Via Hasse-Brandler - Up-Climbing

Via Hasse-Brandler

Ivo Rabanser, UP2006.
In una chiara giornata dell’autunno 1957, due alpinisti attaccano al centro gli impressionanti strapiombi Nord della Cima Grande di Lavaredo. Sono Candido Bellodis e Beniamino Franceschi, giovani esponenti degli Scoiattoli, un sodalizio alpinistico di Cortina d’Ampezzo. Riescono ad alzarsi per un’ottantina di metri, chiodando la gialla parete più per entusiasmo che per convinzione, quindi rinunciano, calandosi alla base delle rocce. Desistono e non rinnovano l’intento, anche per non fare uso dei chiodi a pressione! Quello dei grandi strapiombi è ancora un mondo sconosciuto che incute un timore reverenziale. Ci vuole non poca baldanza giovanile per pensare che si possa salire su quel muro giallo e repulsivo.
Due anni prima, nell’estate del 1955, un giovane studente, originario dalla Sassonia, arrivò per la prima volta nelle Dolomiti. È Dietrich Hasse, un arrampicatore di straordinarie capacità, formatosi nella severa scuola del Elbsandsteingebirge, considerata la culla dell’arrampicata libera e di concezione sportiva. È anni che il ragazzo sognava questo momento: “In un vecchio libro ammiro le Tre Cime di Lavaredo… Potessi andare lì! Nessuna montagna mi impressionava allora come la Cima Grande vista da Nord. La via Comici, che ha la mia stessa età, era al sommo dei miei desideri. E quella muraglia chiara e luminosa sulla sinistra, che parete ideale, se solo le si potesse strapparle una linea di salita…”
Il ragazzo rimase incantato da questo magico regno di pareti apparentemente inaccessibili. Alle Tre Cime di Lavaredo ripete la celeberrima via Comici-Dimai, e nel corso della scalata scruta come ipnotizzato il settore centrale di questo repulsivo muro giallo. Nel suo intimo sogna di tracciarvi una via diretta…
Nell’estate successiva torna nuovamente alle Tre Cime. Sulla Cima Grande collabora con gli Scoiattoli di Cortina in una laboriosa operazione di soccorso a un suo connazionale sulla Comici. Anche in questa occasione esplora insistentemente con lo sguardo quelle repulsive rocce a fianco.
Tuttavia i tempi non sono ancora maturi per osare di “buttare il cuore” oltre un ostacolo di tale portata. Si trasferisce quindi in Civetta, dove, fra l’altro, ripete la prestigiosa Carlesso-Sandri alla Torre Trieste, apportandovi involontariamente una variante d’uscita diretta. Tutto questo arrampicando per lo più a piedi scalzi!
Dietrich Hasse, classe 1933, come quasi tutti quelli della sua generazione, ha avuto un’infanzia tutt’altro che lieta, l’orrore della guerra, la fuga dall’Armata Rossa, poi la morte del padre in un campo di concentramento. Fame e disperazione, a cui seguono anni privi di prospettive. Sono esperienze traumatizzanti, che hanno forgiato un carattere determinato e resistente alle privazioni. Studia dapprima a Freiberg nella Sassonia e poi si trasferisce a Berlino e in seguito a Monaco. La passione per l’arrampicata lo prende sempre più. Passa tutto il suo tempo libero a esplorare e arrampicare sui torrioni di arenaria che costellano i boschi della Sassonia, tanto da finire per sei settimane nelle prigioni ceche per aver indebitamente oltrepassato il confine della Boemia. Arrampicatore particolarmente dotato in libera, perfezionò con il passare del tempo tutte le raffinatezze della tecnica artificiale. Audace ma prudente, insegue con caparbietà quasi maniacale gli obiettivi prefissati.
