo, per via della presenza delle vie normali (e del suo essere visibile da Chamonix) , non ci sono molti dubbi che per l’alpinista con un minimo di ambizioni, il climber e lo scalatore su ghiaccio “andare sul Bianco” significa affrontare una delle centinaia di vie che salgono le tre faccie della parte italiana di questa meravigliosa montagna: la muraglia del Miage (talmente enorme che è perfino difficile comprenderne le dimensioni), i piloni e i couloir del versante Brouillard/Freney, e la parete della Brenva.
Brenva, un nome il cui suono riassume l’aspetto quasi himalayano di questa parete. Nelle Alpi ci sono muraglie ghiacciate più grandi (lo stesso Miage potrebbe contenerne comodamente due!), ma poche sono così minacciose e allettanti come questa architettura di seracchi e di nervature rocciose. E se il trittico di vie (Sentinella Rossa, Major, Pera) aperte nel primo dopoguerra da T.G. Brown e soci è quello che di certo merita la nomea di “classico”, le mutate condizioni glaciali e i cambiamenti tecnici vissuti dall’alpinismo moderno hanno sempre più spinto l’attenzione verso il Gran Pilier D’Angle (o “Eckpfeiler”), l’enorme bastione roccioso che fa bella mostra di sé all’angolo fra la parete della Brenva e la cresta di Peuterey.
È veramente una montagna nella montagna: novecento metri di altezza al culmine, e una base che misurata in tutta la sua larghezza eccede il chilometro. Ha tre versanti – quello Nord, dominato da un seracco e coperto da una ragnatela di vie di ghiaccio tutte molto impegnative, quello Sud Est, assai instabile in quanto generato in tempi relativamente recenti (1929!) da una colossale frana, ed in mezzo la parete Est, con al culmine un’enorme placca incurvata di protogino rossastro. E’ lo “scudo rosso“, il luogo forse più difficilmente accessibile dell’intero Bianco. Qui, fra il 5 e l’8 luglio 1984, è stata aperta da Francois Marsigny e Patrick Gabarrou Divine Providence – considerata da molti, a torto o ragione, la via più difficile per salire il “Monarca delle Alpi”.
Il mito di Divine Providence è fatto di sfaccettature. Una di queste, sono le circostanze della prima salita: Gabarrou e Marsigny (due “soliti noti” del circo chamoniardo, allora poco conosciuti dal grande pubblico) rimasero in parete quasi quattro giorni. Tempi (in estate) insoliti anche per una grande montagna come il Bianco, che creavano un involontario rimando alle “supervie” della parte Nord delle Jorasses. Durante la salita, si verifica un incidente che sfiora la tragedia. Mentre Gabarrou sta risalendo con le Jumar una corda nel punto chiave (un diedro strapiombante allora classificato A3), un friend cede. Entrambi rimangono appesi – per miracolo – ad un altro, unico friend rimasto incastrato nella fessura che taglia il fondo del diedro. Gabarrou (che non smentisce la sua nota devozione religiosa) ha già pronto un nome appropriato per la via. Appunto, “Divine Providence”.
Ma è davvero la via più difficile per salire il Bianco? Le difficoltà sullo “scudo rosso” (lunghi tratti in A2/A3) sono certo impressionanti, ancor di più se messe in relazione con qualsiasi altro 4000 alpino (escluso forse il “naso” di Zmutt sul Cervino – e, sicuramente , le Jorasses). Ma quello che rende la salita immediatamente mitizzabile è il contorno. L’accesso è lungo (3 ore come minimo dal bivacco della Fourche, esso stesso a 2 ore e 30 dal Rifugio Torino) e pericoloso: la traversata sotto i seracchi della “Pera” e della parete nord del Pilier garantiscono adrenalina molto alta ancor prima di aver affrontato le difficoltà principali. Per arrivare allo “scudo” bisogna salire 400 metri di V grado piuttosto esposto e ingaggioso. Uscire non è meno problematico: una volta in cima al Pilier, non c’è la scorciatoia di una doppia fino alla base (chiave di volta della banalizzazione di tante vie nel massiccio), ma l’obbligo di salire fino in cima al Monte Bianco di Courmayeur per la cresta di Peuterey. Entusiasmante in condizioni favorevoli, diventa una vera emergenza se il tempo volge al brutto, o se le condizioni fisiche non sono ottimali.
