31 Gen AVVENTURA IN GROENLANDIA
Il racconto di una spedizione esplorativa con l’apertura di due vie
Durante l’estate 2024 Daniele Bonzi, Francesco Fumagalli e Thomas Triboli hanno vissuto un’interessante avventura in Groenlandia, dove hanno tracciato due nuove vie.

Daniele Bonzi sulla cresta innevata del Molar Spire
I tre, diventati amici durante i corsi per il Soccorso Alpino, sono arrivati il 31 luglio a Tasiilaq.
«Veniamo accolti da Robert Peroni (esploratore, alpinista e scrittore di origine altoatesina), presso la sua Red House, e proprio da lì ha inizio la nostra avventura. 70 km di navigazione ci dividono dalla destinazione finale: le immense pareti granitiche di Fox Jaw Circus (Mandibola di Volpe). Il campo base dista 12 km dal punto di sbarco.
In tre lunghi e faticosi viaggi riusciamo a trasportare 200 kg di attrezzatura e viveri, attraversando torrenti, morene e zone paludose lungo il corso del fiume.
La vita quotidiana qui è dura, non ci sono né comodità ne aiuti esterni, possiamo contare solo sulle nostre capacità. I contatti con il mondo sono ridotti ai soli pochi messaggi via satellite e il cibo è razionato, niente doccia. Si dorme all’addiaccio, l’unica difesa dalla natura selvaggia è un vecchio fucile russo».
Bonzi, Fumagalli e Triboli hanno affrontato innanzitutto la traversata della Fox Jaw, per la quale avevano previsto tre giorni di scalata.
«Il primo giorno ci rendiamo immediatamente conto delle reali grandezze di queste pareti. Il Baby Molar ci richiede quasi una giornata di arrampicata per raggiungere la vetta di 1132 metri in 14 tiri».

I tre in vetta al Baby Molar
Successivamente la cordata ha affrontato il Molar Spire e l’Incisor. Dopo un bivacco sulla vetta di quest’ultimo, i tre decidono di concludere la traversata, calandosi sulla via “Tears in Paradise”, aperta nel 2007 da una spedizione americana.
«Al rientro al campo, soddisfatti per esser stati i primi a completare il concatenamento delle tre vette, siamo tutti concordi nel condividere le nostre impressioni: mentre scaliamo questi orizzonti sono così labili, enormi e meravigliosamente cinici. Gli spazi sono veramente vasti ma è la pienezza del giorno che ci stupisce di più, la luce non manca praticamente mai, fa buio solamente per 2 ore.
Abbiamo deciso di chiamare questa traversata “Trident VI Orobica” per l’analogia sul nome e in onore della nostra comune delegazione CNSAS dove ci siamo conosciuti».
“Trident VI Orobica” consiste nel concatenamento delle prime tra guglie della Fox Jaw. Si tratta di un itinerario di cresta di 1000 metri di dislivello, che oppone difficoltà fino al V+, con sezioni appoggiate alternate a risalti verticali.
Dopo questa prima esperienza Daniele Bonzi, Francesco Fumagalli e Thomas Triboli hanno scelto di affrontare la parete ancora inesplorata, alta circa 700 metri, del Cavity Ridge, il quarto dente della Fox Jaw.
«Il 12 agosto, alle ore 3.15, siamo partiti dal campo base con una leggera nevicata. Dopo un’ora abbondante di cammino abbiamo raggiunto la base del Cavity Ridge, ci siamo quindi preparati e, intorno alle 6, abbiamo attaccato la parete, sfruttando un’evidente fessura sullo zoccolo della montagna. Qui le condizioni non erano buone per la pioggia e la neve che hanno reso la roccia e specialmente le fessure particolarmente scivolose. La progressione con il saccone carico di materiale, inoltre, ci ha rallentato molto.

Daniele Bonzi durante la scalata del Molar Spire
La giornata si è poi aperta e il sole ci ha fatto sentire il suo tepore, rendendo la scalata sempre più piacevole e divertente. Abbiamo proseguito per diedri, fessure e punti deboli della parete, per 12 tiri e 600 metri circa di sviluppo verticale. Intorno alle 23.30 ci siamo arresi: mancavano pochi tiri alla vetta, ma eravamo stanchissimi e, di comune accordo, abbiamo cominciato a scendere in doppia, toccando la base della parete alle 5.30 di mattino, praticamente quasi 24 ore dopo aver attaccato la via».
La nuova via è stata battezzata “No Me Moleste Mosquito”, come il ritornello di una canzone dei Doors, anche a causa della presenza di numerosi moscerini. Si scala su gneiss, per lo più di buona qualità, a eccezione di alcuni tratti facili, dove la roccia è più delicata. La linea segue le debolezze della parete lungo fessure, diedri e alcune placche lavorate. La difficoltà massima è VII grado (VI+ obbl.) per 600 metri (12 lunghezze più una di “trasferimento”). Le calate avvengono lungo la via grazie alle soste attrezzate. Tra S13 e S12 è stata aggiunta anche una sosta intermedia per facilitare il traverso in discesa.
«Abbiamo un piccolo rammarico per non essere arrivati esattamente in cima, ma siamo felici di aver potuto calcare per primi l’immensa parete del Cavity Ridge fino quasi alla sua sommità. Crediamo sia stato un bellissimo viaggio e ringraziamo che sia andato tutto bene anche perché, arrampicando e vivendo in questo ambiente, è stato chiaro a tutti noi che non ci doveva succedere nulla: qui difficilmente si fanno operazioni di soccorso, il confine tra quello che succede e quello che può accadere è molto sottile e anche una banale storta potrebbe metterci in situazioni complicate.
Secondo la tradizione Inuit le cose che ti possono rendere felice nella vita sono poche e semplici. Ritornare a casa, dopo che è andato tutto bene, ci ha fatto sentire fortunati. Porteremo sempre nel cuore questa terra, le sue genti e i preziosi insegnamenti che ci hanno donato».


In copertina: Francesco Fumagalli e Thomas Triboli sulla cresta sommitale dell’Incisor
Tutte le immagini: coll. Bonzi, Fumagalli, Triboli