Nel 1957 Hasse arriva alle Cime di Lavaredo, deciso questa volta a realizzare il suo sogno: una via diretta sulla parete Nord della Cima Grande. È tornato insieme a Peter Voigt, che però, alla vista della parete, non vuole più saperne di arrampicare a comando alternato: “Da secondo va bene, ma per favore non da primo”, commenta alquanto sconsolato. I due hanno portato al seguito l’artiglieria pesante: 130 chiodi, numerosi moschettoni, staffe, 150 metri di cordino e sette chiodi a pressione con relativo punteruolo. Finalmente il 1° agosto Hasse e Voigt possono mettere le mani sulla roccia; assaggiano la parete ma ben presto si rendono conto che le possibilità di riuscire con una cordata di sole due persone sono alquanto irrisorie. Al Rifugio Locatelli fanno la conoscenza di Willi Zeller e Toni Reiter, due simpaticoni bavaresi, che, interpellati a riguardo, si aggregano volentieri ai sassoni. Hasse si rivela una personalità carismatica e riesce a coinvolgere i due ragazzi nel suo ambizioso progetto.
I quattro tedeschi attaccano decisi e il 3, 4 e 5 agosto attrezzano alcune lunghezze di corda. Le difficoltà si rivelano da subito atroci. Sarà una lotta senza quartiere! Anche le condizioni meteorologiche sono tutt’altro che favorevoli: mentre la pioggia non rappresenta nessun problema, protetti come sono dall’immane strapiombo, il freddo pungente si rivela invece sfibrante. Dopo tre giorni in parete i ragazzi desistono. Zeller è indisposto e decide di tornare a casa. Scoraggiato anche Reiter desiste.
Il 3 settembre Dietrich Hasse e Peter Voigt compiono un altro tentativo, accompagnati questa volta da Jörg Lehne e Siegfried Löw. “Ci alziamo alle quattro – annota Hasse nel suo diario – le condizioni del tempo sono difficili da definire. Siamo all’attacco, prepariamo l’attrezzatura e ci leghiamo. Jörg vorrebbe salire con me, alternandoci al capo della corda, fino su sotto il grande diedro rovescio. Partiamo. Fa molto freddo stamattina. Così freddo che già nella prima lunghezza Peter cade nella prima lunghezza di corda e rinuncia ad attaccare il secondo tiro. La nebbia che avvolge la parete è fredda e limita la vista a pochi metri. Verso sera il vento porta anche fiocchi di neve. Come si sono fatte corte le giornate! A fatica siamo arrivati alla sosta dopo la quarta lunghezza. Recuperando dalla base l’attrezzatura il cordino di collegamento si attorciglia e solo con grande sforzo riusciamo a recuperare i sacchi a pelo. La notte è micidiale. Malgrado i sacchi patiamo un freddo cane per tutta la notte, seduti sui seggiolini”.
Appena si fa giorno, dopo questo penoso bivacco in parete, i quattro tedeschi si calano alla base della parete: “Proseguire sarebbe pura follia!”
Dopo questa serie di tentativi falliti, Dietrich Hasse tira un bilancio. Ha compreso che occorre rivedere le attrezzature e migliorare l’equipaggiamento da bivacco. Sarà di vitale importanza riuscire a riposare di notte, altrimenti è impossibile resistere diverse giornate su questa parete. E certo non per una questione di comodità!
L’ambizioso progetto viene rimandato all’estate del ‘58. Tuttavia, quando è il momento di partire, Peter Voigt decide di non voler sprecare una seconda stagione inseguendo le folli chimere di Hasse, che ormai è diventato un fanatico di questa parete. Fortuna vuole che il suo posto venga preso da Lothar Brandler, un talento naturale dell’arrampicata, oltre che un carattere intraprendente e risoluto.
