Inside Manolo

Intervista a Maurizio Zanolla

12 gennaio 2022
Quattro chiacchiere con Manolo, detto il Mago.

In ogni sport ci sono personaggi che superano le epoche e diventano delle icone, attirando ed ispirando numerosi appassionati anche senza una conoscenza approfondita. Alberto Tomba, Valentino Rossi, Michael Jordan… Ogni epoca ed ogni sport ha la sua icona. Nel campo dell'arrampicata sicuramente Manolo è una di queste icone, che supera le epoche e gli spazi. Nato nel 1958, al secolo Maurizio Zanolla, è uno scalatore italiano davvero molto famoso e controverso. Le sue arrampicate sulle placche più infami del mondo sono leggendarie, le polemiche che lo vedono protagonista ancor di più. Dopo anni in cui un turbinio di parole susseguiva tante delle sue salite più famose, Maurizio si è quasi ritirato ad una vita privata, continuando a coltivare la passione per le pareti verticali. L'assenteismo dai social è una scelta che ha contribuito ancor di più a creare un alone di mistero intorno alla figura di Maurizio, che a distanza di anni continua ad ispirare numerosi climber. Dopo tanti anni dalle sue imprese più famose, Manolo rimane un riferimento mondiale per la scalata in placca, capace di stupire persino Adam Ondra, uno dei climber più influenti del secolo. Quelli che hanno avuto la fortuna di poterci scalare insieme dicono che vederlo all'opera sia qualcosa di indimenticabile, la sua abilità nel muovere gli arti inferiori quasi al pari degli arti superiori potrebbe essere oggetto di studio;  a noi che questa fortuna non l'abbiamo ancora avuta, non resta che trovare ispirazione nelle sue parole e nei suoi racconti, inseguendo un personaggio tanto iconico quanto controverso, che ha saputo rimanere uno dei più grandi di sempre volteggiando tra simpatie e antipatie, con la stessa delicatezza che ha messo in ogni sua placca salita.

A più di 60 anni mi sento di chiedertelo: come è cambiato il tuo approccio alla scalata? Cosa diresti al Maurizio di un tempo? 

L’alpinismo e la scalata sono stati un viaggio fantastico pieno di sorprese, pericoli, sfide, appagamenti, ma anche doloroso. Nella furiosa ricerca degli abissi che avevo dentro e fuori di me ho vissuto un’esperienza colma d’incognite e difficoltà che mi ha trasformato e permesso di percepire rispetto per l’ambiente e per la vita, maturando la consapevolezza di esserne parte. Odiavo le regole imposte ma la montagna mi ha permesso di comprendere le sue. La paura e il timore sono stati necessari per domare l’incoscienza e per imparare a sostituire il protagonismo con la responsabilità, nella preziosa libertà di poter scegliere. A quel Maurizio direi che ha avuto la fortuna di sopravvivere diversamente da tanti altri ma non sempre per merito suo, anche se paradossalmente la montagna gli ha salvato la vita. La scalata ora è diventata solo una serie di esercizi come correre o camminare, utili per mantenere una discreta condizione fisica, quasi un’abitudine, senza ossessioni, bensì un piacere attraverso il quale alleviare un po’ l’inevitabile passare del tempo.

Recentemente c è stata la salita di Eternit da parte di Zeni. Prima della prima salita, cosa è stata per te Eternit? 

