PER UN ANGELO, 630 m, AI5, M6 - Up-Climbing

PER UN ANGELO, 630 m, AI5, M6

Nuova via di fronte alla Marmolada

Emanuele Andreozzi presenta Per un Angelo, nuova via di ghiaccio e misto aperta insieme a Stefano Giongo di fronte alla parete sud della Marmolada.

Avevo adocchiato questa linea otto anni fa, nel gennaio 2016. Allora ero un ragazzino poco più che ventenne e andavo in montagna da tre anni scarsi. Avevo però le idee molto chiare e stavo facendo esperienza in Dolomiti, scalando vie di roccia in estate e cascate di ghiaccio in inverno. Un giorno di gennaio decisi di andare alla ricerca di possibili nuove via da aprire in Val Ombretta, ovviamente sperando di trovare qualcosa sulla mitica Sud della Marmolada; un po’ ambizioso, visto che era la prima volta in assoluto nella mia vita che andavo alla ricerca di una via da aprire. Era l’inverno con meno neve che io ricordi, il sentiero era in condizioni praticamente estive e arrivai a piedi con le scarpe da avvicinamento fino al Rifugio Falier. Sulla Marmolada non vi era traccia di ghiaccio, ma di fronte, sul poco conosciuto Monte Fop, c’era una spaccatura che solcava la parete nord da cima a fondo e sembrava davvero interessante. La fotografai e tornai a casa soddisfatto, con l’intenzione di andarci a mettere il naso al più presto. Invece dovranno passare otto lunghi anni prima che ciò accadesse per davvero.

Quest’inverno finalmente ho trasformato i buoni proposti in fatti concreti. Il 4 gennaio, con Stefano Giongo, affrontai il progetto. Il ciclo caldo/freddo aveva trasformato la neve inconsistente che avevo trovato in un precedente sopralluogo in qualcosa di simile al ghiaccio, così ero fiducioso che fosse possibile passare. Nel cercare un buon posto dove attrezzare una sosta all’inizio della goulotte, con grande sorpresa ci imbattemmo in un fix. Guardando meglio, poco più avanti ne vedemmo subito un altro. Eravamo totalmente sorpresi. Fu sufficiente scambiarci due parole per capire che entrambi la pensavamo allo stesso modo: la linea era bellissima, in quel momento volevamo solo scalarla, era del tutto ininfluente se fosse o meno una nuova via. Salendo il facile canalino iniziale incontrai altri fix. Poi, sotto il muro verticale, dove iniziava quello che si presentava subito come il tratto chiave di tutta la salita, un singolo golfaro con maillon di calata sanciva la fine dei fix. Senza più la sicurezza dei fix, iniziai a scalare il ghiaccio verticale con molta prudenza, non sempre era solido e piazzare delle valide protezioni era molto complicato. Il forte attrito a metà del tratto verticale fu la scusa perfetta per fermarmi ad attrezzare una buona sosta sulla roccia a sinistra del ghiaccio. Fu una scelta saggia, perché quando ripartii, la situazione peggiorò. Non tanto nel ghiaccio, che come prima era di dubbia tenuta e appena sufficiente per scalare, ma il vero problema consisteva nel calcare super compatto che non offriva alcuna possibilità di protezione, così dopo essere riuscito a piazzare un solido friend numero 4 appena partito dalla sosta, dovetti scalare i restanti 8 metri su difficile ghiaccio verticale prima di avere a disposizione un nuovo posto per piazzare una protezione. Attrezzata la sosta, tirai un sospiro di sollievo, adesso eravamo dentro il budello dell’enorme spaccatura e il terreno sembrava più agevole. Ci alternammo al comando di due tiri di media difficoltà, con alcuni risalti verticali di misto ben proteggibili. Dei fix non trovammo più traccia, era evidente che si trattava di un tentativo. Neanche da casa nei giorni successivi siamo però riusciti a risalirne all’origine.

Tracciato. Foto E. Andreozzi

La casualità del procedere a comando alternato fece sì che Stefano si trovò avanti nel tratto meno verticale, che decise di affrontare in un unico tiro da 380 metri senza mai fermarsi. In questo modo arrampicammo in simultanea tutta la porzione centrale della via. Dalla sosta attrezzata da Stefano avevamo davanti a noi l’ultimo rebus, ovvero il camino terminale. Durante tutta la salita mi ero chiesto se ci avrebbe lasciato passare e in quel momento toccava a me iniziare a scoprirlo. Man mano che salivo, il camino si faceva più angusto e stretto, ma almeno in quel primo tratto sembrava fattibile: la roccia era solida e gli agganci per le picche non mancavano mai.