Dal 6 al 10 luglio 1958, Dietrich Hasse e Lothar Brandler, coaudivati da Jörg Lehne e Siegfried Löw, riescono a realizzare quella che per l’epoca venne considerata una delle massime imprese nelle Dolomiti. In precedenza, non si era mai osato concepire un itinerario di questo calibro su una parete talmente repulsiva e strapiombante. Furono impiegati complessivamente 180 chiodi, di cui 14 a pressione, oltre a cunei di legno e cordini con nodo a incastro. I rifornimenti avvennero con un cordino dalla base. La via, definita direttissima, fu dedicata a Willi Zeller, lo sfortunato compagno dei tentativi dell’estate precedente, morto il 22 settembre 1957 nel corso di una salita solitaria sulla Fleischbank nel Kaisergebirge. Nel suo diario Jörg Lehne ricorda i momenti felici sulla cima al termine dell’estenuante scalata: “Le corde sono scompigliate. Gli amici cantano una canzone. Io non riesco a cantare. E non solo per la mia gola arsa! Preferisco rimanere in silenzio e osservare le nuvole che avvolgono le Tre Cime. Ripenso a tutto quello che avremmo voluto fare se solo avessimo raggiunto questa cima… Ciao superba parete della Cima Grande. Non ti sei concessa facilmente! Però ne sei valsa cento volte la pena!”
Dietrich Hasse, il promotore e l’elemento trainante della cordata, era animato da un animo sportivo, quindi tutti i chiodi usati durante la scalata vennero lasciati in loco. Per di più, il tedesco aveva teorizzato in alcuni suoi scritti che i chiodi adoperati dai primi salitori dovevano rimanere e costituire la misura dei mezzi utilizzabili anche per i successivi ripetitori: l’uso di più chiodi sarebbe stato poco sportivo e avrebbe col tempo svilito l’impegno globale della via.
Appena quattro giorni dopo, dal 14 al 16 luglio 1958, la direttissima viene ripetuta dal trentino Cesare Maestri, conosciuto con il significativo sopranome di “ragno delle Dolomiti”, insieme al compagno occasionale Josef Holzer. Rimangono ammirati dell’arditezza della via e sul libro del rifugio Maestri annota: “Onore e merito alla resistenza, lo spirito di gruppo, la tecnica raffinata, sia in arrampicata libera che nell’utilizzo di mezzi artificiali, ai quattro ragazzi che su questa parete gialla hanno scritto una delle più belle pagine dell’alpinismo”. Malgrado i quattro tedeschi abbiano lasciato in parete tutti i chiodi adoperati, Maestri si vide costretto a piantarne altri 40.
I francesi Jean Couzy e René Desmaison compiono, meno di due settimane dopo, dal 28 al 30 agosto 1958, la terza ascensione. A seguito di un lucido commento della via, Couzy propone l’introduzione del VII grado: “Abbiamo trovato la via estremamente dura, anche se ben chiodata, più dura di tutte le altre arrampicate di VI+ fin’ora percorse, anche se queste erano poco chiodate!” Desmaison rincarò la dose in un’articolo su La montagne: “Per classificare l’impegno di questa via nell’esistente graduazione, occorre svalutare di un grado le scalate di somma difficoltà, cosa di cui pochi presumo sarebbero contenti. E se qualcuno è convinto che il VII non esiste, vadano a vedere questa via, poi ne riparliamo”.
La quarta salita è appannaggio di Albin Schelbert e Hugo Weber, che nell’estate seguente saranno protagonisti inseme agli Scoiattoli della competizione per la via diretta sugli strapiombi della vicina Cima Ovest di Lavaredo. I due giovani svizzeri superano la parete con un solo bivacco, dal 1 al 2 agosto 1958, e anche loro sono impressionati dall’impegno della salita: “Con ogni lunghezza di corda la nostra ammirazione aumentava. Grazie alla loro perseveranza e alle loro capacità sono riusciti a raggiungere la cima per la via più bella.”
Tuttavia non furono risparmiate anche le critiche più feroci, soprattutto “da parte di chi forse non metterà mai le mani dove Hasse aveva messo i piedi” (Marino Stenico). I puristi gridarono allo scandalo, ritenendo che si fosse fatto un uso troppo massiccio e disinvolto di mezzi artificiali. Si parlò addirittura dell’impiego di trapani elettrici e di altre diavolerie, arrivando alla macabra conclusione che la fossa dell’alpinismo – quello puro – fosse stata scavata definitivamente. Soprattutto negli ambienti che facevano riferimento agli Scoiattoli di Cortina, la reazione negativa fu più veemente: “Una salita con l’utilizzo del punteruolo non è da considerarsi come una soluzione, poiché in questo modo tutte le pareti diventano accessibili” (Lino Lacedelli). Negli anni immediatamente seguenti gli stessi Scoiattoli saranno autori di alcune scalate tecnologiche con un supporto ben più massiccio e disinvolto di chiodi e del punteruolo.
