25 Lug BASSOTTO L’INTRAMONTABILE!
L’intervista di Claudia Colonia a Pietro Bassotto

Pietro nel 1988 sul 7b+ di Fletcher line a Ceüse. Foto: Coll. Bassotto
Pietro Bassotto è un personaggio storico della scena arrampicatoria torinese, che iniziò a vivere il mondo delle competizioni con il primo Campionato Italiano del 1988 a Torino. Con una forte predilezione per la roccia, ma comunque appassionato di arrampicata in tutte le sue più diverse sfumature, Pietro è sempre cresciuto nel corso degli anni fino a raggiungere proprio recentemente il suo primo 8c+ FA con Mata Leao a Novalesa.
Al di là dei numeri che ci indicano il primo 8c nel 2020 e il primo 8c+ nel 2023, Pietro Bassotto è un grande esempio di un approccio sempre positivo verso l’arrampicata, con un sorriso e un entusiasmo che sono a dir poco contagiosi.
Ciao Pietro! Hai iniziato ad arrampicare quando tutto il movimento dell’arrampicata era completamente diverso da ora. Quali sono gli aspetti della crescita di questo sport che ti sembrano più incredibili rispetto a qualche decennio fa, anche se per qualche arrampicatore più giovane sono la normalità?
Negli ultimi decenni, l’arrampicata è cresciuta enormemente sotto molti punti di vista. Il livello delle prestazioni è aumentato in modo impressionante: quello che i top climber facevano Redpoint, oggi lo fanno i bambini. E i migliori al mondo lo fanno Onsight.
Il boom delle palestre indoor ha reso l’arrampicata accessibile anche in città, portandola fuori dal contesto naturale delle montagne. È diventata sport olimpico, i social media e i video l’hanno resa trendy, e questo fenomeno è esploso a livello globale.
Paesi che un tempo non avevano alcuna tradizione nell’arrampicata oggi ci hanno superato per strutture e risultati, e producono atleti di altissimo livello.
Anche lo stile è cambiato radicalmente: nella mia generazione la scalata era molto più statica. Oggi sono la norma movimenti dinamici come salti, rincorse, doppi e tripli lanci. Le prese stesse sono cambiate: prima cercavano di simulare la roccia, oggi hanno forme sempre più strane, quasi artistiche.

Nel 2022 su Extrema cura, 8c+ a Gravere. Foto: Coll. Bassotto
Parallelamente all’arrampicata, anche il tuo percorso personale è sempre stato in continua crescita: quali sono le tappe che hanno rappresentato per te il raggiungimento di obiettivi importanti, e allo stesso tempo una forte spinta per puntare ancora più in alto?
Da giovane ho sempre prediletto la scalata onsight, ma con il tempo, la mancanza di roccia nuova nella mia zona e la scarsa possibilità di viaggiare mi hanno portato a scalare sempre più spesso in redpoint. Ed è proprio lì che è avvenuta la svolta: puntare a un obiettivo preciso, tornare più volte sulla stessa via, allenare il gesto, studiarla, capirla… mi ha permesso di alzare il mio livello come non era mai successo prima.
Con Mata Leao, non hai solo arrampicato una via con un grado importante, ma ne hai anche firmato la FA: qual è per te il valore aggiunto di salire una via per primo?
Mata Leão è stata una piacevole sorpresa. All’inizio pensavo fosse impossibile riuscire a fare il singolo del traverso che collega due vie esigenti: Mistification (8a+) e Karate Kid (8c).
Ma da quando sono riuscito a capire la metodologia giusta, ho iniziato davvero a crederci. Anche così, però, non è stato affatto facile: quel passo chiave non era mai scontato, e una volta superato, restava comunque tutta Karate Kid da fare.
Fare delle first ascent non è mai stato un mio obiettivo. In questo caso, però, sono stato spinto da alcuni amici che mi hanno convinto a provare il progetto. Ho avuto la fortuna di condividerlo con Paolo, che mi ha motivato moltissimo lungo tutto il percorso.

