INSIDE: LORENZO LUCK RUSSO - Up-Climbing

INSIDE: LORENZO LUCK RUSSO

QUATTRO CHIACCHIERE TRA MAGNESITE E INCHIOSTRO

Tra tatuaggi old school e arrampicata, Lorenzo Russo (in arte Luck) si racconta in occasione della sua salita di Grandi Gesti.

Correva il gennaio 2009 e, in una grotta assai famosa nel mondo dell’arrampicata, Gianluca Daniele veniva a capo del suo progetto estremo. La via, che si snoda per decine di movimenti in fortissimo strapiombo, è una vera e propria lotta contro la gravità. Gianluca decise di chiamarla Grandi gesti, proponendo il magico grado di 9a. Quello che probabilmente Gianluca non si aspettava è l’impatto che questa via ha avuto su molte persone, uno tra tutti Lorenzo Russo. Nel 2009 era poco più che uno sbarbato e vedere una performance del genere lo colpì molto. Passarono poi diversi top climber, finché nel 2014 Fabrizio Peri (all’età di 42 anni) si accaparrò la sua ripetizione. La storia di Fabrizio, che tra famiglia e lavoro è riuscito nella salita, fu ed è fonte di motivazione per Lorenzo, che all’epoca andava via via a consolidare le sue capacità. Nella primavera 2024 poi, il Luck, nome in arte del climber tatuatore, ha chiuso il cerchio: ha ripetuto Grandi gesti. 

Facciamo un tuffo nel mondo di un no-pro che si divide tra inchiostro e magnesite, tra tiri estremi e colori sotto pelle… Inside: Lorenzo Luck.

Dai primi passi ai “Grandi Gesti”: com’è cambiato il tuo approccio all’arrampicata? 

Ripensavo a questo cambiamento in questi giorni, e devo dire che il mio approccio è cambiato davvero tanto. Fin dall’inizio scalavo in falesia cercando di sfruttare tutta la giornata, facendo più tiri possibili, perchè ho sempre amato scalare, ed ogni giornata in falesia volevo sfruttarla al massimo come fossi un bambino in un parco giochi, e senza considerare riposi. Nel tempo però ho iniziato a gestire le giornate in falesia in modo migliore, quindi a scaldarmi in maniera più appropriata, e a farmi un’idea dei tentativi che avrei fatto su cose più difficili. Questo approccio lo riverso sia nelle giornate in settori nuovi dove scalo “a vista” o in pochi giri, sia quando provo un progetto, e l’ho affinato sempre di più al mio corpo, con i momenti giusti per fare performance e i momenti in cui riposare. Ho abbandonato una gestione più istintiva per una piú calcolata, perché so che questo mi permette di divertirmi di più in fin dei conti. Mi ci sono voluti degli anni per capire come gestire tante cose, che sembrano banali ma in realtà sono complesse. In falesia ci sono molte variabili da considerare per fare un tentativo su una via, ad esempio la temperatura o l’umidità che variano in base al momento della giornata, oppure quando mangiare, e appunto quando e come scaldarsi e riposarsi, per arrivare pronti al momento in cui si vuole dare il proprio 100%. Se arrivassimo preparati per fare un tentativo su un tiro che vogliamo fare “a vista” e in quel momento il tiro stesse andando al sole, oppure se partissimo sul nostro progetto con i muscoli e le dita fredde, rischiando peraltro infortuni e lesioni, bè lascio a te la risposta…

Quali sono le tappe che più ti hanno condizionato?

Penso che le mie tappe siano state più che altro i viaggi che ho fatto in passato, ci sono stati anni in cui andavo costantemente a Margalef e Siurana in Spagna, per 5 anni di fila in autunno sono stato negli Stati Uniti, a Red River, Rifle, Ten Sleep, e negli ultimi anni sono stato, diverse volte a Rodellar e in Francia. Bèh credo che scalare per lunghi periodi in posti lontani da casa, fuori dalla mia comfort zone mi abbia arricchito molto. Confrontarsi con altri scalatori, assimilare un po’ i modi di fare e le abitudini di altri posti arricchisca molto. In generale allargare i propri orizzonti ci rende sempre più capaci e consapevoli. In passato, ad esempio, ero molto più bravo sulle placche, e sicuramente mi esprimevo meglio su muri più vericali o leggermente strapiombanti. Andando in Spagna mi sono reso conto che avrei dovuto migliorare sugli stapiombi, dove i movimenti molto fisici erano il mio punto debole. Mi sono dedicato quasi unicamente a quello, scoprendo nuovi modi di scalare e di vedere il proprio corpo nello spazio 3D, ed ho fatto dei grandi strapiombi di resistenza il mio punto di forza. Inoltre da 2 anni ho iniziato a tracciare nelle palestre, ed anche questo penso che mi stia aiutando molto ad avere sempre più consapevolezza di quello che faccio quando scalo.

L’inchiostro e la magnesite, due lati della stessa medaglia. Quali sono gli aspetti che hanno in comune e quali quelli più diversi?