Va invece rimarcato che l’idea di affrontare un’itinerario di questo tipo rappresentò una concezione d’avanguardia in quel periodo storico e che i mezzi artificiali furono usati davvero con massimo criterio e parsimonia. E sarebbe errato e antistorico pensare che Hasse e i suoi compagni impiegassero chiodi e altri mezzi artificiali senza stile ne scrupoli, per passare a tutti i costi. Infatti dimostrò più volte di rinunciare a quelle salite che avrebbero richiesto un uso di chiodi da lui giudicato sproporzionato. E non da ultimo va considerato che i protagonisti di questa impresa erano arrampicatori di punta, non solo audaci, ma anche particolarmente preparati.
Ai quattro ragazzi tedeschi vennero anche mosse delle critiche per la presunta spettacolarizzazione dell’impresa: “Arrivano in cima relativamente freschi, discendono velocemente per essere accolti trionfalmente al rifugio da centinaia di spettatori e per rilasciare inteviste ai giornalisti”. In verità Hasse, Brandler, Lehne e Löw furono ricevuti al Locatelli dagli ospiti del rifugio, due guide e Cesare Maestri. Il bimbo del gestore Reider omaggiò i tedeschi con un mazzo di fiori… e le poche parole dette in seguito ai giornalisti, furono ‘concesse" su invito di Bepi Reider che fece loro notare di trovarsi in un’altro paese e quindi di adeguarsi alle abitudini vigenti. Raramente un’impresa alpinistica di questa portata venne ufficiata così senza tanto clamore. Basti pensare che Hasse rifiutò l’offerta – ben retribuita – di pubblicazione del resoconto e immagini della spettacolare prima ascensione da parte di una rivista tedesca!
Gli anni Sessanta sono anche il periodo d’oro delle grandi invernali. Affrontare una parete nella stagione più ostile, avendo la consapevolezza che quello a cui si va incontro comporterà un logorio fisico e psichico, richiede una motivazione e una carica interiore non indifferenti, oltre a una buona dose di stoicismo.
Protagonisti della prima invernale delle direttissima sono i tedeschi Peter Siegert, Reiner Kauschke, Rolf Jäger e Werner Bittner, che in sei giorni di scalata, dal 13 al 17 febbraio 1961, superano il muro strapiombante delle Cima Grande. Alla mattna e alla sera i quattro venivano riforniti dalla base da Horst, il fratello minore di Siegert, mediate un cordino di collegamento. L’impresa si svolse alla chetichella e senza grandi clamori, tanto che se ne ebbe notizia solo grazie a Piero Mazzorana, custode del Rifugio Auronzo. La seconda invernale sarà compiuta invece dai fratelli cadorini Natalino ed Emilio Menegus insieme a Marcello Bonafede, dal 7 al 10 gennaio 1964, che siglarono contemporaneamente l’ottantesima salita della via.
La fama della Hasse-Brandler si andava consolidando sempre più; era considerata una di quelle scalate che fanno da metro fra le vie più dure nelle Dolomiti. Da ogni parte d’Europa le cordate più preparate venivano a confrontarsi con questa salita divenuta celebre e ambita. Claude Barbier, il fuoriclasse belga che nel ’61 aveva concatenato in un solo giorno le pareti Nord della Tre Cime di Lavaredo, scalando in solitaria la Cassin alla Cima Ovest, la Comici alla Cima Grande e la Innerkofler alla Cima Piccola, desiderava in cuor suo di compiere la prima solitaria delle direttissima, la perla più pregiata. In una lettera a un amico confessa: “È tutto l’inverno che sogno questa via”.
