06 Nov UN’AVVENTURA ALPINA IN HIMALAYA
Fay Manners esplora due creste di tipo classico in India
Fay Manners ha vissuto un’avventura speciale nel Garhwal Himalaya (India), dove ha realizzato in solitaria due inedite traversate di cresta.
I due itinerari, tutt’altro che estremi, sono interessanti per lo spirito esplorativo che ha spinto Manners ad affrontarli e soprattutto per il loro stile, tipicamente “alpino”: se non fosse per l’alta quota, ricordano alcune traversate tipiche delle Alpi, dove non si scala per raggiungere una vetta in particolare, ma per il semplice piacere di arrampicare sul filo di cresta.
L’alpinista era partita insieme a Michelle Dvorak con l’obiettivo di scalare la parete est del Chaukhamba III (6974 m). Purtroppo Dvorak è stata colpita da un’infezione e la spedizione ha rischiato il fallimento. Manners, però, ha deciso di vivere comunque un’esperienza sulle montagne tanto desiderate. Di seguito il suo racconto.
Ero arrivata esausta al campo base avanzato. Ci erano voluti due giorni interi di tracciatura in un metro e mezzo di neve fresca solo per arrivarci e altri tre giorni per trasportare tutta la mia attrezzatura – e quella della mio compagna – fino al campo. Speravamo ancora di poter scalare insieme il nostro obiettivo principale. Ma, quando sono arrivata, il peso dello sforzo era già nelle mie gambe.
Poi, quando ci siamo resi conto che la mia compagna era troppo malata per scalare con me, la realtà mi ha colpita: dopo tutto, avrei potuto semplicemente tornare indietro, portare giù il materiale e andarmene senza toccare le montagne che si ergevano così dolorosamente vicine. Il pensiero di non sentirle, di non muovermi attraverso il paesaggio che avevo faticato così tanto per raggiungere, mi ha colpita più duramente del previsto. Non si trattava più di raggiungere un obiettivo preciso, ma di stabilire la connessione per cui ero venuta qui.
Le creste che circondavano il campo non erano particolarmente tecniche, ma si ergevano sopra i 5.000 metri in un angolo remoto e incontaminato dell’Himalaya. Bianche e con infinite possibilità. Eppure, affrontarle in solitaria mi sembrava scoraggiante. Non conoscevo la stabilità della neve, la qualità della roccia, l’esposizione sul lato opposto di ogni cresta. Da dove mi trovavo, tutto ciò che potevo fare era indovinare.
Ma poi ho capito: questa incertezza non era una novità. Era esattamente quello che avevo fatto negli ultimi 18 mesi: cercare nuove linee con i miei occhi, in luoghi che mi erano nuovi. Il più delle volte non seguivo gli altri. Ero io ad aprire le porte. Quindi perché ora avrebbe dovuto essere diverso? Avrei potuto provare. Avrei sempre potuto tornare indietro. Forse era questa l’avventura che dovevo vivere: non quella che avevamo pianificato, ma quella che era solo mia.
Così sono andata e ho scalato due creste, che ho chiamato Asha Traverse e Anamika Traverse.

Immagini: Daniel Coquoz

Ero arrivata esausta al campo base avanzato. Ci erano voluti due giorni interi di tracciatura in un metro e mezzo di neve fresca solo per arrivarci e altri tre giorni per trasportare tutta la mia attrezzatura – e quella della mio compagna – fino al campo. Speravamo ancora di poter scalare insieme il nostro obiettivo principale. Ma, quando sono arrivata, il peso dello sforzo era già nelle mie gambe.