La Trilogia delle Alpi - Up-Climbing

La Trilogia delle Alpi

 
 
La Parete
di Floriano Martinaglia
Nel linguaggio alpinistico si chiama così il fianco di una montagna o di una struttura rocciosa, articolato in pendii molto ripidi e distinto, ai lati, dalle strutture contigue. Generalmente la parete viene identificata dall’orientamento. Ci sono circa 90 pareti soprattutto nelle alpi occidentali, che superano i mille metri; la maggior parte di queste rivolte a settentrione. Per un fattore puramente geografico ma conseguentemente climatico, queste pareti conservano neve e ghiaccio anche nei mesi più caldi dell’anno, rimanendo quasi sempre in ombra. Non è un caso se le pareti nord, anche a causa di un importante fondamento storico, siano divenute a partire dagli anni trenta del secolo passato, il simbolo del rischio e della difficoltà.
Già Norman Neruda (con la grande guida svizzera Christian Klucker e Josef Reinstadler), sulla parete nord dei Liskamm e Damiano Marinelli (con le guide Pedranzini e Imseng, insieme al portatore Corsi) sulla est del Monte Rosa alla fine dell’ottocento avevano inaugurato la salita delle grandi pareti: ma l’attenzione per i geniali ammassi di ghiaccio e misto delle alpi si accentuerà solo nel ventesimo secolo.
Nel 1982 mi avvicinai alla scalata su roccia quasi per gioco, con mio fratello Raffaello. Allora in Ticino le pareti di arrampicata erano poche e di fare lunghe trasferte in auto non se ne parlava. Il contatto con la roccia, il gesto atletico unito ad una lenta progressione sfidando paura e gravità terreste, contribuirono ad accrescere in noi la passione per il mondo verticale. Per un paio di anni oltre ad arrampicare in falesia, calcammo i sentieri e i dirupi delle alpi ticinesi, raggiungendo la vetta di numerosi tremila. Ma a quelle montagne mancava sempre qualcosa; per dirla alla Reinhard Karl: proprio in cima non si arriva mai.
Quando nell’estate del 1984 scalai la parete nord della cima di Rosso nei Grigioni, ancora non immaginavo che quel genere di alpinismo mi avrebbe accompagnato per tutti gli anni seguenti. Fu una specie di illuminazione, avevo scoperto che raggiungere la cima seguendo uno dei suoi fianchi possibilmente coperto di neve dura o ghiaccio dava alla salita ulteriore carattere. Pure il gesto di conficcare la piccozza nel manto gelato e misurare la scalata lunghezza dopo lunghezza mi aveva aperto un mondo che non immaginavo. Sulla vetta eravamo sbucati al caldo sole agostano dopo ore passate nella penombra e lungo la via di discesa continuai a pensare alla salita, dispiaciuto fosse già conclusa.
Passarono gli anni e il mio girovagare per le Alpi, dalle Marittime alle Retiche fino alle Giulie, mi portò a scalare numerose delle grandi classiche, di ghiaccio e di roccia. Conobbi il freddo granito di primo mattino della parete nord-ovest del pizzo Badile spuntare tenebrosa del ghiacciaio di Trubinasca. Assaporai con gioia il sole di una limpida alba inondare di luce la parete della Brenva al Monte Bianco, e mi stupii di quanto fosse emozionante trovarmi solo, nel freddo di gennaio lungo il dedalo di couloirs intasati di ghiaccio della parete nord dell’Aiguille du Midì.
Ma come spesso accade nella vita , ad un certo punto non ci si accontenta più; le pareti classiche di ghiaccio sembrarono porre un limite oggettivo al mio andare in montagna. Alcune come la parete nord del Liskamm o la pericolosa nord dell’Ortles le avevo superate solo e in velocità. Ora sentivo il bisogno di confrontarmi con terreno più infido, difficile, possibilmente anche friabile…e le pareti di misto facevano al caso.
Nel luglio del 2003 l’amico Flaminio  mi propose una grande via di roccia e misto, la famosa via “Cassin” alla punta Walker alle Grandes Jorasses nel gruppo del Monte Bianco. Un interminabile lancia di granito alta 1200 m; il sogno di tanti alpinisti. Con la parete nord dell’Eiger, lo sperone Walker fu l’ultimo problema delle alpi ad essere risolto nel 1938 dagli alpinisti Lecchesi Cassin, Esposito e Tizzoni. Quell’estate le condizioni della montagna erano eccellenti, il tempo secco aveva asciugato la roccia e la nostra salita con le scarpette leggere fu un vero godimento. Solamente nei tratti all’ombra , di tanto in tanto qualche placca di ghiaccio vetrato rallentò la nostra sicura progressione.