Pietro sull’8c di Samplicemente mia, Novalesa. Foto: Coll. Bassotto
Riuscire a mantenere sempre alto il livello nel corso degli anni non è qualcosa che capita “per caso”: immagino che la costanza, l’allenamento e un’ottima consapevolezza del corpo e di quello che ti chiede siano elementi fondamentali per riuscire a migliorarsi. Quali sono per te gli aspetti chiave che ti portano a essere, oggi, al top della forma?
Riuscire a mantenere un buon livello nel tempo è il risultato di una serie di concause. Serve costanza, certo, ma anche la capacità di adattarsi ai cambiamenti del proprio corpo, della mente e della vita.
Per me, uno degli aspetti chiave è stato imparare ad ascoltarmi davvero: capire quando spingere e quando, invece, è il momento di fermarsi e recuperare. A volte migliorarsi non significa allenarsi di più, ma allenarsi meglio.
Negli anni ho imparato a essere più preciso: programmo gli allenamenti in base agli obiettivi, curo molto di più la prevenzione degli infortuni, e soprattutto cerco di rimanere motivato senza farmi travolgere dall’ansia da prestazione.
Un altro aspetto fondamentale è la mia passione per l’arrampicata. Mi alleno ancora con entusiasmo perché amo farlo, non solo per il risultato. Mi diverto anche solo a provare un nuovo movimento: è una sfida personale continua, ed è proprio quella che mi spinge a dare il massimo, anche dopo tanti anni.
Per me è importante anche pormi degli obiettivi: se non ne ho, la motivazione tende a calare. Per questo cerco sempre di avere una nuova sfida da affrontare, anche piccola, per tenere viva la spinta e la voglia di migliorare.

Ancora storia: nel 1988 su Nuit de cauchemard, 7c+ a Saint-Crepin. Foto: Coll. Bassotto
Il tuo approccio all’arrampicata, sempre equilibrato e positivo, è un valore che andrebbe insegnato ai corsi di avvicinamento per bambini e ragazzi. Cosa ne pensi del clima che spesso si respira nelle gare junior, anche solo a livello regionale, dove arrampicatori e arrampicatrici di qualsiasi categoria giovanile sono carichi di pressioni e aspettative?
Penso che l’arrampicata, soprattutto per i più giovani, debba restare un gioco: un’attività che li aiuta a conoscere il proprio corpo e a costruire fiducia in sé stessi.
È giusto che ci siano obiettivi, sfide, una sana competizione — elementi che aiutano a socializzare, a imparare a stare con gli altri, e che spesso fanno nascere amicizie destinate a durare nel tempo.
Purtroppo, a volte, genitori o allenatori caricano i ragazzi di aspettative e pressioni che vanno ben oltre il semplice desiderio di migliorare o divertirsi. In questi casi, l’arrampicata rischia di trasformarsi in una fonte di stress, anziché in un’opportunità di crescita.
Credo sia fondamentale insegnare ai giovani anche a perdere: accettare il confronto, riconoscere chi è più forte non per sentirsi inferiori, ma per imparare e crescere.
Questo è un valore che andrebbe trasmesso fin dai primi corsi di avvicinamento, perché se un giovane climber cresce solo con l’ansia del risultato, rischia di bruciarsi presto o, peggio, di perdere il vero senso dell’arrampicata: il piacere di sfidare sé stessi, con passione.

Bassotto impegnato su Paranoid, 8c a La Stazione. Foto: Coll. Bassotto
Se ti chiedessi di indicare a qualche arrampicatore non di zona un paio di falesie imperdibili del torinese, magari caratterizzate da un aspetto storico importante, quali consiglieresti?
L’arrampicata, oltre che gesto tecnico, è spesso anche un viaggio umano.
Nel tempo ho avuto la fortuna di conoscere molti scalatori, persone uniche, spesso molto particolari, ciascuna con caratteristiche irripetibili.
Ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa: un gesto, un consiglio, un modo di stare sulla roccia o semplicemente un ricordo speciale.
È difficile fare una scelta, perché sono davvero tanti quelli che mi hanno lasciato un segno indelebile.
Come falesia, sicuramente Striature Nere… luogo simbolico degli anni ’80 e ’90 della Val di Susa!
È stato il posto dove ho imparato a scalare, e per molti della mia generazione ha rappresentato l’inizio dell’arrampicata moderna. Per anni è stata un punto di riferimento, per le sue vie tecniche.
Ultima domanda: le temperature sono impegnative in questo periodo: dove arrampichi in estate?
Il caldo… un tasto dolente. È l’unico vero motivo che a volte mi toglie la voglia di scalare.
In questo periodo, a parte una volta alla Stazione e a Miralef, e qualche giornata al Rifugio Barbara, sto comunque andando a Gravere.
Anche se fa caldo, lì si riesce ancora a scalare senza pretese.
Grazie Pietro, a presto!
Claudia Colonia
Foto di Anteprima – Pietro Bassotto su Mata Leao 8c+. Foto: Coll. Bassotto

