07 Ott Ultimo valzer, 800 m, VIII
Edoardo Saccaro e Yann Borgnet hanno aperto “Ultimo valzer”, una nuova via sulla verticalissima NE del Crozzon di Brenta.
“Ultimo valzer” affronta più direttamente la porzione di parete dove corrono già la classica del “Pilastro dei francesi” e la via “Super Maria”.
Lo stile scelto in apertura è evidente dalle parole di Yann Borgnet.
Scrutiamo frenetici la parete con il binocolo per scoprirne i punti deboli, verificare se sono quelli che abbiamo intuiti sulle foto e se ci sono possibilità di sfruttarli per passare rispettando un’etica di apertura “dolomitica” che non contempla l’uso di spit e che vogliamo caratterizzi questa nostra avventura: lasceremo orme leggere.Il patto con la montagna è quello di affrontarla a viso aperto: quando le difficoltà saranno superiori alle nostre capacità, passeremo da un’altra parte.
La linea individuata da Saccaro e Borgnet si rivela difficile fin dall’inizio, quando Saccaro tralascia la facile rampa di “Super Maria” per una larga fessura.
Una lunghezza che dovrebbe essere di risveglio muscolare, ma con uno zaino come il nostro non sembra poi così facile. Aprire è fare delle scelte e comporta un susseguirsi continuo di incertezze. Alla fine può anche arrivare una rinuncia al passaggio che non si riesce a superare, rischia però di diventare frustrante quando si insinuano continuamente i dubbi sulla correttezza della scelta: “magari la via era più logica o bella a destra”, ma alla fine ci si abitua anche all’insicurezza che sempre ci accompagna quando affrontiamo qualunque problema senza avere la possibilità di controllare ogni tanto il risultato allontanandocene per averne una visione complessiva.Il dilemma si ripropone uguale alla seconda lunghezza dove devo affrontare una fessura larga e improteggibile, vietato cadere, tutta qui la bellezza di queste scalate così impegnative. Alla terza lunghezza si deve decidere tra raggiungere una fessura o affrontare un muro giallo, un vecchio chiodo in quest’ultimo ci fa protendere per la vergine fessura. Edo arrampica qualche metro poi traversa azzardatamente su un muro grigio leggermente strapiombante, da secondo mi domando come abbia fatto a concatenare questo passo in libera senza sapere se sarebbe riuscito a passare. Strani questi italiani. Ancora impegnativo, ma bello. Per chiudere mi resta una lunghezza in placca sbarrata da un tetto, dove si ripropone il dubbio se si passerà o meno, ma una bella fessura orizzontale sotto il tetto e alcune buone prese sopra mi consentono di chiuderla. Il gioco è duro, ma il trucco di affrontare una difficoltà alla volta ha funzionato e chiudiamo la giornata in gloria.
Il giorno dopo i due tornano per continuare l’esplorazione.
I primi tiri sono facili e ci conducono a un risalto ripido. Esitiamo un po’ prima di trovare un passaggio nella roccia strapiombante gialla. Segue un traverso esposto su grossi buchi, prima esposto al di sopra di una cengia, poi in pieno vuoto. In uscita faccio qualche passo di artificiale su cliff e chiodi. Edo lo libera da secondo decretando 6c+/7a. Lasciamo due chiodi per consentire a chi la ripeterà di passare in libera. La lunghezza seguente parte su una bella fessura per poi piegare su un piccolo pilastro compatto. L’ultimo tiro della giornata è magnifico e si sviluppa su placche per raggiungere la grande cengia sulla quale speriamo di poter bivaccare.Sveglia alle prime luci del giorno successivo cercando di non far cadere niente e di risparmiare l’acqua, ma soprattutto per cercare di riequilibrare i pesi e poi a discutere sulla linea da seguire: non mi trovo d’accordo con l’attacco di Edo, ma tocca a lui partire e può decidere, oneri e onori…alla fine però devo convenire che la scelta si rivela buona e affronta direttamente molteplici tetti che offrono opportunità insospettabili per superarli. Quando tocca a me affronto un muro verticale con buone prese fino ad una sosta su due spit che pensiamo essere ciò che rimane di un soccorso in parete.Nella mezza dozzina di lunghezze che rimangono da aprire dobbiamo fare i conti con noi stessi e con la roccia, districandoci tra linee preesistenti segnate da tracce di passaggio (chiodi in particolare) e il rispetto della logica della nostra linea. Nel complesso ricaviamo una linea dritta diretta con il massimo dello spettacolo in una grandiosa ultima lunghezza a vincere la sommità della prua di questo pilastro di roccia che chiamano Crozzon.Non possiamo dire di averlo vinto, ma siamo orgogliosi di avere indovinato i passi necessari per affrontarlo onestamente rispettando i dettami dell’etica dell’apertura dolomitica, lui ci ha offerto roccia giallo/arancione solida e compatta, abrasiva e dotata di numerose buone prese. La scalata non è difficile ma impressionante e fisica, non per cuori deboli.
Materiale. Classico da roccia, friends, nuts, chiodi. La via non è attrezzata (lasciati solo alcuni rari chiodi). Gli apritori hanno utilizzato prevalentemente le protezioni veloci anche alle soste.
Accesso. Come per la classica detta “Pilastro dei francesi” (J. Fréhel, D. Leprince-Ringuet, 1965) e per la via “Super Maria” (G. Paganini, L. Iachelini, E. Salvaterra, 1987). La partenza di “Ultimo valzer” si trova a destra della facile rampa d’attacco di quest’ultima.
Discesa. In traversata fino alla Cima Tosa, poi lungo la via normale di questa (complessivamente lungo, tratti d’arrampicata facile ma delicata). Altrimenti, altre possibilità di discesa (doppie).