Innanzitutto vorrei fare i miei complimenti a Zeni per la ripetizione. Eternit è la prosecuzione di “O ce l’hai o ne hai bisogno” che non arrivava al bordo della parete, perché 30 anni fa lo ritenevo impossibile. E’ una via che mi ha impegnato moltissimo, forse come nessun’altra per il numero di tentativi dei quali non ricordo nemmeno il numero, nei quali mi si sono rotti appigli e appoggi che ritenevo necessari, obbligandomi a ricominciare ogni volta da capo. Mi ricordo piuttosto bene quando siamo stati insieme a scalare la prima volta al BAULE, ero curioso di un suo giudizio sulla bellezza del luogo e sulla particolarità di quella scalata e del possibile grado di Eternit ma quel giorno si era bucato un dito e non provò tutti i movimenti, soprattutto quelli più difficili. Avevamo passato quasi un inverno insieme in Val Noana, mi assicurava nei tentativi su Roby present, mentre lui tentava la vicina Stramonio, allora ancora troppo difficile per lui. Era talentuoso quel ragazzo, con una notevole forza sulle dita, ma non era ancora pronto per quelle difficoltà, però con costanza e tenacia i miglioramenti sono arrivati. Dopo la prima salita della via mi ero ripromesso che non avrei più scalato su quel tiro, avevo altri progetti ma Andrea Gallo mi convinse per fare una sessione fotografica nel settembre del 2010 e questo mi fece riflettere sulla possibilità di raccontare la salita in un documentario;  nacque così VERTICALMENTE DEMODE’. A giugno del 2013 accompagnai Alessandro Lamberti e due suoi amici alla falesia. Non riuscì a salire la via e mi disse che sopra i movimenti gli aveva abbozzati ma sotto un passo proprio non gli riusciva. Appena possibile, salii nuovamente e mi accorsi che a metà di “O ce l’hai…” mancava una “crosta” parte di un appiglio. Provai il movimento e mi resi conto che era ancora fattibile, anche se quell’appiglio era diventato più piccolo, ma quello non era l’unico modo per passare in quel punto; era solo un metodo e non è detto che sia il più facile. Sopra mi sembrava che tutto fosse come prima. Circa un mese dopo ho riprovato la via con Erik Ghirardini, e in alto, quasi all’uscita, mi si è staccato un appiglio. Non volevo che la via diventasse impraticabile, forse avrei dovuto lasciare che qualcuno più bravo magari potesse farcela comunque ma ho cercato di fare del mio meglio per rendere la difficoltà simile a prima e di sicuro non è diventata più difficile per questo. In autunno Adam Ondra mi chiese di accompagnarlo e siamo saliti al Baule con sua madre. Quel giorno feci un paio di giri per fargli vedere tutti i movimenti e indicargli com’erano i miei metodi, ma lui essendo più alto, non li trovò congeniali e cercò le sue sequenze. Sequenze che fra l’altro evitavano la crosta mancante in basso. Adam ritornò in dicembre e dopo un’accurata ispezione fece un paio di tentativi, impressionandomi per la precisione e la facilità con la quale superò “O ce l’hai…”ed anche con quel suo particolare movimento in alto, sul passo chiave di Eternit, per non parlare dell’uscita che trovava quasi banale, dove io ero volato almeno 30 volte. Quel giorno mi limitai a fare un giro su “O ce l’hai… “e concordammo che il grado corretto per quella parte si assestasse sull’8b+. Io non avevo dato nessun grado alla via, avevo proposto un 9a con tanto di punti di domanda ma di una cosa ero certo: per me e ripeto per me, era molto più difficile di Bimbaluna che avevo salito in Svizzera nella falesia di St Loup ma il grado ormai lo lasciavo da tempo decidere agli altri. Adam è ritornato a provare la via nell’ottobre del 2017 riconfermando 8b+ per quella prima parte. Non lo so se nel frattempo sono cambiate delle cose, l’ultima volta che ho scalato al Baule, avevo quasi 60 anni, ero con Andrea Giacometti e precisamente nell’agosto del 2016 e mi riuscirono ancora tutti i movimenti di “O ce l’hai…. “ Io non sono il padrone e nemmeno il guardiano di quel luogo anche se gli sono molto affezionato per molteplici motivi ma non sono l’unico che lo frequenta, ogni volta che passavo da quelle parti vedevo spesso tracce di magnesite e lassù, per quanto strano, mi sono sparite tre corde e un set di rivii. Un giorno mentre passavo sotto la falesia ho trovato anche uno scalatore che stava provando Eternit da solo, con la corda dall’alto. Era lo stesso che quando aveva provato la via immediatamente dopo averla liberata mi aveva inviato un messaggio dicendomi che sotto mancavano appigli e in alto erano saponette, cosa strana perché in quasi tre anni di tentativi non l’avevo mai incontrato da quelle parti. Comunque mi sono fermato in disparte a guardare ma lui se n’è andato, indispettito talmente tanto che pochi giorni dopo mi ha inviato un messaggio d’insulti e minacce, dai termini piuttosto volgari. Io non sono “social”, non ho Facebook, non ho Instagram e mi va bene così, però mi chiedo se a volte non sarebbe meglio dialogare, parlare e spiegarsi guardandosi invece che digitare cose su una tastiera. Eternit è una bellissima via assolutamente verticale, dove tutto però può diventare improvvisamente paralizzante, bisogna comprenderla, adattarsi e spesso non basta, perché è delicata ma dolorosa e gli appigli sono piccoli e lontani. Bisogna avere una specifica forza di dita, buone condizioni, molta scioltezza e un po’ di umiltà. Anche se credo che molti fra i migliori agonisti ormai salirebbero questo tiro, se le competizioni o altri interessi non li tenessero lontani. Inoltre per quanto bella, è lontana, piccola e nascosta a quasi 2000 mt. anche se solo la parte in alto, la più difficile, dove la roccia è perfetta varrebbe il prezzo della strada. Eternit prima di diventare tutto questo era un sogno che sembrava impossibile per molti anni, mi ha insegnato molto e continua a farlo.

 

Ultimamente c è un po’ di appiattimento della persona, molti sono estremamente forti ma salgono linee dure come fossero i 100 metri. Come interpreti le nuove generazioni? 

L’arrampicata è cambiata, è diventata una vera e propria disciplina sportiva e come tutte le altre discipline è sempre più alla ricerca della forza e della velocità. L’arrampicata libera, degli anni ‘70 e ‘80, ricca di creatività e un po’ naif è sparita, quel modo di vivere e di viverla non esiste più e, nel bene o nel male, ora è lo specchio di quello che siamo diventati. Le nuove generazioni nascono sulla plastica e nell’arrampicata sportiva, bruciano le tappe spostando i limiti delle difficoltà ovunque, anche se è vero che molti rincorrono solo numeri.

