23 Giu SOLITARIA IN PERÚ PER OLIVER KASPAR
Il ventiduenne toscano Oliver Kaspar racconta la sua avventura sul Tocllaraju (6.034 m) in Perù. Una salita solitaria e senza filtri tra dubbi notturni, labirinti di crepacci e raffiche di vento, vissuta con lo spirito autentico dell’alpinismo esplorativo.
Il toscano Oliver Kaspar, 22 anni, ha salito in totale solitudine il Tocllaraju, gigante della Cordillera Blanca. Ecco il racconto della sua avventura, dritta e senza filtri, tra la paura dei crepacci e la gioia della vetta.

Oliver sul muro ghiacciato. Fonte: Oliver Kaspar

Il Toc dalla tenda, fonte: Oliver Kaspar
L’idea di base era quella di stare alla larga dall’alpinismo dei record e ritrovare le sensazioni vecchio stile dei pionieri, dove se sbagli te la devi sbrigare da solo. Il toscano Oliver Kaspar si è regalato esattamente questo: zaino in spalla e via, direzione Tocllaraju (6.034 m), una piramide di ghiaccio spettacolare ma decisamente instabile, con una via di difficoltà D– che si sviluppa tra seracchi e crepacci enormi. Oliver ha scelto di eliminare muli e portatori, camminando per due giorni tra valli verdi e cavalli selvaggi prima di montare la tenda al campo alto, a 5.100 metri, in una solitudine totale. Da qui in poi, il viaggio andino diventa un dialogo intimo tra l’alpinista e la montagna, ed è lo stesso Oliver a raccontarcelo: «Cercavo non tanto una sfida impegnativa a livello sportivo, ma qualcosa che mi facesse rivivere l’alpinismo dei grandi, quello dei pionieri. Senza scorciatoie: ogni grammo trasportato in spalla, nessun uso di muli o portatori, totale autonomia, solitudine e paura. Un’esperienza dove l’unico socio su cui puoi fare affidamento sono le tue stesse emozioni, e dove devi saper trovare la forza nei momenti di dubbio. La prima volta che ho visto il Tocllaraju ho capito subito che sarebbe stato il posto perfetto: esteticamente impressionante, con difficoltà piuttosto impegnative per una solitaria, ma in qualche modo fattibile. È una montagna che crolla in continuazione, che si trasforma anche a causa del riscaldamento globale. Arrivato al campo alto a 5.100 metri, non trovai nessuno. Eppure il meteo era spettacolare. Molto strano. Avere un minimo di informazioni in più sarebbe stato utile, visto che il nome Tocllaraju deriva dall’unione di due parole quechua: Tuqlla, che significa “trappola”, e Raju, che significa “ghiaccio”. Letteralmente “trappola di ghiaccio”, un nome dovuto soprattutto alla prima parte, estremamente crepacciata e seraccata. Cerco di riposarmi e di bere il più possibile. Mentre cala il sole mi vengono tanti dubbi: non sono convinto, non conosco la via e le tracce sono parzialmente cancellate dal vento. Quella notte dormo poco. Mi sveglio verso l’una di notte, stranamente riposato. Ho le labbra completamente secche e impreco per il dolore. C’è un silenzio incredibile; apro la tenda e vedo il “Toc” come se mi osservasse, come se mi giudicasse. La sua forma è incredibile, incorniciata da un cielo stellato luminosissimo. Parto senza pensarci due volte, d’impulso. La prima parte si rivela più complessa del previsto: un vero e proprio labirinto di crepacci con pochissimo margine d’errore.

Oliver sull’avvicinamento, fonte: Oliver Kaspar
Cerco di andare il più spedito possibile sfruttando le ore più fredde, anche se in lontananza non sento altro che crolli, simili a tuoni temporaleschi. Supero la spalla e mi trovo sulla cresta nord-ovest. Aumenta il vento e penso seriamente di tornare indietro; mentre cerco di prendere una decisione, continuo ad avanzare verso l’alto senza un valido motivo. Lo zaino fa da vela e mi sbilancia in continuazione, le gambe cominciano a bruciare. Arrivo sotto il muro finale: 60 metri intorno ai 60/70°. Normalmente li volerei, ma i 6.000 metri si fanno sentire. Salto la terminale e mi ritrovo sul ripido. Vedo le primissime luci spuntare, le condizioni sono buone, la neve è dura, quasi ghiacciata. Le picche scricchiolano. Realizzo di potercela fare. Trovo una forza di volontà che non pensavo di avere, mi concentro al massimo e vado su il più veloce possibile. Le uniche pause servono a “smaltire” la bollita alle mani. Gli ultimi 5 metri sono praticamente verticali, sento il vuoto sotto i talloni e posso solo salire. Riesco, con un movimento dinamico, a sbucare sulla cresta finale. Il cuore batte velocissimo per lo sforzo e per l’emozione. Continuo a salire, fermandomi ogni 5 o 10 passi. Vedo piano piano la cima colorarsi di rosso, le stelle spariscono e il panorama si svela un po’ alla volta. Alle 5:50 sono in vetta. Ci metto un po’ a realizzare di essere in cima a quella piramide incredibile. Passo qualche minuto seduto, immobile, a guardare il sole che sorge. Il freddo e la fatica scompaiono di colpo. Mi rendo conto di essere felice, non penso a niente. La discesa la faccio con il sorriso stampato in faccia: le calate sono più semplici del previsto e il vento si è calmato. L’unico momento di terrore è tra i crepacci, esattamente come in salita, un continuo capire da dove passare senza perdersi. Arrivo alla tenda e lì mi rendo conto realmente di avercela fatta! Mi giro verso il Toc e sorrido, lo vedo come se fosse un vecchio amico. Il ritorno a Huaraz lo faccio ascoltando l’intera discografia degli Iron Maiden, sono gasato, felice, questi posti così grandi e diversi dalle Alpi mi spaventano meno, penso già al prossimo obiettivo, Grazie Toc!»

Oliver al campo base, fonte: Oliver Kaspar

Oliver in vetta al Toc, fonte: Oliver Kaspar
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Alessandra Prato

