02 Lug Carlo Cosi e la Patagonia
Carlo Cosi, alpinista e guida alpina, racconta la sua recente esperienza in Patagonia.
Di seguito l’intervista rilasciata al suo sponsor Kayland.
Carlo, com’è nata questa spedizione?
Avevi già fatto spedizioni con Fabrizio Della Rossa?
Diciamo che era la prima spedizione all’avventura totale! Per il resto siamo rodati, abbiamo scalato assieme lo Yosemite, El Capitan e anche un intero mese nelle falesie spagnole.
Ripercorriamo le tappe della spedizione?
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la prima volta abbiamo fatto la Aguja de la S, l’ultima della catena;
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la seconda volta abbiamo tentato la Aguja Poincenot ma il maltempo ci ha fatto desistere;
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la terza volta abbiamo scalato la via di misto sull’Aguja Guillaumet, con il brutto tempo;
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la quarta volta siamo riusciti a fare la Aguja Poincenot, cima sinistra del Fitz Roy;
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la quinta volta abbiamo affrontato la celebre Supercanaleta al Fitz Roy. Ci abbiamo impiegato due giorni, uno di avvicinamento, dormendo sotto la parete, il giorno successivo abbiamo raggiunto la cima e siamo tornati indietro. È stata dura, il tempo non ci ha dato tregua.
A parte il tempo terribile, avete avuto altre difficoltà?
No, erano difficoltà legate al meteo, il resto è tutto filato liscio. Non è stata una vera e propria spedizione, abbiamo trascorso molto tempo in città e l’abbiamo vissuta con un altro spirito. Mi è capitato in altre spedizioni, ad esempio in Pakistan, Perù o Marocco, in cui devi stare fermo con 2-3 compagni di cordata in una tenda per venti giorni: è ovvio che dopo un po’ non li sopporti più, anche se sono i tuoi migliori amici. Con Fabrizio è andato tutto bene.
Qual è stata la parte più bella della spedizione?
Il primo raggio di sole dopo una notte gelida in cima al Fitz Roy. E ovviamente il paesaggio: le montagne del Fitz Roy e del Cerro Torre sono più affascinanti di tutto il resto. L’ultimo giorno, prima di tornare a casa ci siamo svegliati presto e siamo andati a vedere l’alba da una collina dietro El Chaltén: da lì vedi tutta la catena dal Cerro Torre al Fitz Roy, ti lascia senza parole.
Nel tuo report di viaggio dici che “è bello sentirsi parte di qualcosa di unico”, cosa intendi?
Sul Fitz Roy, cercando di andare su il più veloce possibile dato che il bel tempo era veramente limitato, siamo saliti con un sacco a pelo per due persone. Quando abbiamo visto il raggio di sole ci siamo abbracciati: faceva veramente freddo. Quel raggio di sole me lo ricorderò per sempre, mi ha scaldato le ossa.
Come si vive l’alpinismo in quelle zone, è molto turistico?
El Chaltén è una zona che vive di turisti che fanno trekking e alpinismo, la gente è più che abituata, li aspetta. I gestori degli ostelli sono curiosi e molto partecipi, ti chiedono dove vai, cosa fai, quando torni, com’è andata. Invece quando tornavamo giù dalle pareti la sera, ci ritrovavamo tutti insieme intorno a grigliate memorabili.
Hai qualche consiglio da dare a chi vuole fare il tuo stesso percorso?
Ci vuole tanta pazienza per il meteo ed essere veramente preparati. Lì qualsiasi cosa succeda devi contare solo su di te: non esiste un soccorso alpino, non ti vengono a prendere, non esiste un elicottero, non esiste un soccorso organizzato. Devi andare con un compagno di cui ti fidi ciecamente, che deve essere preparato quanto te e non puoi improvvisarti, anche facendo la via più facile. Non è come sulle Alpi. Certo, non parti con l’idea di farti male, è l’ultima cosa che pensi, ma se c’è qualche imprevisto può diventare veramente pericoloso, quindi l’attrezzatura e la preparazione sono fondamentali.
Hai altre spedizioni in previsione?
Tantissimi sogni. Mi piacerebbe tornare in America, magari con Sara, per il momento non abbiamo previsioni.
Più dettagli sull’avventura di Carlo e Fabrizio in Patagonia qui.
Fonte: Kayland.

