12 Mar PER ELISABETTA, 500 m, WI6, M6+
Ancora una nuova via sul Monte Fop
Emanuele Andreozzi ha tracciato un altro itinerario di ghiaccio e misto sul Monte Fop, di fronte alla parete sud della Marmolada: Per Elisabetta.
Dopo l’apertura di Per un Angelo, Andreozzi è tornato sulla parete, questa volta in compagnia di Fabio Tamanini e Vaida Vaivadaite, per esplorare un’altra possibile linea, più difficile. Questa ascensione segna per lui un ritorno all’alpinismo impegnativo dopo un grave incidente subito pochi anni fa.
«Questa volta ero motivato e pronto ad affrontare le difficoltà quasi come ai vecchi tempi» racconta Emanuele. «La via presentava tre sezioni problematiche ben distinte: un primo salto verticale all’inizio, che però sembrava il più agevole in quanto vi era una cascata di ghiaccio, poi una strapiombante sezione centrale e infine il grande rebus finale, dove la goulotte si ramificava in tre camini e, guardando la parete, non era per nulla chiaro quale sarebbe stato il più agevole».
In realtà anche quella che appariva come una colata di ghiaccio si è rivelata piuttosto problematica: «Un vero guaio: un labirinto verticale fatto di funghi di neve e croste di ghiaccio con sotto neve inconsistente. Al centro e a destra non era scalabile, provai allora a sinistra vicino alla roccia. Mi misi a pulire, ma dopo una mezz’ora abbondante non stavo migliorando, sotto le varie croste trovavo un terreno ancora peggiore, allora via a pulire anche quello fino a quando, dopo qualche metro in dry sulla roccia ripulita, non provai a spostarmi sul ghiaccio. Non vi era alcun modo di proteggersi e piantando le picche esplodeva tutto. Per la disperazione mi misi a scalare con le mani sulle croste di ghiaccio sperando di essre più delicato. Funzionò. Per superare l’ultimo instabile fungo di neve, mi tuffai di pancia dentro la nicchia, pregando che il fungo non crollasse sotto il mio peso. Lì dentro finalmente potevo proteggermi con un friend viola. Discreto, non ottimo. Da quel punto il ghiaccio divenne buono e non mi restò altro che bucare la tenda e scalare fino alla fine della cascata. Quando Fabio e Vaida mi raggiunsero in sosta, dissi subito “Fabio vai avanti un po’ tu che io ho il cervello fritto”. Erano due anni che non provavo una sensazione del genere al termine di un tiro impegnativo in montagna».

Il provvidenziale tunnel. Foto E. Andreozzi.
Superata la difficile e delicata sezione iniziale, i tre sono riusciti a procedere più facilmente, ma sempre faticosamente, fino agli strapiombi della sezione centrale. Lì li aspettava una sorpresa: «Ci accorgemmo che filtrava della luce in basso nella parete. Era incredibile, c’era un piccolo tunnel che permetteva di passare sotto tutta quella porzione strapiombante. Un colpo di fortuna del genere quando si apre una nuova via è quasi come vincere alla lotteria. Dopo tanto lottare e ravanare ce lo meritavamo proprio, inoltre era tutt’altro che finita, nella parte finale ci aspettava ancora il grande rebus dei tre camini: qualsiasi avessimo scelto, si prospettava un bell’ingaggio e a quel punto c’era l’alta probabilità di incontrare il tratto più impegnativo di tutta la salita».
Arrivati ai minacciosi camini finali, i tre alpinisti scelgono quello centrale, anche se non erano affatto certi che fosse il migliore.
