GIOVANNI BONA RIPETE ARCHÈ D15+ - Up-Climbing

GIOVANNI BONA RIPETE ARCHÈ D15+

Quarta ripetizione della difficile linea alla Tana del Drago

Sabato 24 febbraio Giovanni Bona ha ripetuto Arché, D15+, nella falesia dry La Tana del Drago.

Dopo tre stagioni ad allenarsi con Matteo Pilon, chiodatore e autore della prima salita di questa linea, quest’anno il giovane climber ha deciso di buttarsi e provare la via.

Arché è lunga ca. trenta metri, è molto intensa e il suo grado è ormai ben confermato. Durante l’inverno appena trascorso è stata tentata da diversi atleti internazionali. Tra questi, due sono riusciti a ripeterla: Kevin Lindlau (seconda salita) e Keenan Griscom (terza salita). Quella di Giovanni è quindi la quarta salita di Arché.

Prima di questo successo Giovanni Bona aveva ripetuto due D14: Oblivion a Tomorrow’s World e Low G Man al Bus del Quai. Il “salto” di grado è consistente, anche se occorre ricordare che Giovanni si allena quotidianamente su traversi di D15/D15+ alla Tana del Drago. Una delle caratteristiche di questa falesia è infatti la presenza di numerose linee in traverso, poco elevate dal suolo e quindi fattibili senza corda.

Di seguito Giovanni Bona racconta la sua esperienza.

Per raccontare la storia di questo tiro bisogna partire dall’anno scorso, quando Matteo Pilon aveva già salito Aletheia da più di un anno. Quella stagione ero abbastanza in forma, avevo salito diverse vie al Bus del Quai nei tre giorni in cui eravamo là, tra cui la famosa Low G Man. Un’esperienza nuova per me, visto che raramente scalo in corda. Inoltre ero riuscito a portare a casa la salita di Oblivion, altro D14, a Tomorrow’s World. Però per soggezione e paranoie varie ho mai voluto provare Archè.

Nel febbraio appena trascorso ero libero dall’università, avendo finito molto presto gli esami, quindi potevo finalmente dedicarmi totalmente al dry e provare ad alzare l’asticella.

Giovanni Bona e Matteo Pilon (coll. M. Pilon)

Matteo stava provando il suo progetto e trascorrevamo già quasi ogni giornata nella grotta. Dopo anni in cui mi incitava a provare la via mi ha finalmente convinto. In effetti sapevo che era nelle mie corde perché sui traversi di allenamento i risultati c’erano. Però la via, con i suoi trenta metri di tetto orizzontale, i movimenti lunghi, le prese piccole e la costante vicinanza con il suolo, mi inquietava abbastanza. Ero convinto che alcuni di quei movimenti non sarei mai riuscito a farli, anche se Matteo sosteneva il contrario.

Una mattina sono partito da casa con la voglia di salire, provare almeno a vedere le prese e i movimenti e capire quanto distante o vicino fossi da quella difficoltà. A sorpresa due giri di ricognizione mi sono bastati per capire i singoli e farli tutti. Di conseguenza mancava solo da “aggiustare la testa”, soprattutto con l’arrampicata in corda, attività che faccio di rado e nella quale quindi non sono del tutto a mio agio. In particolar modo su un tiro come questo dove sono molti i punti in cui non ci si può permettere di cadere.

Alla fine sono bastati quattro tentativi  per chiudere il tiro, una prova del fatto che quello che mi frenava era solo la mente. Quel sabato mattina sapevo che dovevo chiuderlo per forza, anche perché il lunedì successivo avrei dovuto riprendere con l’università a Padova e di conseguenza non avrei più avuto la possibilità di allenarmi sulle piccozze in settimana, ma solo nel weekend. Insomma se volevo farlo con la forma perfetta, era quello il giorno giusto.

Appena prima di appendermi sulla via sentivo le mani fredde: quello di solito è il mio segnale per capire che sarà un giro buono. Infatti fino al primo movimento chiave sono arrivato senza sensibilità alle dita. Questo, se da un lato fa un po’ paura mentre si arrampica, dall’altro significa che nelle braccia c’è ancora un buon margine. Il chiave è venuto bene e subito ho fatto anche il secondo. Passata quella sequenza più dura, mi sono proprio detto: “Non puoi buttare via tutto proprio adesso, respira e stai tranquillo fino alla fine”. Certo, mancavano ancora quindici metri di tetto, ma i movimenti più duri erano andati. Mi sono preso il mio tempo a ogni movimento e alla fine tutto è andato per il meglio.

Adesso che ho capito che la via è nelle mie corde sto iniziando a pensare a preparare Aletheia, anche se la stagione del dry è agli sgoccioli perché inizia a fare troppo caldo. Ma sarà sicuramente un bel progetto per l’anno prossimo. Sarebbe un bel sogno da realizzare per me che ho iniziato a fare drytooling proprio in quella grotta e ci passo ancora molto tempo ogni settimana per allenarmi.

In copertina: foto coll. Matteo Pilon.

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