CLIMBING RADIO INCONTRA ALEX TXIKON - Up-Climbing

CLIMBING RADIO INCONTRA ALEX TXIKON

L’intervista durante la serata presso DF Sport Specialist Brescia

Venerdì 17 marzo Alex Txikon è stato ospite di DF Sport Specialist di Brescia durante una serata per il ciclo “A tu per tu con i grandi dello sport”.

L’alpinista basco e ambassador Ferrino ha raccontato le sue avventure e specialmente quella realizzata lo scorso 6 gennaio, quando è arrivato in cima al Manaslu insieme agli alpinisti nepalesi Tenjen Lama Sherpa, Pasang Nurbu Sherpa, Mingtemba Sherpa, Chhepal Sherpa, Pemba Tasi Sherpa e Gyalu Sherpa.

L’ascensione del Manaslu da parte di Txikon e dei suoi compagni nepalesi è la prima realizzata completamente in inverno e la seconda nella stagione più fredda, dopo quella effettuata nel 1984 dai polacchi Maciej Berbeka e Ryszard Gajewski, che iniziarono però la spedizione in autunno.

Climbing Radio era presente alla serata: di seguito l’intervista realizzata da Silvia Rialdi.

Foto DF Sport Specialist

Congratulazioni per il tuo risultato sul Manaslu. Potresti raccontare ai nostri ascoltatori come e quando è nata la tua passione per le spedizioni in invernale?

Prima di tutto grazie! Non penso che il successo sia solo nostro, ma di tutte le generazioni che ci hanno preceduto, che hanno fatto un lavoro incredibile e che noi stiamo solo portando avanti.

La mia passione per la montagna… Provengo da un piccolo paese in montagna circondato da cime e valli. È curioso, ma l’esplorazione delle montagne fa parte della tradizione basca. La montagna più alta dei Paesi Baschi è 2444 metri. Ho iniziato ad andare in montagna quando ero un bambino, dai 3 fino ai 5 anni. Sfortunatamente, andavo in montagna con uno dei miei fratelli ed era molto difficile, perché quando sei un bambino vorresti giocare, mentre l’idea di mio fratello era che per andare in montagna dovevi soffrire, per un bambino invece la montagna non è necessariamente soffrire. Così tra i 6 e i 14 anni non volevo andare in montagna. In ogni caso, l’esperienza dei primi passi che ho fatto con la famiglia tra i 3 e i 5 anni è rimasta con me e quando ho compiuto 14 anni ho ricominciato ad arrampicare, ad andare in montagna. Lentamente sono entrato in quel mondo e nella sua comunità. Non si tratta solo di alpinismo e arrampicata, c’è molto di più. Non sono uno che fa filosofia e parla di stile di vita. Dico solo che in montagna ci si sente liberi, ci si sente bene, e così mi piace starci. È semplice ed è proprio quello che ho fatto negli ultimi 25 anni circa, per questo mi sento contento. Amo la natura da quando sono un bambino.

E per quanto riguarda il freddo?

Mi ricordo che quando ero un bambino amavo giocare con la neve, ma soffrivo in montagna, così odiavo il freddo. Adesso invece mi piace. Ma in questo momento esatto in cui sto parlando con te l’idea del freddo non mi piace troppo, perché ho passato gli ultimi tre mesi al freddo. Ho passato più di due mesi in Nepal e non appena sono tornato a casa sono subito ripartito per il Pakistan. Di nuovo ho attraversato il Baltoro in inverno, ho trascorso 15/16 giorni in Pakistan con temperature rigidissime e ora che sono tornato a casa di nuovo non voglio andare montagna. È una specie di amore e odio. Ovviamente è perché si soffre. Ma questa sensazione di amore e odio è bella. Quando sei in montagna vorresti essere a casa e, al contrario, quando sei a casa vorresti essere in montagna.

Hai tentato il Manaslu altre volte prima del 2023 senza successo. L’esperienza passata è stata utile per riuscire questa volta?

Sì, qualsiasi esperienza passata rende più saggi ed esperti. Ma allo stesso tempo le ultime due esperienze sul Manaslu sono state decisamente diverse. La prima è stata durante il periodo della pandemia, ed è stata un’esperienza completamente diversa, inaspettata. Ma noi c’eravamo. L’anno scorso siamo rimasti sotto tonnellate di neve per giorni e giorni. Quest’anno invece ho viaggiato senza pressione, sentivo solo tensione necessaria per svolgere il mio lavoro al meglio. Ma non appena abbiamo raggiunto Katmandu abbiamo fatto un trekking, una visita al campo base dell’Everest… Insomma ho passato circa un mese tra i 4000, i 5000 e i 6000 metri. Abbiamo raggiunto il campo base il 23 di dicembre e abbiamo preparato un campo base basso a 3700 metri. Questo è stato un fatto inaspettato per noi perché abbiamo ottenuto il permesso solo alla fine di dicembre e quindi alla fine abbiamo montato lì il campo. È stata una nostra idea montalo in quel punto, ma non è facile muoversi sul Manaslu perché è un’area protetta, quindi non puoi fare quello che vuoi. In ogni caso è un bene perché si prendono cura del territorio.