Barbier verrà però preceduto da un altro solitario, il tirolese Karl Flunger, che il 6 luglio 1962 supera la via velocemente in giornata e senza contrattempi. Tre anni dopo, nell’estate 1965, l’americano John Bruce Price compie la seconda salita solitaria. La prima donna a percorrere questo itinerario fu la svizzera Erika Stagni in cordata con Robert Wohlschlag il 25 luglio 1964.
Negli anni Ottanta si assiste a un radicale cambiamento nel mondo dell’arrampicata. Dopo il riconoscimento ufficiale del VII grado, il gioco dell’arrampicata libera si espande a macchia d’olio. Il mito della purezza, del gesto atletico, del non attaccarsi ai chiodi per salire una parete, trova terreno fertile nella nuova generazione di arrampicatori. È una stagione di grande evoluzione, si delineano personaggi e tendenze che segneranno il futuro. Si diffonde sempre più il concetto di arrampicata come disciplina sportiva, autonoma e del tutto separata dall’alpinismo. La ricerca del passaggio sempre più difficile e dell’estetica del gesto relega in secondo piano l’epicità della grande parete. E sarà proprio facendo tesoro della preparazione atletico-sportiva, maturata sulle falesie di fondovalle, che i più forti alpinisti riusciranno a spingere l’arrampicata libera a livelli superiori anche sulle grandi pareti dolomitiche.
Kurt Albert, classe 1954, è uno dei grandi protagonisti di questa stagione. È promotore dello stile Rotpunkt, ovvero dell’arrampicata libera usando i chiodi solo e soltanto per la sicurezza e non come ausilio. Nell’estate 1987 arriva insieme a Gerold Sprachmann alle Tre Cime con progetti ambiziosi. L’idea è quella di passare in arrampicata libera sugli strapiombi della Cima Ovest e della Cima Grande. In luglio, dopo diverse giornate di preparativi, riesce a “liberare” la via degli svizzeri sulla Cima Ovest, facendosi riprendere durante la scalata da una troupe cinematografica. Non contenti i due si rivolgono alla Cima Grande e, dopo aver rafforzato le soste, salgono in libera anche la Hasse-Brandler, con difficoltà di VIII+.
Il 1° agosto 2002 cade l’ultimo tabù: il tedesco Alexander Huber sale la via in arrampicata solitaria e senza corda o qualsiasi mezzo di assicurazione (free solo). È una cavalcata allucinate di un temerario fuoriclasse, una prestazione senza eguali, sospesa sopra un’abisso, con la consapevolezza che un minimo sbaglio avrebbe delle conseguenze fatali! Reinhold Messner commenta l’exploit con queste parole: «Alex Huber è attualmente il più forte di tutti gli arrampicatori; ha salito free-solo la direttissima con le sole scarpette d’arrampicata e la magnesite: 500 metri di esposizione assoluta, senza possibilità di assicurazioni o di ritorno, con un azione geniale che per eleganza sarà difficile da superare». In precedenza Huber trascorse sei giornate sulla via, studiando le sequenze dei tratti più impegnativi e segnando col gesso diversi degli appigli risolutori.
Si conclude così la storia della Hasse-Brandler, conosciuta anche come direttissima alla Cima Grande. Un itinerario emblematico, di cui Messner scrisse che “si dimostrò che non è impossibile superare qualsiasi ostacolo quando la cordata è abile ed efficiente, e sa servirsi con pazienza dei mezzi artificiali. Insomma, chiodando si supera qualsiasi parete. Questo è il male, giacché per la verità storica bisogna dire che da quella impresa si cominciò a ricorrere e a tollerare qualsiasi mezzo artificiale”. Eppure penso che sia una via dove si creò un mirabile equilibrio tra arrampicata libera e artificiale. Una realizzazione che in un certo senso chiuse un’epoca, in cui – pur puntando al percorso possibilmente diretto verso la cima – lo si faceva adeguandosi alla morfologia della parete, collegando, spesso con sorprendente intuito, i punti deboli offerti della roccia. Fu in seguito che inizò l’epoca delle illogiche vie direttissime “a goccia d’acqua”, imposte alla parete a furia di chiodi e colpi di punteruolo!

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