È una salita di quelle che costringono a essere onesti con se stessi e con l’ambiente circostante. Forse per questo, “tira” poco. Siamo nel 1984, e la Chamonix “da bere” sta per entrare nel suo momento culminante. Le salite in quota, e che richiedono molti bivacchi, non piacciono se non sono estetiche, di facile accesso, dalle difficoltà ben definite, e, soprattutto, in libera. I giornali specializzati francesi (e di li a poco anche quelli italiani) vogliono a tutti i costi seguire l’onda lunga del tutto e subito. Nel frattempo Il Bianco (anche grazie al cancan intorno al bicentenario della salita di Balmat e Paccard) sta diventando montagna mediatizzata a tutti i costi. Se a qualcosa non si può attaccare un superlativo, difficilmente vende, e quindi si fa come se non esistesse
Ma qui il superlativo è indiscutibile. Divine Providence è una via durissima da qualunque parte la si guardi. Soprattutto (potenza dello sciovinismo!) la stampa locale nota che è una via aperta da guide di Chamonix, non dai soliti slavi (che, incuranti dei dettami giornalistici allora imperanti, stanno facendo il diavolo a quattro più o meno in tutto il massiccio), oppure dello sparuto manipolo italiano (Giancarlo Grassi e Ugo Manera in testa), che continua a esplorare il versante italiano alla ricerca di vie ed emozioni nuove. Divine Providence è sulla bocca di molti, ma nessuno osa o vuole tentarne la ripetizione.
Questa arriva dopo ben 5 anni, nel 1989, quando Michel Fauquet, Pierre Rhem, David Ravanel e Jerome Ruby ripetono la via in tre giorni, confermandone (quasi stupiti, verrebbe da dire) la durezza e la bellezza. Ma l’anno della verità è il 1990, quando, nel giro di un mese, la via viene ripetuta ‘quasi’ in libera da Thierry “Turbo” Renault e Alain Ghersen, in due giorni con solo tre punti di artif sul bagnatissimo tetto sommitale, e poi in solitaria, sempre in due giorni, da Jean Christophe Lafaille.
È la salita di Renault e Ghersen che consacra veramente Divine Providence come “via più dura del Bianco”. Sia “Turbo” Renault che Ghersen sono eccellenti all-rounders (anche se nel 1990 il termine non esisteva!) e conosciuti nel giro come gente con i piedi per terra. La descrizione che Thierry fa della via sulle riviste specializzate di mezzo mondo lascia di stucco – il diedro strapiombante è classificato 7c, e la via, nel suo complesso, è più dura della direttissima americana al Dru – ma a quattromila metri! Non c’è nulla di simile nel resto delle Alpi – e il mondo alpinistico (che sta uscendo pian piano dalla sbronza dello “sportivo” a tutti i costi e punta di nuovo gli occhi verso l’alto), guarda il Pilier D’Angle come non faceva dalla fine degli anni settanta.
Il secondo tentativo di liberare completamente la via è del 1991, quando Andy Cave (un nome molto amato dell’alpinismo britannico, ma poco conosciuto qui in Italia) e Paul Jenkinson salgono la via in due giorni, usando quattro chiodi di progressione, questa volta nel diedro da A3/7c. Il tetto che aveva creato problemi a Renault e Ghersen (che stavolta era asciutto) fu superato in libera e valutato 7a.