Bella domanda, in realtà per capire la risposta bisognerebbe avere qualche nozione sul tatuaggio. Intanto voglio dire che per me il tatuaggio è importante almeno quanto la scalata, ed ho dedicato a questo davvero tanto, forse piú che alla scalata, è quasi una religione per me. Il tatuaggio è quello che mi ha spinto all’estero le prime volte per fare nuove esperienze e conoscere e tatuarmi da altri tatuatori, mi ha dato l’input per uscire di casa, gliene saró per sempre grato. Ho iniziato a fare entrambi nello stesso periodo, quando avevo circa 19/20 anni, e fin da subito ho notato una enorme somiglianza nell’impostazione di determinate cose. Appena ho iniziato a scalare, scalavo ovviamente da neofita, quindi con l’unico obiettivo di andarmi a conquistare la catena. Quando capii che dovevo individuare le prese e gli appoggi per i piedi, immaginare dei movimenti, e gestire i riposi sulla via, allora ho iniziato a salire di grado e a godermi la scalata. Ecco questa impostazione di “studio” l’ho riversata totalmente nel tatuaggio. Il tatuaggio richiede davvero tanto studio e dedizione, ed avere una modalità mia di fare questo mi ha aiutato molto in entrambi. Inoltre richiedono il giusto bilanciamento di calma e tranquillità, e voglia di spaccare in quel preciso momento, e questa cosa mi fomenta molto. Scalata e tatuaggio mi bilanciano molto, quando sono stanco perchè ho lavorato tanto a studio, sento che ho voglia di scalare e sfogarmi, ugualmente dopo periodi in cui ho scalato lontano da casa, sento il desiderio di dedicarmi tanto ai tatuaggi, disegnare molto, studiare soggetti nuovi, dipingere… Se c’è una cosa che amo è tatuare gli scalatori, passare tutto il pomeriggio in studio a parlare di arrampicata mentre tatuo è una cosa indescrivibile per me, davvero tempo di qualità, chi ci è passato lo sa!

Roma è una scuola verticale ricca di talenti e figure iconiche. Qual è la figura che ti ha ispirato maggiormente e perchè?

Sicuramente tra le persone che mi hanno ispirato maggiormente c’è Laura. Ho scalato parecchio con lei prima che si trasferisse a Trento, abbiamo fatto diversi viaggi insieme. Nonostante la sua giovane età ha un’attitudine da vera guerriera quando scala, ha grinta da vendere ed ha un focus sulla scalata e sull’allenamento davvero notevole. Le ho visto liberare tiri col buio o quando era già ghisata alla terza presa, è una che va su con i denti. Inoltre nelle gare è cresciuta moltissimo, e questo vuol dire tanto. Penso che sulla roccia puoi cavartela molto col talento, mentre nelle gare oltre a quello devi avere tanto lavoro ed allenamento dietro. Mi ispirano più le persone che sono delle “hard workers” e che hanno lottato e sudato per ottenere qualcosa piuttosto che quelle che hanno talento puro e le cose gli vengono facili, nonostante riconosco che anche in esse ci sia della magia!

Non posso tralasciare Fabrizio, anche lui mi ha davvero ispirato in questi anni, forse perchè lo sento più vicino a me come essere umano e non un alieno della scalata. Anche con lui ho scalato e condiviso molto in questi anni, e anche lui è passione pura, dovresti vederlo quando arriva in falesia, sembra un bambino in un negozio di caramelle. Ammiro il fatto che è sempre riuscito a ritagliarsi del tempo tra famiglia e lavoro, e nonostante non sia pagato per liberare tiri ha sempre macinato prese. Diciamo che è l’opposto del climber che si lamenta e nonostante non sia proprio un ragazzino riesce sempre a portarsi al limite e scalare al suo 100%. Inoltre è un attivo chiodatore e penso che all’arrampicata romana abbia dato parecchie vie dure, chiodate e liberate, e questo non è scontato. Il suo livello è ancora in crescita, è la prova tangibile che i limiti esistono solo nella nostra mente.

Se dovessi consigliare tre vie un po’ per tutti i gusti nelle zone laziali, quali consiglieresti e perchè?

Allora, inizierei con il grado 7, dove ho le idee più chiare, senza dubbio Turbolenze stradali 7b+ a Grotti alta, è un tiro davvero stupendo. In pieno stile Grotti (buchi e dita) richiede un’ottima tecnica di piedi e soprattutto di lettura della roccia, con anche una buona dose di fisicità. Per chi ha quel grado al limite è davvero un bell’ingaggio oltre che una bella lotta se provato on sight. Per il grado 6 invece suggerisco Mr. Dammitempo 6b a Subiaco nel settore “scalette”. Partenza da interpretare e poi una bella passeggiata su prese buone e movimenti lunghi molto vari fino in cima, molto divertente da scalare per tutti i livelli, per chi vuole scaldarsi come per chi vuole passarci la giornata. Dalla catena inoltre c’è una vista sulla vallata che vale il prezzo del biglietto. Per il grado 8 invece sono parecchio indeciso. Ne consiglieró 2: T-Ten 8a e Invidia L4 8b+, completamente diverse per il grado e la pendenza della parete. La prima una galoppata di 30 metri su canne stupende dove c’è tutto, dai monoditi alle pinze, dagli incastri di ginocchio alle lolotte estreme, con un runout ed addirittura un mantle finale. Invidia L4 a Gaeta invece è davvero un testpiece di forza fisica dove bicipiti e dorsali sono costantemente sotto sforzo. Lanci dove perdi i piedi, agganci ed incastri di piedi, tacche, rovesci, buchi, pinze, il tutto messo su un tetto orizzontale. Veramente completa!

