07 Gen Via Rebus alla Corna di Medale
REBUS
Testo di Eugenio Pesci
Racconto pubblicato su LARIO ROCK PARETI di P. Buzzoni, E. Pesci, Versante Sud 2012
Il grande pilastro bianco, alto circa 250 metri, che delimita verso sinistra la parete concava della Corna di Medale e che si alza sopra l’infido zoccolo erboso alto 150 metri, presenta una evidente linea di placche bianche che fugge verso l’alto sino a una zona di strapiombi, complessa e repulsiva, che si esaurisce solo sotto la cresta finale. Nel 1984 Ivano Zanetti, all’epoca fra i più forti ed esperti apritori e ripetitori di itinerari su roccia in Italia, insieme ai non meno esperti milanesi Umberto Villotta e Giovanni Chiaffarelli salì per la prima volta il pilastro lungo una bellissima linea per diedri strapiombanti e placche di roccia eccezionale: nacque Breakdance, la prima via di stampo moderno, di grande rilievo e con spit, della Medale, di risonanza non solo locale, ben presto ripetuta da innumerevoli cordate provenienti da tutto il Nord Italia e non solo. Durante quella salita, Zanetti, climber dall’occhio fino e creativo, aveva avuto modo di notare la favolosa striscia di placche bianche che serpeggiava sulla sinistra di Breakdance. Nel febbraio del 1985, ebbe subito l’idea di aprire una seconda via, che avrebbe voluto chiamare Sir Biss (il serpente di Robin Hood). Nello stesso inverno, Eugenio Pesci e Giovanni Rivolta avevano iniziato, con poco successo, ad attaccare le placche subito a destra della Via Brianzi, nel tentativo di raggiungerle da sinistra continuando per il “serpente bianco”. Il tentativo finì dopo un paio di spit, dove qualche anno dopo sarebbe stata aperta Il Cammino dello Xian. Congiunti gli sforzi, dopo una burbera presentazione in quella che all’epoca era una palestra al coperto di arrampicata (antico muro a mattoni del Centro Sportivo Cambini di Milano), si formò la cordata che comprendeva anche il già temprato Chiaffarelli. All’inizio dell’inverno 1985, in una magnifica giornata di sole, Zanetti e Pesci attaccarono le placche bianche poste a destra della via Bonatti. Il primo tiro fu superato da Zanetti con un tratto in artificiale di rara delicatezza, non tanto per il pericolo, ma per l’esiguità e la complicatezza degli ancoraggi usati: ancorette, cordini da due millimetri., cliff. Il secondo tiro riempì tutta la giornata. Sempre Zanetti, esprimendosi probabilmente al massimo delle sue capacità, notevoli per i tempi, spittando a mano, con spit da dieci millimetri lontani, superò in circa sette ore lo specchio a gocce soprastante, inframmezzando difficili passi in libera, fino al 6b. Ormai pietrificato alla sosta appesa, il secondo si trovò poi a dover fare il tiro, e non fu una bella esperienza. Nei mesi seguenti, il trio degli apritori comparve sul pilastro almeno una quindicina di volte, senza usare fisse sulla via, ma entrando per fortuna in cima al secondo tiro dalla via Bonatti. L’arcigno Zanetti era solito spaventare, in gennaio e con la neve, gli escursionisti impegnati sulla Ferrata con scarponi doppi, salendo spesso in ciabatte da spiaggia e con zaini di 20 chili, borbottando contro quelle che giudicava delle importune e pericolose presenze. Nella parte superiore, alcuni passaggi diedero parecchio filo da torcere, in particolare il camino del penultimo tiro, superato in parte in artificiale molto pericoloso, con passaggi su microdadi e spit a 5/6 m., con garanzia di una caduta rovinosa se si fosse saltati di sotto uscendo in sosta. Alcuni passaggi di questo itinerario, che oggi conta almeno 50 ripetizioni, non sono stati ancora fatti in libera: ad esempio il tetto a mezzaluna nella parte alta, e le salite a vista del secondo tiro si contano sulle dita di una mano, benché la difficoltà dei passaggi sia, visto il livello odierno, alla portata di un elevato numero di arrampicatori. L’esposizione è però molto forte e i movimenti esigono calma. Rebus venne superata in prima e per ora unica salita solitaria da Marco Anghileri nel 1995: egli era probabilmente al massimo della sua forma, in un periodo in cui tra l’altro si distinse per grandi solitarie dolomitiche, e, come racconta lui stesso, “salì l’itinerario pressoché slegato, avendo a disposizione solo un cordino di alcuni metri che passava nei chiodi”. Il pomeriggio se ne andò… a scalare sui monotiri del Vaccarese. Come noto, la parte più bella di Rebus è la prima metà, anche se la seconda ha roccia ottima, ma è più faticosa e gergalmente “ostiosa”. Fra le vie della Medale, questo itinerario rimane comunque nel complesso il più difficile.