Foto DF Sport Specialist

Abbiamo fatto solo poche cose in modo diverso rispetto all’anno scorso, ma quest’anno, non so perché, tutto è andato bene, mentre l’anno scorso e il precedente sono andati male. Dal Nanga Parbat nel 2016 abbiamo fatto tantissime cime, come l’Ama Dablam, il Pumori 7600 metri. Abbiamo passato bei momenti con un bel team. Ma il Manaslu quest’anno è stato inaspettato, eravamo là, siamo stati velocissimi e ora mi sento svuotato. Non so, non ho fatto nulla di diverso rispetto a tutte le altre spedizioni invernali. Sentivo tutte le notizie, ma quando sono tornato a Katmandu mi sentivo solo svuotato. Ho parlato con alcuni amici e ho detto loro: quello che abbiamo fatto in passato non era poi tanto male, così ora non siamo stati poi così bravi. Siamo sempre a metà, secondo me.

Com’erano le condizioni? Ci hai detto che questa volta è andato tutto bene, ma le condizioni erano comunque molto difficili…

Sì, erano veramente dure e abbiamo tentato in invernale il Manaslu, che è uno degli ottomila più facili, secondo la mia modesta opinione. Ma non è così facile in inverno. Siamo partiti dal campo base il 4 gennaio, in un gruppo di 7, sfortunatamente Simone non ha potuto raggiungere il primo bivacco. Aveva un forte mal di stomaco, non aveva energie sufficienti per raggiungere il primo e il secondo bivacco e per tentare la cima. È stato un colpo per noi perché Simone è sempre così entusiasta, così simpatico…

Volevo anche chiederti quel è stato il suo ruolo in questa spedizione, nella preparazione o nell’organizzazione…

Lavoravamo insieme, eravamo sulla stessa barca remando nella stessa direzione, ognuno di noi lavorava per un obiettivo comune, ovvero sopravvivere al Manaslu. Penso che il problema di Simone sia stato il cibo molto speziato.

Abbiamo sistemato il percorso fino a 6000-6100 metri. La montagna era completamente ghiacciata, quindi molto tecnica, non è come camminare seguendo una traccia nella neve. Poi, oltre a questo, non abbiamo trovato corde fisse da 6000 metri fino alla cima. Ne abbiamo trovate in piccola parte dal campo 3 al 4, dal nostro secondo bivacco alla cima. Poche corde, vecchie e aggrovigliate, che abbiamo comunque in parte sfruttato per scendere.

Quindi non puoi salire sul Manaslu se non sei un alpinista, se non sei bravo nella strategia, nella pianificazione, con esperienza in invernali, devi avere un’ottima tecnica con i ramponi e le picche. Senza corde fisse, su pendii a 50 gradi di pendenza, con sezioni più ripide… Una volta che si raggiungono i 7400 metri spiana un po’, ma ci sono comunque salti, devi muoverti velocemente, il vento era veramente forte, abbiamo sofferto molto più del Nanga Parbat. Il giorno in cui siamo arrivati in vetta il vento era molto più forte che al Nanga Parbat.

Quindi la sua è stata una scelta saggia…

Sì. Ci ha dato la possibilità di raggiungere la cima. Siamo arrivati insieme fino a 6100 metri e da quel momento Simone si è rifiutato di continuare per via del malessere fisico. Se fossi stato al suo posto non sarei riuscito a tornare da solo al campo base, avrei avuto paura di attraversare il ghiacciaio e i crepacci da solo. Siamo sul Manaslu, una montagna di ottomila metri, non estremamente tecnica, ma non avevamo corde fisse, è comunque piena di crepacci e sezioni pericolose, e certamente nessuno ha voglia di morire qui per aver compiuto un qualsiasi errore scendendo da solo. Quindi per noi non è stata una decisione facile, ma Simone era convinto e ha fatto del suo meglio per scendere da solo al campo base in sicurezza.

Foto DF Sport Specialist

Ultima domanda: quali sono i tuoi progetti futuri?

Per quanto riguarda i progetti futuri, al momento sono qui e penso solo all’oggi e al domani. Domani devo tornare a casa perché ho una conferenza alle 7, ma mi sento ottimista: voglio anche riuscire ad arrampicare un po’ domani prima della conferenza, se non piove. Poi domenica piove, lunedì cercherò di fare qualcosa la mattina presto.

Dove andrai ad arrampicare?

In alcune piccole falesie nei Paesi Baschi. Mi piace molto arrampicare. Di solito arrampico quasi tutti i giorni, 5 o 6 giorni alla settimana, più che posso, e trascorro molto tempo in montagna. La prossima settimana sarà un po’ complicata perché dovrò accettare un po’ di compromessi, ma i miei futuri progetti sono arrampicare, andare in montagna. Vedremo nei prossimi mesi. Una volta che ho raggiunto il campo base dalla cima del Manaslu ero assolutamente certo che non avrei fatto altre invernali. Ma adesso ho di nuovo le farfalle nello stomaco pensando di fare forse un’altra spedizione in invernale. Sono come un uomo stanco che continua a ripetere “ancora una, ancora una”. Lo dicevo già anni fa “ora smetto, ora smetto”, ma continuo a rifarlo. In ogni caso, probabilmente ho finito con gli Ottomila in inverno.

 

MR. Intervista di Silvia Rialdi. In copertina: Alex Txikon e Luca Calvi, foto DF Sport Specialist.

L’intervista su Climbing Radio può essere ascoltata qui.

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