Parlando di numeri, qual è il tuo punto di vista sulla questione gradi? Sono importanti, poco, molto, fondamentali? Ed inoltre, conta di più il grado a vista, il lavorato, il superlavorato?

Numeri e gradi hanno una valenza molto alta è vero, mi sono fatto un idea ben precisa su questo argomento, e credo che la mia esperienza con Grandi gesti mi abbia anche aiutato e fatto riflettere su questo. Detto sinceramente non mi é mai interessato troppo capire che grado fosse, per me è sempre e solo contato farla. Mi interessava salire quel nome, che indicava quel pezzo di roccia, e mi sono reso conto che anche su tiri scalati in precedenza era stato cosí. Conta il nome, che identifica un qualcosa, il grado è solo un indice di cosa più o meno stiamo andando ad approcciare. In generale credo che l’arrampicata stia andando in questa direzione, dove conta aver salito quel nome piuttosto che quel grado. Non so, magari per qualcuno mi sbaglio, ma anche ai livelli dei big mi sembra che stiamo andando verso questa logica. Prendiamo Stefano ad esempio, non sta andando a scalare un 9c, un 9c+ o un 9b+, sta andando a ripetere Silence, il grado è solo un orientamento per chi vuole confrontarsi con quello. Dietro un nome inoltre non c’è solo la difficoltà del grado ma anche l’aspetto mentale da gestire legato a quel nome e quindi magari alla storicità di quel tiro da gestire, e questa cosa come la gradi?

Ad esempio penso che siamo tutti d’accordo sul fatto che il grado può essere estremamente soggettivo, semplicemente perché magari abbiamo misure diverse, stili di scalata diversi, e tipologie di forza diversi, ma fin qui ancora possiamo dare importanza all’opinione comune nel dare un numero che identifichi un livello di difficoltà più o meno omogeneo, ma se volessimo ripetere un tiro come Action directe, sarà ben diverso da ripetere un 9a in un posto sperduto e sconosciuto, sicuramente subentrano dei fattori diversi dal semplice quantificare l’intensità dei movimenti, e come fai a dare un grado all’aspetto mentale legato alla storicità o importanza del tiro?Secondo me conterebbe solo dire “Ho ripetuto Action directe”. Inoltre scalare per un numero non è così interessante come scalare un pezzo di roccia che racchiude qualcos’altro dietro. Forse 30 anni fa aveva molto più senso dare un grado ben preciso, perché era ancora tutto in fase di scoperta, bisognava stabilire determinate regole e per forza di cose non esistevano appunto tiri storici. Ci sta quindi che i pionieri dell’epoca avessero necessità di numerare qualcosa in maniera dettagliata, anche con un “+”, ma le cose cambiano e si evolvono costantemente e velocemente.

Per la stessa logica quindi non posso dirti se ha più valore il grado a vista o lavorato. Sicuramente fare un tiro a vista ha un valore diverso dal farci 20/30 giri, stiamo parlando quasi di due sport diversi. Personalmente mi piace di più scalare in maniera lavorata, perchè non mi piace troppo l’aspetto dell’improvvisazione, ma mi piace scalare il più pulito possibile, ricercare un movimento o una methode ed eseguirla nel miglior modo possibile. Nella scalata a vista si va su con tutto, con la rabbia e la tenacia, e difficilmente si pensa alla perfezione del movimento, ma più che altro a tirale il più possibile una dietro l’altra. Non c’è studio e progettazione, o meglio, c’è prima della prestazione, bisogna arrivare allenati e pronti per fare la prestazione a vista. Questo è solo il mio punto di vista, so che a tante persone piace scalare solo a vista, toccare sempre prese nuove, e leggere movimenti nuovi, e magari si stressano a fare piu di due giri sullo stesso tiro. A me piace di più il concetto di lavorare e costruire un qualcosa sul progetto che voglio scalare.

Il racconto della storia dietro Grandi gesti è qualcosa di emozionale e motivante, è possibile leggerlo nel post Instagram che segue. Nel frattempo, per chi volesse colorarsi un po’ la pelle parlando di arrampicata, la destinazione è ora chiara…

Fonte Lorenzo Russo

Cortesia foto Oskar Arkadiusz Tocha – Dario Destro

Alessandro Palma

 

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