Noncurante del balzo che il mio ego aveva fatto quei giorni, continuai a cavalcare le vette con compagni di cordata sempre diversi e a dire il vero sempre più rari. Finche un tardo pomeriggio di febbraio, discutendo di cascate gelate con alcuni amici Bresciani alla locanda di “Placido” in Val Daone conobbi Giorgio, alpinista e specialista del ghiaccio, ero riuscito a trovare il compagno ideale per realizzare quell’idea che col tempo avevo covato in segreto: scalare la parete nord dell’Eiger, la più famosa, la più alta, la più pericolosa, risolta con audacia, dopo numerosi tentativi e otto morti, dalla cordata austro-tedesca Harrer-Kasparek e Heckmair-Vorg nel 1938.
Così, il giorno di Pasqua 2007 mi trovai impegolato con Gio` ed un altro amico Giacomo forte alpinista e speleologo autore di una via nuova al Cerro Torre, scomparso prematuramente durante l’apertura invernale di un itinerario di misto nel 2008 ) sulla temuta Eigerwand con mezzo metro di neve fresca. Avevamo attaccato alla luce delle frontali, con un’altra cordata di francesi, ma la loro salita fu breve. Sulla cengia dello stollenloch, alla fine dello zoccolo, i due decisero di averne abbastanza e salutando sparirono al di là della porticina che da accesso al treno della Jungfrau. Noi si proseguì con la tensione sotto controllo, superando pieni di emozioni i luoghi chiave dell’immensa parete.
Ogni cengia, ogni tiro difficile, raccontavano l’epopea dei primi alpinisti che si erano cimentati lassù: l’Hinterstoisser quergang, il bivacco del nido di rondine, il bivacco della morte, il camino della cascata, l’esposta traversata degli dei, il tetro imbuto del ragno e su fino all’esile terrazzino dove bivaccò il povero Claudio Corti. Nelle scanalature terminali, 1700 metri sopra i pascoli innevati di Alpiglen, il tardo sole pomeridiano ci rasserenò gli animi. Oltre gli ultimi pendii riconobbi il tratto finale della “Mittelegigrat”. L’anno prima infatti con la mia compagna di cordata e nella vita Marina, si era passati per raggiungere la vetta. Eravamo alla fine della giornata e di tre chilometri di scalata continua. Il tratto dolce e sinuoso della cresta ci condusse alla cima, quel giorno di aprile per noi fu unico ed irripetibile. Il giorno dopo alla Kleine Scheiddeg, a colazione mi ritrovai a parlare con Christophe Profit, figura mitica dell’alpinismo, aveva raggiunto la vetta il giorno prima di noi, per la decima volta, con un cliente.
E come dice il detto non c`è il due senza il tre, esattamente una settimana dopo mi recai ai piedi della parete nord del Cervino per accertarmi delle buone condizioni della parete. Il tempo era favorevole ma al solito, non trovando il compagno di cordata dovetti rinunciare. Il pensiero di scalare il Cervino e completare ”la trilogia” delle pareti più difficili divenne un’ossessione. Questa infida parete fu scalata nell’agosto del 1931 da due giovani alpinisti di Monaco, Franz e Toni Schmid.
Per più di un anno aspettai buone condizioni e cercai disperatamente un amico disposto a mettersi in gioco, ma solo il 23 luglio 2008, quando dopo undici ore di scalata sbucai nella nebbia alla croce Carrel della vetta italiana, l’incantesimo si sciolse. Mauro, l’amico di Novara, con me nella salita aveva imprecato sugli ultimi metri, per la roccia pessima e la neve instabile, ma io ero felice. Avevo difeso un sogno per anni ed ora potevo lasciarlo finire. Ero libero dovevo solo scendere, poi una volta in basso mi sarei voltato a guardare fra le pieghe della parete ed avrei ricominciato a sognare, forse una più difficile, più ripida o forse una montagna più lontana.
 