Tokyo 2020 l’arrampicata va alle olimpiadi. Come hai vissuto l’arrivo delle gare e ora delle Olimpiadi?

Ho vissuto l’arrivo delle gare come qualcosa che non mi interessava, era un mondo che avevo abbandonato e non ho mai pensato di ritornarci. Ho sempre avuto dentro di me mille motivazioni per scalare e migliorarmi, senza trasformare qualcosa che mi piaceva in una costrizione. Ho un immenso rispetto per tutti gli atleti e credo che lo sbocco olimpico sia stato anche un giusto riconoscimento a un bellissimo sport in grande crescita. Però non fa per me, amo scalare quando voglio, senza cronometri e numeri sulla schiena, libero in un ambiente che mi piace. Quando ho iniziato a scalare e a rifiutare i chiodi per progredire cercando la qualità della scalata più che riuscire con qualsiasi mezzo, nemmeno con la più fervida fantasia avrei mai immaginato che quello che stavo facendo avrebbe contribuito ad arrivare alle Olimpiadi.

Ogni mito ha il suo mito; chi ti ha ispirato di più nella tua carriera? 

E’ difficile rispondere perché sono cresciuto in un ambiente lontanissimo dall’alpinismo e nessuno mi ha mai nominato nemmeno una cima che coronava lo sfondo quotidiano. La montagna era saggiamente considerata un luogo inutile e pericoloso. La vita dove sono cresciuto aveva lasciato lo spazio all’essenzialità e aveva altre priorità. Nemmeno lo sport entrava nella nostra casa ad eccezione di Coppi, Bartali e Cassius Clay e quando per caso ho iniziato a scalare per me Bonatti e Messner potevano anche essere dei ciclisti. Li ho conosciuti dopo, come tutti gli altri alpinisti, attraverso le straordinarie tracce di storia e di vita, pregne di cultura profonda che avevano lasciato sulle montagne. Nella vita la scalata è una parte importante ma c è anche altro ovviamente.

Quali sono i valori in cui credi ogni giorno? 

Non sono mai riuscito a staccarmi completamente dalla quotidianità e da quello che mi succede attorno e nemmeno la passione per la scalata è riuscita a travolgermi così tanto da farmi perdere questa responsabilità. Ho sempre avuto l’ambizione di cercare un equilibrio nella vita anche attraverso gli eccessi. L’alpinismo e l’arrampicata sono solo un gioco e se ci soffermiamo ai problemi importanti anche quasi ridicolo.

Se guardi al futuro della scalata in generale cosa ti piacerebbe vedere?

Forse una capacità di rinuncia, una coscienza più profonda e rispettosa, verso l’ambiente e gli spazi vitali che stanno diventando sempre più ristretti. Non ho mai amato quelle falesie esageratamente farcite di vie tutte eguali, senza una personalità. Capisco la sicurezza necessaria per le vie moderne ma non l’esagerato riempimento di uno spazio di pietra, e nemmeno le rivisitazioni che ammorbidiscono alcune salite storiche. Esistono ormai così tante vie che alcune le lascerei intatte per chi ha voglia di ripercorrere quei piccoli tasselli che hanno contribuito a far crescere questa disciplina. Una forma di rispetto per mantenere una memoria che sembra sparire sempre più rapidamente, anche se qualcuno ha detto che non è vero che siamo un popolo senza memoria ma purtroppo, un popolo senza alunni. Mi piacerebbe anche rivedere quella scalata, dove l’immagine non sia sempre la cosa più importante della salita.

Ed infine, la tua abilità nello scalare sui piedi è leggendaria. Come si può migliorare su questa tipologia d’arrampicata?

Praticandola… anche se credo sia una di quelle cose che uno eredita geneticamente, come le doti di scorrevolezza nello sci. L’uso dei piedi insieme alla grande scioltezza mi ha aiutato moltissimo a trovare soluzioni, per riuscire dove la mancanza di forza sembrava un limite invalicabile. Si può migliorare molto con l’esercizio ma il percorso per raggiungere certi standard è lungo, impegnativo e spesso, una volta raggiunti, dura un momento effimero. L’arrampicata praticata a un certo livello è un’attività molto impegnativa, l’implacabile forza di gravità rende frustrante i nostri tentativi di progredire, basta pochissimo per perdere una condizione decente e non riuscire nemmeno a partire dove poco tempo prima tutto sembrava perfino facile. Un corretto uso dei piedi permette di scaricare il peso sugli arti più forti, risparmiare energia, e risolvere passaggi dove la propria forza non basterebbe, ma tutto questo purtroppo va di pari passo con la costanza nell’allenamento e con la capacità propriocettiva di usare tutto il corpo, oltre alla necessaria esperienza di leggere e decifrare rapidamente le soluzioni migliori per le nostre possibilità. Il fascino della scalata però sta anche nelle infinite possibilità di trovare soluzioni dove spesso tutto sembra impossibile, non è una semplice corsa costretta fra due corsie ma una grande possibilità di aprirsi una propria propria traccia e, possedere un grande bagaglio tecnico è un enorme vantaggio per farlo.

Fonte Maurizio Zanolla

AP

 

 

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