La prima invernale, nel 1992, è degli italiani Bressan, Occhi e Tamagnini (Paolo è un affezionato della zona, sua una variante alla Doufur-Frehel della parete Nord), ma il maltempo li costringe a una complessa discesa dalla cima del PdA. L’estate precedente c’era stata la prima salita italiana (e quinta assoluta) a cura di due cordate che salgono assieme: le guide di Courmayeur Giovanni Bassanini, Valerio Folco e Pierino Rey in una, e Luciano Barbieri e Marcello Ricotti nell’altra.
La prima invernale fino alla sommità arriva nel 1993, ed è un episodio dal sapore epico. Ne sono autori e Dave Willis e il bravissimo (e compianto) Brendan Murphy. Quest’ultimo è un irlandese dalla calma leggendaria, che morirà nel 1997 travolto da una valanga scendendo dal Changabang, dopo avervi aperto una via sulla tetra parete nord, per una coincidenza in compagnia del summenzionato Andy Cave. Dave e Brendan passano cinque giorni in parete, lottando con condizioni ambientali assolutamente atroci. Lo scudo da solo prende quasi tre giorni! E, come al solito, nonostante tutto, il raccondo che i due producono è un capolavoro di ironia e understatement britannico, che solo a tratti fa intravvedere l’enorme sforzo sostenuto per arrivare vivi in cima al Bianco.
E sempre nel 1993 ecco l’inevitabile prima solitaria invernale, a cura del “solito” Alain Ghersen, che è anche il primo a piantare uno spit sulla via Per qualche anno Divine Providence entra in una specie di limbo. Viene salita con una certa regolarità, e continua a essere “la via più difficile del Bianco” (anche se qualcuno sostiene che l’Hypergoulotte del Brouillard, se si continua fino in vetta, forse meriterebbe quel titolo). Ma i termini fondamentali non cambiano: una salita così sostenuta a quattromila metri nelle Alpi la trovi solo qui.
E poi, finalmente, ecco la libera integrale. Il 27 e 28 luglio 2002, le guide svizzere Denis Burdet e Nicolas Zambetti (Burdett è un esperto di big wall), salgono Divine Providence in libera, senza resting – e con tutti i tiri a vista. Un exploit notevole (anche se forse passa un po’ sotto silenzio), che in parte rilancia il mito della via. Quasi in risposta, in due giorni di agosto nella orribilmente calda estate del 2003, due sloveni, Andrej Grmovsek e Marko Lukic approfittano delle condizioni di incredibile "secchezza" di quell’anno (ma trovano di nuovo bagnato il diedro strapiombante!). L’intera via viene di nuovo salita a vista e senza resting se non alle soste, ma Lukic (un climber che in questi anni ha fatto parlare di sé per le sue straordinarie ripetizioni in libera di molti itinerari artificiali estremi, di solito usando le protezioni originali), gioca, come spesso capita, al ribasso. Secondo lui solo i 350 metri dello scudo sono interessanti dal punto di visto di uno scalatore di alto livello, e la valutazione 7c per il diedro strapiombante probabilmente non sarebbe tale se il tiro fosse in una falesia (frase che sarebbe piaciuta a monsieur De La Palisse). Degrada quindi il tiro a 7b, con buona pace dei suoi predecessori.
Nel 2006, Divine Providence è sempre la via più difficile del Bianco? Sono valutazioni difficili da fare, e forse lasciano il tempo che trovano, non fossimo tanto ossessionati da classifiche e valutazioni numeriche. L’attuale moda del misto estremo (e la riscoperta dei grandi itinerari delle Jorasses, ambientalmente meno ostili di questa via, ma certamente più sostenuti nella loro lunghezza) ne hanno un po’ offuscato la leggenda. Ma il Pilier D’Angle non si è certo abbassato, l’accesso non è diventato meno lungo, l’uscita sulla cresta di Peuterey meno delicata, e lo “scudo rosso” meno strapiombante. Pochi si confrontano con le vie di questo angolo del Bianco, ed è sempre bello pensare che il vecchio Monarca delle Alpi ha ancora sogni (e incubi) con cui continuare a tormentare le notti di qualcuno…
 

Condividi: