ZAHIR IN GIORNATA PER IRIS BIELLI - Up-Climbing

ZAHIR IN GIORNATA PER IRIS BIELLI

Il racconto di Iris Bielli sulla ripetizione in giornata di Zahir (8b+, 300m), una delle vie multipitch più impegnative del calcare delle Wendenstöcke.

Iris in libera su Zahir, fonte: Iris Bielli

Se si parla di grande arrampicata multipitch su calcare, le Wendenstöcke nell’Oberland Bernese non hanno certo bisogno di presentazioni. Questo scudo di roccia svizzero è da sempre un banco di prova severo, dove la difficoltà del grado si somma a chiodature mai banali e a un impegno psicologico che lascia poco spazio all’errore. Tra le linee che tracciano questa parete, Zahir occupa un posto d’eccezione. Aperta da Iwan Wolf e Gunter Habersatter tra il 1996 e il 2004 (e liberata nel 2006), con i suoi 300 metri di sviluppo e difficoltà fino all’8b+, è considerata una delle vie più dure e impegnative delle Alpi. Una linea che richiede grande precisione tecnica, resistenza e la capacità di muoversi con lucidità su passi obbligati e protezioni distanziate. Venerdì 24 luglio, Iris Bielli, fortissima arrampicatrice di Merate e membro dei Ragni di Lecco, ha messo a segno una ripetizione di spessore, salendo Zahir completamente in giornata. In cordata con il padre Matteo, Iris ha completato la via con una prestazione solida ed efficace su una delle pareti più esigenti d’Europa.

Di seguito, il racconto dettagliato della salita direttamente dalle parole di Iris:

Iris su Zahir, fonte: Iris Bielli

Iris impegnata sulla splendida via, fonte: Iris Bielli

“Sono le 4:10 di mattina del 24 luglio, la sveglia è appena suonata, mio papà ed io stiamo trangugiando qualche biscotto Grancereale inzuppato nel tè, poco dopo iniziamo a salire i ripidi e faticosi prati del Wenden. Come di consueto sono io a dare il ritmo, questa volta però, forse per l’eccitazione, salgo a passo troppo svelto senza guardarmi alle spalle e dopo appena mezz’ora mi rendo conto che mio papà è rimasto molto indietro. Rallentiamo il passo ma quando raggiungiamo la base del Dom abbiamo comunque le gambe molto stanche: il duro è fatto per oggi! …La camminata non è esattamente il nostro forte. Ci prendiamo un’ora di riposo e alle 8 di mattina infilo le mie scarpette e parto sul primo tiro di 6c+. Non ho un piano preciso per la giornata, non so bene cosa aspettarmi, mi piacerebbe provare per bene i tre tiri più duri della via e capire se siano nelle mie corde. Mentre salgo attraversa la mia mente, come una meteora, l’idea di salirla in giornata: no, è un sogno irraggiungibile, una pura follia, allora tronco violentemente questo pensiero. In poco raggiungo la sosta, recupero mio papà e attacco il secondo tiro: un lungo 8a. I primi 25 metri filano via lisci fino a raggiungere una sezione di parete che fatico a decifrare.  Provo a salire ma non capisco come passare, disarrampico, poi di nuovo su e giù per altre due volte e la ghisa sale… non posso indugiare ancora, sento che sto per cadere e non mi resta che tentare: un piccolo urlo forse mi aiuta a concentrare lo sforzo che mi porta a una presa discreta; continuo velocemente fino a un buon bidito che mi permette di riprendere fiato e di osservare attentamente l’ultima sezione del tiro; così affronto agevolmente il delicato passaggio che mi porta in catena. Sono le 10.15 e penso che tutto sommato sono già contenta di aver salito uno dei tiri più impegnativi della via a vista. Guardo su, verso il terzo tiro, il più duro, l’8b+, noto così che ha già i rinvii posizionati e la cosa mi rallegra molto, so che mi risparmierà qualche preziosa energia. Salgo con calma e studio con attenzione i movimenti del tiro, con cura maniacale segno ogni singolo appiglio che possa venirmi in aiuto come presa od appoggio per i piedi e così trasformo un pezzo di parete in un foglio di pergamena sul quale emergono come geroglifici, disegnati col mio cubetto di magnesio, le minuscole e dolorose prese che cerco di farmi amiche spazzolandole gentilmente per migliorarne l’aderenza: così fino in catena. Chiedo a mio papà di calarmi, mi rannicchio sulla piccola e spiovente cengia e mentre lascio raffreddare la pelle delle mie dita per un’intera ora ripercorro più volte nella mente i movimenti del tiro. 13.15, è il momento di partire. Tocco la roccia e percepisco che è un po’ calda, mi guardo i polpastrelli e vedo che la pelle non è più perfetta, so che qui oggi ho a disposizione un solo giro eppure sono molto rilassata. Inizio a scalare ed entro immediatamente nel flow, supero agilmente il blocco al quarto spit e continuo fino al riposo prima dell’ultima sezione dura. Qui mi accorgo che zampilla sangue dalla cuticola dell’indice della mano destra. Mi capita sempre quando strizzo forte delle micro tacche, so già che non appena provassi ad appoggiare il pollice sull’unghia dell’indice il sangue comincerebbe a uscire in modo incontrollato ed una snappata sarebbe assicurata. Eppure non sono preoccupata, semplicemente mi affido alle altre quattro dita della mano, smagnesio ripetutamente e in poco arrivo al buon buco da cui rinvio la catena.Stento a credere a quel che ho appena fatto: il pensiero del mattino di salire Zahir in giornata torna a chiamarmi ma so che mancano ancora cinque tiri, sulla carta più facili ma che, dato il tipo di arrampicata, richiedono ancora molta attenzione. Mio papà con tenacia mi raggiunge jumarando in sosta così parto per il quarto tiro, un 7c di 55 metri con roccia a gocce e tacche ricoperte di spilli: dolore puro! Il tiro è davvero lungo e nella seconda parte mentre perdo la concentrazione istantaneamente la ghisa mi assale: lotto per non cadere e impiego più di un’ora prima di raggiungere la catena. Il tiro successivo è un 7a+ molto strapiombante, mi rendo conto di non poter indugiare perciò lo salgo velocemente ma è faticoso e la stanchezza è sempre più pesante. Sto ora percorrendo il sesto tiro, un 7b, che arrampico tranquillamente fino a un punto dove credo che la via debba traversare verso destra, almeno così sono certa di aver letto sulla descrizione della guida che però non ne precisa lo spostamento. Inizio un lungo e precario traverso su roccia vergine che si frantuma finemente toccandola fino a raggiungere un desiderato spit, ma è un miraggio perché purtroppo manca la piastrina e non ho nemmeno con me un cordino da strozzare attorno alla vite. Non mi resta che continuare a salire e traversare verso destra. A 15 metri dall’ultima protezione, noto che non distante da me sale un’altra linea di spit, in quel momento realizzo che si tratta di Jednica allora mi guardo indietro e vedo che molto più a sinistra, sulla verticale dell’ultima protezione c’è uno spit: sono completamente fuori via, sotto a me la parete è a balze, una caduta qui è assolutamente vietata, mi dispero per un minuto ma poi capisco che l’unica soluzione è ripercorrere con estrema attenzione in disarrampicata i precari passi che ho salito precedentemente per tornare alla linea verticale, così faccio riuscendo a raggiungere finalmente lo spit e continuare in sosta su terreno decisamente più facile. Ora sono completamente esausta fisicamente e mentalmente. Rimane un tiro duro, il 7b+, i primi metri, ahimè, strapiombano e io ormai stento a stare attaccata a qualsiasi presa per giunta per moschettonare il secondo spit, per me troppo distante, devo lanciare e appendermi al volo, sono davvero troppo stanca per cui mi faccio calare da mio papà in sosta. Riposo solo qualche minuto, si sta facendo tardi, devo ripartire: lotto come non mai e riesco a raggiungere la catena. Sono le 19 di sera e mi resta da salire l’ultimo tiro che, dopo aver passato la giornata in strapiombo, finalmente è un godibile 6c in cui la parete si appoggia e apre ad una vista mozzafiato sulla parte superiore del Dom. Mio papà rinuncia alla vista, è troppo stanco anche lui, così mi cala in catena e da lì buttiamo giù le doppie. Alle 21 siamo alla base della parete: sfiniti ma felici. Adesso ripenso a questa giornata pazzesca, alla fatica estrema, al dolore alla pelle delle mani e ai piedi, ai momenti in cui ho perso la linea e quando l’ho ritrovata e mi rendo conto che la cosa che più mi è rimasta impressa è che non c’è stato un solo momento in cui ho avuto paura di fallire.”

Iris sul compattissimo calcare del Wenden, fonte: Iris Bielli

Alessandra Prato

 

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