Haas-Acitelli al Gran Sasso - Up-Climbing

Haas-Acitelli al Gran Sasso

La Haas-Acitelli al Gran Sasso? Che via è?

Sicuramente molti alpinisti in senso “letterale”, ovvero frequentatori delle sole Alpi, non conoscono questa grande via appenninica che esce sulla Vetta Orientale del Corno Grande del Gran Sasso passando per la parete sud-est.

La Haas-Acitelli è un itinerario storico datato 1914. Gli apritori Paolo Haas, Ascanio e Francesco Acitelli salirono sulla roccia cattiva e detritica del canalone, come si usava ai tempi, seguendo una “linea debole”. Nel marzo del 1961 Silvio Jovane e Carlo Alberto Pinelli realizzarono la prima invernale, aprendo la strada a una visione più moderna di questo tipo di itinerari. Vent’anni dopo Bruno Tribioli si è aggiudicato la prima solitaria invernale.

Anche Fabrizio Rossi si è regalato un’ascensione solitaria, un po’ per caso e un po’ per scelta. La sua salita, pur non essendo una “performance” da climber d’élite, è interessante sia per le caratteristiche dell’itinerario, selvaggio e poco noto, sia come testimonianza delle condizioni di neve e ghiaccio eccezionali che a volte è possibile trovare in Appennino.

Di seguito il racconto di Fabrizio Rossi.

Ne ero innamorato da anni. La Haas-Acitelli, la più lunga e suggestiva via della parete sud-est del Gran Sasso. Oltre un chilometro di canale, risalti di misto, goulottes e Alpine Ice fino a 70 gradi. Una linea che sale dal Vallone dell’Inferno fino ai 2903 metri della Vetta Orientale, grandiosa e in un ambiente selvaggio. La tenevo d’occhio da quando vivevo nelle Marche, e adesso (dopo aver guidato a Pasquetta per ore dalla Liguria, concatenando altri impegni e un trasloco) ce l’ho davanti, mentre piazzo il materassino tra i rododendri. La luna rischiara luoghi cui sono legati i ricordi di altre scalate: la grande comba, il Bivacco Bafile, la cengia obliqua sotto ai Pilastri… Per me, questo è un po’ un ritorno a monti che ho amato e da cui ho imparato tanto, spesso lontani da mete più frequentate. Anche se, da questo colletto a quota 1800 metri, le luci della civiltà sembrano appena sotto.

Prima di prender sonno, osservo l’enorme e dirupata parete, dal dislivello quasi himalayano. Dubbi e incognite non mancano, su un itinerario che richiede l’allinearsi di numerosi elementi: una stagione ricca di neve, valanghe e slavine per trasformarla, scaldate primaverili e rigelo notturno. Per limitare i pericoli oggettivi bisogna attaccare molto presto. Ma anche queste valutazioni fanno parte dell’avventura.

Per diversi motivi decido di salire da Casale San Nicola, ai piedi del Paretone. Prima della pandemia si potevano chieder le chiavi del Rifugio Nicola D’Arcangelo (1665 m), a un’oretta dall’attacco. Partendo invece da Campo Imperatore si ha il vantaggio di un rientro più comodo (su questo ho avuto modo di riflettere, nei 2000 metri di dislivello fino all’auto), ma l’avvicinamento è più lungo, dovendo raggiungere la Sella di Corno Grande per poi scendere 700 metri nella Valle dell’Inferno fino all’imbocco del canale. Oltre al dilatarsi dei tempi, però, non mi entusiasmava l’idea di ritrovarmi al buio in questo angolo non proprio bucolico di Appennino…

Purtroppo, per questioni burocratiche, ancora non ci si può appoggiare a quel rifugio: per convincermi che, nonostante ciò, ho seguito la logistica migliore, mentre nel sacco a pelo lotto con il vento gelido, mi ripeto che l’avventura non sarebbe stata completa senza una notte sotto le stelle. Neanche la solitaria, però, era programmata: per approfittare del meteo del 18 e 19 aprile, l’unica era saltare le grigliate di Pasquetta. E, su questo punto, gli eventuali compagni di cordata (o le loro mogli) non erano troppo d’accordo.

Così, alle 4.45, eccomi da solo ad attaccare la via. Per ogni evenienza, nello zaino ho 40 metri di corda, chiodi da roccia e da ghiaccio, qualche incastro. Nella rigola di scivolamento la neve è portante: reggerà al sole anche nella parte alta? Quando arrivo alla prima strettoia, ben coperta, l’alba illumina Campo Imperatore. Più sopra il canale s’allarga e lo sguardo spazia fino all’Adriatico. Ma devo muovermi, già in aria sibilano dei proiettili di neve. Per fortuna si superano bene anche i tratti chiave, su ottimo ghiaccio. Perfino nei ripidi pendii finali non si sfonda e, dopo 1300 metri di cavalcata, raggiungo la croce di vetta. Non la toccavo dal 2019, quando con gli amici Simone Bianchi e Alessandro Fabrini abbiamo condiviso sul Paretone un’altra avventura chiamata Diedro di Mefisto.

La solitudine termina nella conca del Calderone, dove incrocio alcuni scialpinisti che oggi si divertiranno su questa polvere. Intanto, guardando al viaggio appena vissuto, ripenso a ciò che diceva Gaston Rébuffat: ogni scalata inizia già nel sognarla, quando «Nomi di pareti o creste sembrano chiamarci. Aspettare è comunque già essere in marcia verso un incontro che è anche un confronto con noi stessi».

 

La relazione della Haas-Acitelli si trova su GHIACCIO D’APPENNINO. Salite scelte di goulottes, cascate di ghiaccio, creste nell’Appennino Centrale di Cristiano Iurisci, ed. Versante Sud.

 

MR. Informazioni e immagini di Fabrizio Rossi.

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