Floriano Martinaglia è nato nel 1966 in Canton Ticino – Svizzera e vive a Cadro, nei pressi di Lugano. Alpinista polivalente, come si può constatare dal suo straordinario curriculum, è anche un grande appassionato delle cascate di ghiaccio, che ha scalato un po’ ovunque, ma soprattutto nella sua regione, dove ha esplorato ogni vallata, mettendo a segno una gran quantità di prime salite. Negli ultimi anni ha girato parecchio sulle Alpi, ripetendo le linee più attraenti e difficili dall’Austria alla Francia. Nell’inverno appena terminato ha messo nello zaino la bellezza di 70 colate tra il WI5 al WI6 di cui cinque prime ascensioni in Ticino e una prima ripetizione di uno splendido free-standing nella Pitztal (Austria).
Curriculum di Floriano Martinaglia
Iniziai ad arrampicare nel marzo del 1982, dedicandomi quasi subito alla salita di alcune montagne Ticinesi, con mio fratello Raf. Insieme abbiamo scoperto il ghiaccio con la parete nord della Cima di Rosso, e nel 1985 salimmo la cascata del ponte in Val d’ Avers. Con gli anni l’ alta montagna e l’ alpinismo classico sono divenuti la parte più importante della mia esistenza, portandomi a condurre una vita dove la professione di restauratore occupa   la metà della settimana, ed il tempo libero non mi manca… e qualcuno ancora mi chiede: ma quando non lavori cosa fai? Ho salito quasi tutti i “4000” delle Alpi; mi mancano le 4 vette delle Jorasses (da tempo cerco un compagno che mi segua nella traversata integrale), ed il Picco Luigi Amedeo. Ho percorso parecchie nord classiche, Obergabelhorn, Lenzspitze, Petit mont Collon, Pigne d’ Arolla, Brunnegghorn, Granparadiso, Ciarforon, Breithorn occ. ed orientale, Disgrazia, Aletschorn, Mönch, Monviso, Ortles, Fletschorn, Weissmies, Presanella, Grand Casse, Lyskamm solo e in giornata con trasferta in motocicletta, per guadagnare tempo! L’ infinita nord-est del Bernina con attacco per la “gorgia” (ambiente spettacolare), la nord del Palù ,che amo moltissimo, lungo i 3 speroni e la scorsa estate salendo in solo il canale diretto fra la “Zippert” e la “Bumiller” uscendo sul seracco sospeso (credo una via nuova data la pericolosità). Lo stesso giorno sono sceso dalla normale e risalito in vetta per il canalone “Parravicini…” 
Nel luglio del 2008 con l’ amico Mauro Mairati sul Cervino, ho concluso la “trilogia” delle pareti Nord, quale primo ed unico alpinista Ticinese.
Naturalmente arrampico pure su roccia, attività che pratico meno intensamente ma che amo moltissimo (…non c’è mai tempo a sufficienza per fare tutto, visto che mi dedico pure alla speleologia). La Bregaglia e la val Masino sono i luoghi che prediligo, con il Badile dalla classicissima Cassin, la via Chiara, Another day, lo spigolo Nord, la Direttissima Fiorelli. Poi il Cengalo dal “Vinci”, la Gaiser-Lehmann , il gruppo di Sciora, la Trubinasca, il Picco Luigi Amedeo, la Punta Allievi, il Qualido. In Albigna, con mio fratello, aprimmo nel luglio del 1995 una via a fix di 9 lunghezze, (6b obb.) sul Pizzo Frachicchio. Non sono mancate salite nelle Alpi Marittime, in Presolana, nella Svizzera centrale ed in Francia.
Negli ultimi anni la mia attività si è concentrata sul Monte Rosa, con bellissime giornate di solitudine sul “Marinelli”, la Brioschi, la cresta Rey, la “via degli Italiani” alla Parrot e la cresta di Santa Caterina, l’ unica salita con un amico. Sulla cresta Signal invece mi ha accompagnato Marina, la mia compagna.
Ma la mia attenzione è focalizzata soprattutto sul massiccio del Monte Bianco. Sono un ammiratore di Gabarrou e come tale trovo che al Bianco c’è tutto quello che un’ alpinista cerca. Ho salito le classiche nord di Bionnassay, Verte, Courtes, Aiguille Blanche, Chardonnet, la ovest del Bianco, il Supercouloir con attacco diretto, la Brenva e la Küffner in solo. Nell’ inverno del 2006/2007 le condizioni erano così eccezionali che mi sono permesso il lusso di salire 12 goulottes, fra cui la Gabarrou-Albinoni, la Modica, la Carli-Chassagne e Fil à plomb, tutte solo e slegato. Con Emanuel Panizza (Guida alpina di Sondrio) e l’ amico Lorenzo Lanfranchi (Pala), abbiamo salito la bellissima “Pinocchio”, un vero godimento! Con Marina siamo stati su Filo`d’ Arianna, Pellissier, Il couloir Jager, l’eperon Migot.
Anche se non sono un appassionato di creste, ho percorso l`Innominata, Les Aiguilles du Diable, l’ integrale di Rochefort, la traversata Miage-Mont Blanc . Purtroppo attualmente il mio problema è che non trovo più compagni in grado di impegnarsi su salite difficili. Così io continuo paziente ad aspettare l’occasione per salire “il Pilone”, les Droites, la nord del Pilier d’ angle, la “MacIntyre” alle Jorasses e qualche goulotte sul Brouillard.
Nelle mezze stagioni mi trasformo in “falesista”, scalando soprattutto nel Lecchese, sulla tanto amata Medale, nelle falesie Ossolane che frequento parecchio anche perché conosco molta gente della zona. Un giorno Maurizio Pellizzon mi disse che era dispiaciuto per il fatto di non avermi incontrato prima del suo incidente, poiché si sarebbero fatte belle cascate insieme. A volte mi reco pure in valle del Sarca, nel classico Finalese, nella Bergamasca, in valle d’ Aosta, ma sono stato pure più volte in Corsica, Sardegna, Slovenia e Croazia.
Durante l’ inverno cambio genere di piccozze, poiché per me il ghiaccio è il massimo e non lo lascio neppure d’ estate. Nel luglio dello scorso anno infatti con un’ amico di Ivrea ho salito la bellissima “Grassi-Bernardi” alla Roccia Nera…una salita in perfetto stile “anni ottanta”.
 
 

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