«Il primo tiro già mi impegnò al massimo, ma la roccia era relativamente solida e ben proteggibile» continua Emanuele. «Inoltre, dopo il tratto di misto, il ribaltamento per uscire dalla sezione verticale aveva dell’ottimo ghiaccio. Il tiro successivo invece si presentò subito più problematico: leggermente strapiombante, su roccia marcia e senza ghiaccio per il ribaltamento finale. Fu una bella lotta. Per fortuna, nonostante la friabilità del terreno, le protezioni furono generalmente buone. Al termine di quel tiro eravamo alla fine della via, si percepiva la vicinanza della cresta e non sembravano più esserci difficoltà serie davanti a noi. L’ultima lunghezza all’inizio era solo canale di neve, poi in alto divenne uno stretto caminetto rivestito di verglas che scalai agevolmente e al suo termine rimaneva solo l’uscita sulla cornice nevosa della cresta. Dopo 500 metri di arrampicata avevamo finito».
A conclusione dell’avventura i tre concordano su un punto: «Se non avessimo trovato quel tunnel, non saremmo mai riusciti a terminare la via alla luce del giorno…».
Dolomiti (Veneto)
Monte Fop 2883 m, parete nord
Per Elisabetta
Emanuele Andreozzi, Fabio Tamanini, Vaida Vaivadaite, 28 gennaio 2024
500 m, WI6, M6+
Materiale. Classico da ghiaccio e misto, 7 viti, chiodi, martello, due mezze corde da 60 m, serie di friend con doppie misure piccole e medie, microfriend, nut. Lungo la via sono stati lasciati due chiodi all’ottava sosta, precedente il tiro di M6+ su roccia friabile. Gli autori della prima salita hanno volontariamente lasciato la minore quantità di materiale possibile in parete e si augurano che tale etica venga rispettata dagli eventuali ripetitori.
Accesso. Da Malga Ciapela (BL, parcheggio) salire verso il Rifugio Falier (il locale invernale del rifugio può servire da punto d’appoggio, 1 h ca. dal rifugio all’attacco) lungo il sentiero estivo n.610 per Malga Ombretta. Raggiunta la malga proseguire nel fondovalle, su terreno pianeggiante, fino a individuare il canalino che conduce al punto più debole del muro che sbarra l’accesso alla cengia situata alla base della parete. Dirigersi verso il muro, superando prima una zona di grossi sassi e poi un pendio. A ridosso della fascia rocciosa, tralasciare uno stretto canalino visibile a destra e prendere quello di sinistra più aperto, che oppone un passaggio di misto in ingresso (M2/M3). Al termine del canalino, cercando sempre il terreno più facile, puntare decisamente in diagonale verso sinistra. Il terreno si fa progressivamente meno ripido e presto si trova un canale che, sempre in leggero diagonale verso sinistra, porta direttamente sotto al conoide e all’attacco della via. Ca. 3 h dal punto di partenza con buone condizioni della neve. In caso di abbondante innevamento l’avvicinamento potrebbe essere più agevole ma anche più pericoloso (necessaria neve sicura).

Tracciato. Foto E. Andreozzi
Relazione.
L1: AI3, 50 m;
L2: M5, WI6, 40 m;
L3: WI4-, 60 m;
L4: WI2, 60°, 70 m;
L5: M5, 50 m;
L6: M4, 40 m;
L7: 50°, 50 m;
L8: M6, 55 m;
L9: M6+, 40 m;
L10: M5, 50 m.
Discesa. All’uscita della via seguire il filo di cresta prima in salita verso ovest, su terreno facile (neve e roccette), incontrando in breve tempo l’uscita della via Per un Angelo presso la quale, in un piccolo intaglio, si trova un cordino verde attorno a un grosso spuntone. Da lì effettuare la prima calata. La via è attrezzata solo con quattro calate nei punti più verticali, più una quinta da un albero per calarsi dalla cengia. Il resto della discesa va effettuato arrampicando o, se necessario, attrezzando nuove calate. Attenzione: attrezzare i restanti 400 metri per le calate potrebbe essere disagevole, perché la roccia è levigata e a tratti friabile. Vedere anche la relazione di Per un Angelo.
La via è dedicata a Elisabetta, figlia di Vaida.
Foto coll. Andreozzi, Tamanini, Vaivadaite