Dopo 40 metri mi fermarmi a sostare. Un grosso masso incastrato impediva di vedere oltre, così osservai Stefano affrontarlo agilmente, poi sparire dalla mia vista, ma la corda scorreva regolarmente, dunque capii che anche lui stava trovando del terreno abbastanza agevole. Quando toccò a me scalare e giunsi in prossimità della sosta, Stefano mi disse che eravamo in cresta, fuori dalla parete. Fantastico!

In breve lo raggiunsi, entrambi eravamo felicissimi. Stefano è uno scalatore di indubbio valore e affidabilità, lì in cima mi confidò che era la sua prima volta in apertura di una nuova via ed era visibilmente contento. Mi fece davvero piacere condividere con lui quel momento, in più per me, dopo un grave incidente subito quasi due anni fa, era la prima volta che tornavo a vivere un’avventura del genere. Dietro di noi la sud della Marmolada era ancora al sole, mancavano dieci minuti alle quattro. Ricordandomi le avventure e le vie aperte prima dell’incidente, pensai che iniziare la discesa alla luce del giorno era un lusso al quale non ero abituato. Scendemmo anche piuttosto rapidamente, alternando doppie nei punti più ripidi e arrampicata in discesa in quelli più facili. In breve tempo eravamo ai piedi della parete.

Avevamo salito una via di oltre seicento metri di sviluppo, ma per scendere abbiamo lasciato solo due cordini su spuntone e clessidra, una fettuccia su un albero, tre chiodi e due nut, questo grazie alla scelta di scendere arrampicando nei tratti più facili. Cercare di lasciare la montagna più pulita possibile dopo il passaggio rimane sempre un punto fondamentale del mio modo di salire e scendere le montagne.

Dolomiti (Veneto)
Monte Fop 2883 m, parete nord
Per un Angelo
Emanuele Andreozzi, Stefano Giongo, 4 gennaio 2024
630 m, AI5, M6

Materiale. Classico da ghiaccio e misto, 5 viti medie, chiodi, martello, due mezze corde da 60 m, serie di friend (fino al 4 BD, raddoppiando eventualmente qualche misura piccola e media), microfriend, nut. In fase di apertura sono stati utilizzati bloccanti sui lunghi tratti effettuati in conserva.

Accesso. Da Malga Ciapela (BL, parcheggio) salire verso il Rifugio Falier lungo il sentiero estivo n.610 per Malga Ombretta. Raggiunta la malga proseguire nel fondovalle, su terreno pianeggiante, fino a individuare il canalino che conduce al punto più debole del muro che sbarra l’accesso alla cengia situata alla base della parete. Dirigersi verso il muro, superando prima una zona di grossi sassi e poi un pendio. A ridosso della fascia rocciosa, tralasciare uno stretto canalino visibile a destra e prendere quello di sinistra più aperto, che oppone un passaggio di misto in ingresso (M2/M3). Al termine del canalino, cercando sempre il terreno più facile, dirigersi decisamente in diagonale verso destra. Il terreno è meno ripido ma ancora delicato: neve a 60°, roccette, zone erbose e rododendri (ca. due tiri di corda per superare la fascia rocciosa e raggiunge la cengia). Una volta sulla cengia, continuare verso destra fino all’attacco della via. Ca. 3 h dal punto di partenza con buone condizioni della neve. In caso di abbondante innevamento l’avvicinamento potrebbe essere più agevole ma anche più pericoloso (necessaria neve sicura).

Il locale invernale del Rifugio Falier può servire da punto d’appoggio (1 h ca. dal rifugio all’attacco).

Accesso alla parete. Foto E. Andreozzi

Relazione.

L1: AI5, 40 m;

L2: AI5, M6, 30 m;

L3: M4+, AI3, 50 m;

L4: M5, 60 m;

L5: lunga sezione poco sostenuta, 60°, AI2, 380 m;

L7: M5+, 40 m;

L8: M5+, 30 m.

Discesa. Gli autori della prima ascensione hanno attrezzato solo quattro calate nei punti più verticali, più una quinta su albero per superare la fascia rocciosa che difende la cengia d’accesso. Il resto della discesa è stato fatto arrampicando in discesa. Se si desidera attrezzare ulteriori soste di calata per scendere più agevolmente, occorre portare materiale adeguato tenendo conto che la roccia ai lati del canale è spesso levigata e a tratti friabile. La costruzione delle soste potrebbe essere difficile.

In copertina: foto coll. Andreozzi-Giongo

Nota: l’arrampicata e l’alpinismo sono attività potenzialmente pericolose, che devono essere affrontate con esperienza e consapevolezza. L’uso delle informazioni qui riportate si fa a proprio rischio.
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